Antisemitismo, tra etimologia e definizione IHRA

Secondo l’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), quella che segue è la definizione del termine Antisemita “Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews. Rhetorical and physical manifestations of antisemitism are directed toward Jewish or non-Jewish individuals and/or their property, toward Jewish community institutions and religious facilities.”

Tale definizione è adottata ufficialmente dall’IHRA dal 26 maggio 2016 e dall’UE dal 2017.

In Europa quindi, il termine “antisemita” significa “legalmente” questo “Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews. Rhetorical and physical manifestations of antisemitism are directed toward Jewish or non-Jewish individuals and/or their property, toward Jewish community institutions and religious facilities.”

La storia del termine però è molto più ampia e complessa, e produce una definizione molto diversa.

E qui sorge per me un problema enorme, perché mi ritrovo con due definizioni, anzi, due significati, uno dei quali è artificiale, calato dall’alto e deve essere accettato (anche per ragioni legali), che non può essere verificato se non con un singolo documento del 2016.

Ed un secondo significato, più ampio, complesso, profondo, che può essere analizzato dal punto di vista storico e linguistico, che può essere verificato attraverso oltre 2 secoli di studi, innumerevoli ricerche e fonti e soprattutto attraverso la comparazione di documenti e fonti prodotte in contesti diversi. Definizione che include la definizione arbitraria dell’IHRA, che nei fatti non risulta inesatta, ma sostanzialmente incompleta.

L’aggettivo “Semitico”

La parola “Semitico” viene coniato nel XVIII secolo, nel 1781 dallo storico tedesco August Ludwig von Schlözer (l’uomo nel ritratto) che trova origine nella “Tavola delle Nazioni” descritta nella Genesi. Versetti 21 – 32.

Mi fa uno strano effetto usare la “bibbia” come fonte, ma in questo il termine semitico viene da lì, non possiamo fare altrimenti.

Riporto i versi per completezza.

21 Anche a Sem, padre di tutti i figli di Eber, fratello maggiore di Jafet, nacque una discendenza.
22 I figli di Sem: Elam, Assur, Arpacsad, Lud e Aram.
23 I figli di Aram: Uz, Cul, Gheter e Mas.
24 Arpacsad generò Selach e Selach generò Eber. 25 A Eber nacquero due figli: uno si chiamò Peleg, perché ai suoi tempi fu divisa la terra, e il fratello si chiamò Joktan.
26 Joktan generò Almodad, Selef, Ascarmavet, Jerach, 27 Adòcam, Uzal, Dikla, 28 Obal, Abimaèl, Saba, 29 Ofir, Avìla e Ibab. Tutti questi furono i figli di Joktan; 30 la loro sede era sulle montagne dell’oriente, da Mesa in direzione di Sefar.
31 Questi furono i figli di Sem secondo le loro famiglie e le loro lingue, territori, secondo i loro popoli.
32 Queste furono le famiglie dei figli di Noè secondo le loro generazioni, nei loro popoli. Da costoro si dispersero le nazioni sulla terra dopo il diluvio.”

Genesi 10:21-32

Dai figli di Sem, hanno origine diversi popoli, ad Elam sono associati gli Elamiti, ad Assur gli Assiri, ad Arpacsad i Caldei a Lud i Lidi e ad Aram gli Aramei.

Circa 2800 anni dopo la scrittura della genesi (si stima risalga al III e IV secolo a.c.) la maggior parte di questi popoli non esistono più, al loro posto ne abbiamo di nuovi.
I discendenti degli Elamiti, che dimoravano nell’area del Khuzestan, nel Sud-ovest dell’Iran sono Iraniani.
Gli Assiri, forse i più noti, i loro “discendenti” dimorano tra Iraq, Egitto e Turchia.
Nella bibbia troviamo nomi illustri di Caldei, tra cui Eber e Abramo (da cui discendono Arabi ed Ebrei).
I lidi li troviamo principalmente in Anatolia (l’antico regno di Lidia).
E gli Aramei tra Siria e Libano.

