Secondo l’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), quella che segue è la definizione del termine Antisemita “Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews. Rhetorical and physical manifestations of antisemitism are directed toward Jewish or non-Jewish individuals and/or their property, toward Jewish community institutions and religious facilities.”
Tale definizione è adottata ufficialmente dall’IHRA dal 26 maggio 2016 e dall’UE dal 2017.
In Europa quindi, il termine “antisemita” significa “legalmente” questo “Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews. Rhetorical and physical manifestations of antisemitism are directed toward Jewish or non-Jewish individuals and/or their property, toward Jewish community institutions and religious facilities.”
La storia del termine però è molto più ampia e complessa, e produce una definizione molto diversa.
E qui sorge per me un problema enorme, perché mi ritrovo con due definizioni, anzi, due significati, uno dei quali è artificiale, calato dall’alto e deve essere accettato (anche per ragioni legali), che non può essere verificato se non con un singolo documento del 2016.
Ed un secondo significato, più ampio, complesso, profondo, che può essere analizzato dal punto di vista storico e linguistico, che può essere verificato attraverso oltre 2 secoli di studi, innumerevoli ricerche e fonti e soprattutto attraverso la comparazione di documenti e fonti prodotte in contesti diversi. Definizione che include la definizione arbitraria dell’IHRA, che nei fatti non risulta inesatta, ma sostanzialmente incompleta.
L’aggettivo “Semitico”
La parola “Semitico” viene coniato nel XVIII secolo, nel 1781 dallo storico tedesco August Ludwig von Schlözer (l’uomo nel ritratto) che trova origine nella “Tavola delle Nazioni” descritta nella Genesi. Versetti 21 – 32.
Mi fa uno strano effetto usare la “bibbia” come fonte, ma in questo il termine semitico viene da lì, non possiamo fare altrimenti.
Riporto i versi per completezza.
21 Anche a Sem, padre di tutti i figli di Eber, fratello maggiore di Jafet, nacque una discendenza.
22 I figli di Sem: Elam, Assur, Arpacsad, Lud e Aram.
23 I figli di Aram: Uz, Cul, Gheter e Mas.
24 Arpacsad generò Selach e Selach generò Eber. 25 A Eber nacquero due figli: uno si chiamò Peleg, perché ai suoi tempi fu divisa la terra, e il fratello si chiamò Joktan.
26 Joktan generò Almodad, Selef, Ascarmavet, Jerach, 27 Adòcam, Uzal, Dikla, 28 Obal, Abimaèl, Saba, 29 Ofir, Avìla e Ibab. Tutti questi furono i figli di Joktan; 30 la loro sede era sulle montagne dell’oriente, da Mesa in direzione di Sefar.
31 Questi furono i figli di Sem secondo le loro famiglie e le loro lingue, territori, secondo i loro popoli.
32 Queste furono le famiglie dei figli di Noè secondo le loro generazioni, nei loro popoli. Da costoro si dispersero le nazioni sulla terra dopo il diluvio.”Genesi 10:21-32
Dai figli di Sem, hanno origine diversi popoli, ad Elam sono associati gli Elamiti, ad Assur gli Assiri, ad Arpacsad i Caldei a Lud i Lidi e ad Aram gli Aramei.
Circa 2800 anni dopo la scrittura della genesi (si stima risalga al III e IV secolo a.c.) la maggior parte di questi popoli non esistono più, al loro posto ne abbiamo di nuovi.
I discendenti degli Elamiti, che dimoravano nell’area del Khuzestan, nel Sud-ovest dell’Iran sono Iraniani.
Gli Assiri, forse i più noti, i loro “discendenti” dimorano tra Iraq, Egitto e Turchia.
Nella bibbia troviamo nomi illustri di Caldei, tra cui Eber e Abramo (da cui discendono Arabi ed Ebrei).
I lidi li troviamo principalmente in Anatolia (l’antico regno di Lidia).
E gli Aramei tra Siria e Libano.
Dalle lingue ai popoli semitici
Tutti questi “popoli”, sappiamo che nel III secolo a.c. vengono conquistati da Alessandro Magno, e con la sua conquista, il greco inizia a diffondersi e fondersi con le precedenti lingue, dando origine a nuove lingue semitiche.
Tra II e I secolo a.c. arrivano i romani, e il latino viene imposto come lingua ufficiale, ma le precedenti lingue continuano ad essere parlate soprattutto tra le fasce più povere della popolazione, e l’evoluzione linguistica in questa fase, sappiamo accelerare notevolmente. Aumentano le differenze linguistiche locali principalmente per i legami con l’Impero.
