Il Fascismo e l’italianizzazione dell’Alto Adige

La Prima Guerra Mondiale fece da spartiacque tra il vecchio e il nuovo mondo: una nuova tipologia di guerra che portò dei cambiamenti profondi a livello umano, sociale ed economico. Ma soprattutto cambiò drasticamente i confini geografici dell’Europa: quattro imperi che dominarono l’Europa fino ad allora, crollarono, lasciando dietro di sé una miriade di stati. Fu così che l’impero russo, austro-ungarico, germanico e ottomano vennero cancellati completamente, creando delle conseguenze a dir poco facili da gestire.

Ed è in questo contesto che l’Alto Adige si ritrovò da austriaca a italiana: da sempre territorio di lingua e cultura tedesca, visse questo cambio di nazionalità come una catastrofe. L’impero austro-ungarico e la supremazia tedesca che caratterizzarono l’area tirolese per secoli, lasciarono spazio al traditore e nemico italiano. Il trattato di Saint-Germain del 10 settembre 1919 decretò che il Trentino e l’Alto Adige dovessero essere consegnati all’Italia e stabilì il confine al Brennero. Mentre per il Trentino questa decisione risultò essere una “normalizzazione” della situazione perché abitato da sempre da popolazione di madrelingua e cultura italiana; per l’Alto Adige, da sempre tedesco, fu una decisione traumatica.

Mussolini lavorò al programma ufficiale relativo alla gestione della minoranza sudtirolese con l’aiuto del nazionalista trentino Ettore Tolomei che nel 1923 dettò le modalità per italianizzare l’Alto Adige attraverso i Provvedimenti per l’Alto Adige. Approvati dal Gran Consiglio del Fascismo, permisero di snazionalizzare la popolazione tedesca e ladina: i passi più significativi riguardarono la progressiva rimozione di funzionari pubblici e insegnanti di madrelingua tedesca, il divieto dell’uso della lingua tedesca negli uffici pubblici e nelle scuole, l’italianizzazione della toponomastica ed onomastica, la messa al bando dei partiti tedeschi e delle associazioni culturali e così via.

La scuola

La riforma Gentile del 1923 determinò la progressiva cancellazione delle istituzioni scolastiche in lingua tedesca e facendo si di omologare le scuole dei nuovi territori italiani a quelli del resto del paese e l’italiano fu l’unica lingua ufficiale d’insegnamento ammessa. Le scuole tedesche furono sciolte dato che il sistema scolastico austriaco non coincideva col corrispettivo italiano, rendendo così gli insegnanti di tedesco inutili e superflui: essi furono licenziati o trasferiti. Nella scuola si doveva compiere il processo di fascistizzazione e da integrare con i programmi giovanili. Questa situazione portò a diverse mobilizzazioni da parte della popolazione tedesca e creando delle scuole tedesche clandestine. Protagoniste furono le donne che, a loro rischio, organizzarono forme di insegnamento della lingua tedesca e conosciute meglio come Katakomenschulen (scuola delle catacombe in italiano) espressione creata dal canonico Michael Gamper, redattore del giornale Volksbote, così scrisse il 27 novembre 1924.

“Fino a quando non avremo riconquistato la scuola tedesca, non ci resta altra soluzione che la scuola nelle case”

I testi scolastici arrivavano di nascosto dalla Germania e dall’Austria, portato dagli studenti stessi e spesso membri dell’associazione nazionalistica Nibelungen (successivamente Volkischer Kampfring Sudtirols) e nascosti nelle chiese, sagrestie e canoniche. Le Katakomenschulen non erano ad appannaggio del mondo cattolico ma avevano anche un orientamento nazionalistico. Questa situazione non rimaste completamente nascosta ai fascisti: il 25 novembre 1925 il Prefetto Guadagnini affermò

“L’individuazione di un ragguardevole numero di scuole segrete tedesche, specialmente nel territorio fra Bolzano e Salorno, dimostra l’esistenza in Alto Adige di una regolare organizzazione di resistenza che provvede all’assunzione di insegnanti, alla dotazione delle scuole ed al loro finanziamento. […] In questa operazione, alla quale attribuisco un’importanza politica notevole, mi aspetto […] estrema vigilanza, la massima celerità ed energia. […] E’ necessario reprimere tali tentatiti con la massima risolutezza.”