Dalle lingue ai popoli semitici

Tutti questi “popoli”, sappiamo che nel III secolo a.c. vengono conquistati da Alessandro Magno, e con la sua conquista, il greco inizia a diffondersi e fondersi con le precedenti lingue, dando origine a nuove lingue semitiche.

Tra II e I secolo a.c. arrivano i romani, e il latino viene imposto come lingua ufficiale, ma le precedenti lingue continuano ad essere parlate soprattutto tra le fasce più povere della popolazione, e l’evoluzione linguistica in questa fase, sappiamo accelerare notevolmente. Aumentano le differenze linguistiche locali principalmente per i legami con l’Impero.

Tra guerre persiane e partiche, le cose si fanno più difficili. Sul fronte Roma, con la sua presenza militare richiede un latino più rigido, i ribelli e separatisti dal canto loro, rigettano completamente l’uso del latino, visto come la lingua dell’invasore.

Nelle aree più interne invece, lontano ma non troppo dai campi di battaglia, soprattutto presso le corti imperiali, vi è una maggiore pluralità linguistica, e le lingue si miscelano e fondono ulteriormente.

L’Arabo come lingua universale dell’Islam

Nel VII secolo dopo Maometto, l'”arabo” è una lingua semitica profondamente diverso dall’ebraico, e con l’avanzata degli eserciti islamici tra VII e IX secolo, così come era accaduto con il Latino ai tempi dell’avanzata di Roma, ma con alcune differenze, l’arabo viene imposto come lingua ufficiale, è la lingua dell’Islam, ma non delle élite. Alle élite viene chiesto di parlare fluentemente sia Arabo, che Latino e soprattutto Greco. Questo perché dal VI secolo, (più precisamente dal 529), l’accademia di Atene era fuggita dalla Grecia bizantina, e i suoi dotti e filosofi si erano insediati presso l’accademia di Gondishapur, in Persia.

La grande differenza tra imposizione linguistica di Latino ed Arabo, sta nel fatto che i Romani avevano imposto il Latino come lingua delle élite, lasciando al popolo la piena libertà linguistica, mentre gli islamici avevano imposto l’arabo come lingua del popolo, attraverso la conversione religiosa, imponendo però alle élite e intellettuali di conoscere e formarsi sui testi classici, sia in arabo che in lingua originale (i loro scriba, nelle biblioteche sono chiamati a trascrivere e tradurre i classici della letteratura latina e greca, mentre i nostri nelle abazie li cancellavano per far posto ad opere di teologia e preghiere).

La lingua Ebraica sopravvive alla diaspora

Non tutti i popoli conquistati dagli arabi si convertono all’Islam, subendo trattamenti diversi a seconda del momento e dei Sultani nell’area. Alcuni furono più tolleranti, altri più “sovranisti”.

La lingua ebraica è forse l’unico esempio di lingua semitica sopravvissuta alla “grande assimilazione” araba, e sopravvisse grazie per due ragioni.

La prima è che esistevano “bolle” di lingua ebraica anche lontano dalla “terra santa” , in particolare in Europa, e soprattutto, il forte legame tra lingua e fede religiosa, analogo a quello dell’arabo con l’Islam, permise alla lingua ebraica di subire un numero limitato di contaminazioni, soprattutto negli ambienti più “radicali” e “conservatori”.

La nascita del termine Semita

Sul finire del XIX secolo il giornalista tedesco giornalista tedesco Wilhelm Marr utilizza per la prima volta il neologismo “Antisemitismus” ovvero antisemita, siamo per dovere di cronaca, nel 1879.