Tra guerre persiane e partiche, le cose si fanno più difficili. Sul fronte Roma, con la sua presenza militare richiede un latino più rigido, i ribelli e separatisti dal canto loro, rigettano completamente l’uso del latino, visto come la lingua dell’invasore.
Nelle aree più interne invece, lontano ma non troppo dai campi di battaglia, soprattutto presso le corti imperiali, vi è una maggiore pluralità linguistica, e le lingue si miscelano e fondono ulteriormente.
L’Arabo come lingua universale dell’Islam
Nel VII secolo dopo Maometto, l'”arabo” è una lingua semitica profondamente diverso dall’ebraico, e con l’avanzata degli eserciti islamici tra VII e IX secolo, così come era accaduto con il Latino ai tempi dell’avanzata di Roma, ma con alcune differenze, l’arabo viene imposto come lingua ufficiale, è la lingua dell’Islam, ma non delle élite. Alle élite viene chiesto di parlare fluentemente sia Arabo, che Latino e soprattutto Greco. Questo perché dal VI secolo, (più precisamente dal 529), l’accademia di Atene era fuggita dalla Grecia bizantina, e i suoi dotti e filosofi si erano insediati presso l’accademia di Gondishapur, in Persia.
La grande differenza tra imposizione linguistica di Latino ed Arabo, sta nel fatto che i Romani avevano imposto il Latino come lingua delle élite, lasciando al popolo la piena libertà linguistica, mentre gli islamici avevano imposto l’arabo come lingua del popolo, attraverso la conversione religiosa, imponendo però alle élite e intellettuali di conoscere e formarsi sui testi classici, sia in arabo che in lingua originale (i loro scriba, nelle biblioteche sono chiamati a trascrivere e tradurre i classici della letteratura latina e greca, mentre i nostri nelle abazie li cancellavano per far posto ad opere di teologia e preghiere).
La lingua Ebraica sopravvive alla diaspora
Non tutti i popoli conquistati dagli arabi si convertono all’Islam, subendo trattamenti diversi a seconda del momento e dei Sultani nell’area. Alcuni furono più tolleranti, altri più “sovranisti”.
La lingua ebraica è forse l’unico esempio di lingua semitica sopravvissuta alla “grande assimilazione” araba, e sopravvisse grazie per due ragioni.
La prima è che esistevano “bolle” di lingua ebraica anche lontano dalla “terra santa” , in particolare in Europa, e soprattutto, il forte legame tra lingua e fede religiosa, analogo a quello dell’arabo con l’Islam, permise alla lingua ebraica di subire un numero limitato di contaminazioni, soprattutto negli ambienti più “radicali” e “conservatori”.
La nascita del termine Semita
Sul finire del XIX secolo il giornalista tedesco giornalista tedesco Wilhelm Marr utilizza per la prima volta il neologismo “Antisemitismus” ovvero antisemita, siamo per dovere di cronaca, nel 1879.
Marr crea questo termine per ragioni politiche, Marr è un razzista, ed è convinto che il termine “antigiudismo” usato fino a quel momento per indicare l’odio verso la religione ebraica e chi la praticava, era inadatto, cercava qualcosa che subordinasse tale odio ad una questione razziale, nell’opuscolo “La vittoria del giudasismo sul germanesimo” in cui sostiene che ebrei e tedeschi erano impegnati in un conflitto culturale e biologico, utilizza per la prima volta il termine Antisemitismo. Gli Antisemiti di Marr sono tedeschi impegnati a combattere la “minaccia ebraica” nello stato tedesco e in quello stesso anno, Marr fonda la “lega degli antisemiti”, e nel XX secolo questo termine si amplierà ulteriormente.
Come abbiamo visto, Marr conia il termine antisemita nel 1879, si tratta di un neologismo costruito con la fusione di “anti” e “semita”, se il termine “anti” ha una storia e un utilizzo noti, il termine “semita” risulta molto più di nicchia, di fatto nel 1879 quasi nessuno, se non linguisti e studiosi delle lingue antiche conosce questo termine che è relativamente giovane, come detto in apertura, esiste da appena un secolo.
Sembra infatti che il primo ad utilizzare il termine Semita è infatti August Ludwig von Schlözer nel 1781, termine coniato dallo stesso von Schlözer per indicare (tutte) le lingue mediorientali, tra cui il moderno arabo ed il moderno ebraico. Entrambe le lingue per von Schlözer hanno “origini semitiche”, in quanto parlate da popoli discendenti dai figli di Sam secondo la tavola delle nazioni presente nella genesi.