La stampa

Anche nella stampa tedesca la repressione si fece sentire. Giornali e periodici tedeschi fecero del loro meglio per raccontare gli avvenimenti ed informare la popolazione: un pugno nello stomaco per i fascisti che reagirono, inasprendo sempre di più i provvedimenti. L’8 gennaio 1925 il sottoprefetto di Bolzano Vittorelli iniziò una ferrea lotta contro la stampa tedesca, ordinando la censura preventiva dei quotidiani “Der Landsmann”, “Bozner Nachrichten”, “Meraner Zeitung” e il settimanale “Der Volksbote”, accusati di stampare resoconti tendenziosi e anti italiani.

20 gennaio: prima diffida verso il redattore Peter Fuchsbruger de “Der Landsmann” e incolpato di fraternizzare tra i due popoli.

20 febbraio: altra diffida verso Michael Gamper direttore del “Volksbote”.

Il 15 luglio 1923 venne pubblicata una nuova legge secondo cui, ricevere una seconda diffida avrebbe potuto portare alla chiusura del giornale stesso. Cosa che avvenne per molti giornali, “Der Landsmann” in primis il 25 luglio che fu sospeso per violazione dei decreti sui nomi di località e in fine soppresso il 22 ottobre.

L’obiettivo primario di questi provvedimenti era quello di togliere alla popolazione alto atesina la stampa tedesca, limitando la possibilità di unirsi nella lotta contro il nemico comune e limitando il più possibile la loro resistenza e la relativa opposizione allo Stato. I fascisti fecero di tutto per far chiudere tutte le testate giornalistiche, riuscendoci nel febbraio del 1926: l’ultimo editore che chiuse i battenti fu Ellmenreich con il “Meraner Zeitung” con un compromesso, quello di poter pubblicare in tedesco ma sotto la supervisione dei fascisti. La nuova direzione fu data al giornalista Leo Negrelli, addetto all’ufficio stampa del Ministero degli Interni.

La toponomastica e onomastica

La figura di rifermento fu Ettore Tolomei, direttore dell’Istituto di studi per l’Alto Adige a Bolzano e successivamente membro del Senato e colui che escogitò

“i mezzi più raffinati per martirizzare le minoranze etniche in Italia” (Salvemini G., Mussolini diplomatico, Bari, 1952, pag. 439).

Le direttive del governo coincisero con le idee portate avanti da Tolomei: penetrazione nazionale e assimilazione della terra di frontiera. L’unica lingua ammessa fu l’italiano: a scuola, nella stampa e nell’amministrazione pubblica. Non da meno anche nella toponomastica e nell’onomastica: il primo punto da abbattere per snazionalizzare una minoranza o un popolo è proprio quello di togliere la loro lingua madre.

Nel 1923 si attualizzò a rendere l’italiano come lingua ufficiale e unica nelle comunicazioni con e dall’amministrazione pubblica, seguito in un secondo momento nei manifesti, nelle insegne, nelle segnaletiche e così via attraverso il Prontuario dei nomi locali dell’Alto Adige. Le lettere scritte in tedesco non furono mai recapitate.

Un esempio, al limite del ridicolo: un locale sul lago di Garda fu chiuso completamente perché aveva dimenticato di modificare la scritta “Warmwasser” in “acqua calda” su un paiolo. Era vietato usare il nome “Tirol” con tutte le sue denominazioni come “Tiroler”, “Sudtiroler” per lasciare spazio a “Oberetsch”, “etschlander”

(per chi non sa il tedesco: Tirol = Tirolo, regione dell’Austria con capoluogo Bolzano e sostituire, anche nel tedesco, questa parola che riprendeva l’Austria con “Alto Adige” e non più “Sud Tirol”).

Nel 1925 anche nei tribunali l’italiano fu l’unica lingua ammessa: a parte Bolzano che ha sempre avuto la più alta percentuale di italiani, nel resto dell’Alto Adige ben pochi conoscevano l’italiano. Spesso gli imputati dovevano pagarsi di tasca propria un interprete in modo tale da evitare deposizioni viziate o difettose. La questione di quale lingua parlare nei tribunali rimase aperta fino agli anni Ottanta. Solo con gli anni Novanta il tedesco venne ammesso.

 

Bibliografia

Città di Bolzano (a cura di), BZ ’18 – ’45 un monumento, una città, due dittature. Un percorso espositivo nel monumento alla Vittoria, Folio Editore, Vienna – Bolzano e Morellini Editore by Enzimi Srl, Milano, 2016

Gruber, Alfons, L’Alto Adige sotto il fascismo, Casa Editrice Athesia, Bolzano, 1979

Steininger, Rolf, Alto Adige, Sudtirolo: 1918 – 1999, Studien Verlag Ges.m.b.H., Innsbruck, 1999

Treccani, Gian Paolo, Monumenti e centri storici nella stagione della Grande Guerra, Franco Angeli,
Milano, 2015

 

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