Marr crea questo termine per ragioni politiche, Marr è un razzista, ed è convinto che il termine “antigiudismo” usato fino a quel momento per indicare l’odio verso la religione ebraica e chi la praticava, era inadatto, cercava qualcosa che subordinasse tale odio ad una questione razziale, nell’opuscolo “La vittoria del giudasismo sul germanesimo” in cui sostiene che ebrei e tedeschi erano impegnati in un conflitto culturale e biologico, utilizza per la prima volta il termine Antisemitismo. Gli Antisemiti di Marr sono tedeschi impegnati a combattere la “minaccia ebraica” nello stato tedesco e in quello stesso anno, Marr fonda la “lega degli antisemiti”, e nel XX secolo questo termine si amplierà ulteriormente.

Come abbiamo visto, Marr conia il termine antisemita nel 1879, si tratta di un neologismo costruito con la fusione di “anti” e “semita”, se il termine “anti” ha una storia e un utilizzo noti, il termine “semita” risulta molto più di nicchia, di fatto nel 1879 quasi nessuno, se non linguisti e studiosi delle lingue antiche conosce questo termine che è relativamente giovane, come detto in apertura, esiste da appena un secolo.

Sembra infatti che il primo ad utilizzare il termine Semita è infatti August Ludwig von Schlözer nel 1781, termine coniato dallo stesso von Schlözer per indicare (tutte) le lingue mediorientali, tra cui il moderno arabo ed il moderno ebraico. Entrambe le lingue per von Schlözer hanno “origini semitiche”, in quanto parlate da popoli discendenti dai figli di Sam secondo la tavola delle nazioni presente nella genesi.

Circa un secolo dopo von Schlözer, Marr utilizzerà la classificazione linguistica di Schlözer per creare delle categoria biologiche, con una sovrapposizione (priva di alcun fondamento scientifico) tra lingua e razza, e tra queste categorie biologiche vi è anche quella dei “semiti”, una categoria di cui fa parte il popolo ebraico (ma non solo), e che diventerà argomento del neologismo “antisemita” creato all’occorrenza per indicare l’avversione raziale verso gli Ebrei (lo so, mi sto ripetendo).

Il moderno significato termine antisemita

Questo termine verrà successivamente ripreso nel XX, principalmente per ragioni politiche e fonetiche… letteralmente “antisemitismo” suonava “bene” e soprattutto meglio di “antigiudaismo”, era un termine forte, evocativo, e quindi viene utilizzato in alcuni casi in maniera esclusiva, per descrivere l’avversione verso gli ebrei per ragioni etniche e razziali, secondo la definizione di Marr del 1879.

Noi oggi utilizziamo il termine Antisemita, nella sua accezione politica, arbitraria e razziale, derivata dalla definizione di Marr, attraverso la definizione rielaborata e adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), (istituita il 26 maggio 2016).

Secondo questa definizione (che in Europa è legale), il termine Antisemita indica (cito testualmente):

“Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews. Rhetorical and physical manifestations of antisemitism are directed toward Jewish or non-Jewish individuals and/or their property, toward Jewish community institutions and religious facilities.”

Si tratta di una definizione articolata e puntuale, che smussa gli angoli e ridefinisce in termine, in funzione degli avvenimenti del XX secolo, che sacrifica in parte l’etimologia e le radici semantiche del termine stesso, in favore di un significato “comune”.

Il termine , al di là del suo significato “legale” e ufficiale, ha anche un significato “profondo”, di natura semantica che può essere ricostruito attraverso lo studio del termine, della sua storia, e di chi l’ha coniato, incrociando fonti e documenti diversi.

Tra significato linguistico e comune, vi è una profonda differenza, la definizione comune e ufficiale deve essere accettata (anche per ragioni legali) e il suo significato può essere verificato (in maniera antiscientifica) accettando dogmaticamente il contenuto di un unico documento (i verbali dell’assemblea planetaria di Bucarest dell’IHRA del 26 maggio 2016), il significato linguistico e semantico invece, può essere ricostruito, con metodologie di indagine scientifica, linguistica e storiografica, attraverso fonti molteplici, di autori differenti e studiando il contesto storico in cui tale termine nasce ed evolve.