Circa un secolo dopo von Schlözer, Marr utilizzerà la classificazione linguistica di Schlözer per creare delle categoria biologiche, con una sovrapposizione (priva di alcun fondamento scientifico) tra lingua e razza, e tra queste categorie biologiche vi è anche quella dei “semiti”, una categoria di cui fa parte il popolo ebraico (ma non solo), e che diventerà argomento del neologismo “antisemita” creato all’occorrenza per indicare l’avversione raziale verso gli Ebrei (lo so, mi sto ripetendo).
Il moderno significato termine antisemita
Questo termine verrà successivamente ripreso nel XX, principalmente per ragioni politiche e fonetiche… letteralmente “antisemitismo” suonava “bene” e soprattutto meglio di “antigiudaismo”, era un termine forte, evocativo, e quindi viene utilizzato in alcuni casi in maniera esclusiva, per descrivere l’avversione verso gli ebrei per ragioni etniche e razziali, secondo la definizione di Marr del 1879.
Noi oggi utilizziamo il termine Antisemita, nella sua accezione politica, arbitraria e razziale, derivata dalla definizione di Marr, attraverso la definizione rielaborata e adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), (istituita il 26 maggio 2016).
Secondo questa definizione (che in Europa è legale), il termine Antisemita indica (cito testualmente):
“Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews. Rhetorical and physical manifestations of antisemitism are directed toward Jewish or non-Jewish individuals and/or their property, toward Jewish community institutions and religious facilities.”
Si tratta di una definizione articolata e puntuale, che smussa gli angoli e ridefinisce in termine, in funzione degli avvenimenti del XX secolo, che sacrifica in parte l’etimologia e le radici semantiche del termine stesso, in favore di un significato “comune”.
Il termine , al di là del suo significato “legale” e ufficiale, ha anche un significato “profondo”, di natura semantica che può essere ricostruito attraverso lo studio del termine, della sua storia, e di chi l’ha coniato, incrociando fonti e documenti diversi.
Tra significato linguistico e comune, vi è una profonda differenza, la definizione comune e ufficiale deve essere accettata (anche per ragioni legali) e il suo significato può essere verificato (in maniera antiscientifica) accettando dogmaticamente il contenuto di un unico documento (i verbali dell’assemblea planetaria di Bucarest dell’IHRA del 26 maggio 2016), il significato linguistico e semantico invece, può essere ricostruito, con metodologie di indagine scientifica, linguistica e storiografica, attraverso fonti molteplici, di autori differenti e studiando il contesto storico in cui tale termine nasce ed evolve.
Scavando a ritroso troviamo le radici del termine, degli elementi che lo compongono, le personalità che l’hanno coniato e la loro storia, e insieme questi elementi ci forniscono il reale significato di un termine, che risulta essere molto più ampio e complesso.
Vi è allo stesso modo, la comprensibile necessità di semplificare la comprensione di un termine che porta con se una pesante, profonda e brutale eredità, che ha legato in maniera indissolubile questo termine alle sofferenze del popolo ebraico. Un contesto non deducibile dal termine che rischia di perdersi, e la cui memoria va in qualche modo “preservato”.
Considerazioni personali
Personalmente, pur comprendendone le ragioni, non sono particolarmente favorevole all’utilizzo di una definizione “legale” e limitata di un termine che significa anche altro, perché in questa definizione limitata e circoscritta ad uno solo dei “figli di Sem” citati nella bibbia, si va a cancellare una parte di una storia ampia e complessa, che invece andrebbe compresa, studiata e preservata nel suo insieme.
Il termine antisemita, nasce espressamente per indicare l’odio della popolazione tedesca nei confronti della popolazione ebraica tedesca, a differenza del termine semita che invece nasce per classificare diverse lingue mediorientali.
Preferirei un utilizzo genuino del termine, senza imposizioni giuridiche sul significato di un termine, perché per me, una “definizione legale” di un termine, ricorda, forse in maniera errata, un “brevetto”, è come se ci fosse una licenza d’uso e a me questa cosa da fastidio. Forse perché sono da sempre un sostenitore della filosofia dell’open-source, e mi fa uno strano effetto pensare che un termine abbia una definizione e un significato che non segue la naturale evoluzione linguistica, che non sia deducibile con studi etimologici, ma che sia ma sostanzialmente artificiale.