Scavando a ritroso troviamo le radici del termine, degli elementi che lo compongono, le personalità che l’hanno coniato e la loro storia, e insieme questi elementi ci forniscono il reale significato di un termine, che risulta essere molto più ampio e complesso.

Vi è allo stesso modo, la comprensibile necessità di semplificare la comprensione di un termine che porta con se una pesante, profonda e brutale eredità, che ha legato in maniera indissolubile questo termine alle sofferenze del popolo ebraico. Un contesto non deducibile dal termine che rischia di perdersi, e la cui memoria va in qualche modo “preservato”.

Considerazioni personali

Personalmente, pur comprendendone le ragioni, non sono particolarmente favorevole all’utilizzo di una definizione “legale” e limitata di un termine che significa anche altro, perché in questa definizione limitata e circoscritta ad uno solo dei “figli di Sem” citati nella bibbia, si va a cancellare una parte di una storia ampia e complessa, che invece andrebbe compresa, studiata e preservata nel suo insieme.

Il termine antisemita, nasce espressamente per indicare l’odio della popolazione tedesca nei confronti della popolazione ebraica tedesca, a differenza del termine semita che invece nasce per classificare diverse lingue mediorientali.

Preferirei un utilizzo genuino del termine, senza imposizioni giuridiche sul significato di un termine, perché per me, una “definizione legale” di un termine, ricorda, forse in maniera errata, un “brevetto”, è come se ci fosse una licenza d’uso e a me questa cosa da fastidio. Forse perché sono da sempre un sostenitore della filosofia dell’open-source, e mi fa uno strano effetto pensare che un termine abbia una definizione e un significato che non segue la naturale evoluzione linguistica, che non sia deducibile con studi etimologici, ma che sia ma sostanzialmente artificiale.

ICE in Italia rischio, paranoia o strategia?

Continua ad esserci molta tensione e polemica in merito all’arrivo dell’ICE in Italia. Su questo punto voglio fare una riflessione.

Non tutti gli agenti ICE sono uguali, e non è la classica de-generalizzazione, in questo caso è fisiologico e strutturale.

L’ICE negli USA si compone di due grandi gruppi, uno in servizio da anni, reclutato e addestrato secondo rigidi parametri, altamente qualificato e competente, ed uno in servizio “volontario” quinquennale, reclutato tramite una campagna lampo voluta da Trump, non addestrati, non qualificati, in sostanza, incompetenti.

Reclutamento di massa nell’ICE

Nel 2025 l’agenzia Immigration and Customs Enforcement, meglio nota come ICE, ha visto un incremento del proprio personale passato da 10.000 a oltre 22.000 agenti. Il tutto è avvenuto tramite una massiccia campagna di reclutamento, sostenuta anche con il pacchetto legislativo OBBBA (One Big Beautiful Bill) con cui sono stati stanziati circa 30 miliardi di dollari a sostegno dell’agenzia e con tempistiche da guerra.

Il reclutamento, oltre ai canali ufficiali standard, è passato anche da fiere delle armi, rodei ed altri eventi pubblici molto frequentati da militaristi appassionati di armi. Un reclutamento massivo e volontario, con ferma quinquennale potremmo dire, che dava ai candidati la possibilità di accedere, oltre allo stipendio da agente senior, anche ad un bonus complessivo fino a 50.000$ a rimborso dei prestiti universitari o benefici pensionistici.

Inoltre sono stati aboliti i limiti di età, portando l’età minima a 18 anni e abolendo l’età massima dei volontari (precedentemente fissata a 40 anni).

Altra importante modifica nella campagna d reclutamento massivo, ha riguardato i tempo di addestramento, sostanzialmente dimezzati, passando dalle 13 settimane dell’addestramento standard, a sole 6 settimane.

Nel complesso l’organico dell’ICE, come anticipato è passato da 10.000 a 22.000 agenti operativi, di cui oltre 12.000 non sufficientemente addestrati, e impossibili da distinguere per età anagrafica dai veri agenti “senior” addestrati e in servizio da anni.

Divisione strategica degli agenti

Questa divisione è centrale per comprendere le diverse modalità d’azione dell’ICE nei vari stati degli USA. Possiamo semplificare il tutto dicendo che, nelle città e negli stati in cui ci sono stati abusi e condotte irregolari da parte dell’ICE, e a cui hanno fatto seguito scontri, vi fosse una maggiore componente di agenti neoassunti e incompetenti, rispetto ad altre città e stati.

In questa generalizzazione fingeremo o accetteremo, che dir si voglia, che non sia un caso l’invio dei peggiori esemplari reclutati nell’ICE nelle città più “ostili” alla presidenza di Trump, e degli agenti più competenti, negli stati “amici”, così da poter raccontare alla nazione di luoghi più pericolosi e mal gestiti dai democratici, e una maggiore sicurezza e migliore gestione negli stati repubblicani e MAGA.

Il “vero” ruolo dell’ICE in Italia

Preso nota di questa differenza nell’organico dell’ICE, personalmente ritengo che la scelta di inviare l’ICE in Italia sia frutto di una strategia, concordata, che ha un doppio fine e che non riguarda la salvaguardia e la sicurezza della delegazione USA e va a vantaggio tanto della destra italiana quanto di Trump.

Se nella prima parte abbiamo osservato dati concreti, da qui in avanti siamo in campo ipotetico speculativo, quella che presenterò è una teoria, non supportata da alcuna prova.

Partiamo da Trump, l’obbiettivo è quello di “ripulire” l’immagine dell’ICE fuori dagli USA, delegittimare i cronisti che negli USA stanno raccontando la brutalità e le violenze degli agenti ICE, mostrando ad una stampa internazionale, “non politicizzata” e “seria” che seguirà le Olimpiadi, il “vero volto dell’ICE”, quello non violento e professionale.

Dall’altro, il vantaggio per l’Italia è che questa sobrietà di facciata si scontrerà con contestazioni, manifestazioni, scioperi, permettendo alla destra italiana di delegittimare i propri contestatori e oppositori e soprattutto spingere sull’acceleratore della repressione, che chiamano sicurezza, “legittimati” dalla stampa internazionale, sempre autentica, seria e non politicizzata, che racconterà di insensate manifestazioni violente organizzate dalla sinistra.

Se questa teoria dovesse risultare corretta, questa strategia può essere scardinata evitando manifestazioni e contestazioni inutili e controproducenti… ma temo, che la sinistra italiana, sia talmente stupida da cadere in quella che è un evidente trappola… Un po’ come Frieren che vedendo un Mimic e con la consapevolezza che al 99,9% sia un Mimic, ci si tuffa dentro, perché c’è lo 0,01% di possibilità che contenga un grande tesoro.

La congiura dei Pisoni | L’inizio della follia di Nerone?

Nel 65 a.c. Nerone sventa la congiura dei Pisoni diventando sempre più paranoico e diffidente.

Nerone inizia a governare in maniera sempre più autoritaria, si circonda di persone accondiscendenti, fornisce poteri speciali e protezione imperiale, a miliziani che rispondono esclusivamente a lui. Dichiara internamente guerra allo stato romano, mette in discussione alleanze “internazionali” e dilapida il tesoro imperiale per ragioni futili e personali. E in fine, nel 68 a.c. una nuova cospirazione metterà fine al principato. Da un certo punto di vista l’ultimo di un era, l’ultimo della dinastia giulio claudia.

Alla morte di Nerone segue una nuova fase di guerra civile, conflitti, violenze, come non se ne vedevano a Roma da oltre un secolo, da cui uscirà vittorioso Vespasiano che inaugurerà unna nuova dinastia.

Quella della congiura di Pisone e l’inizio della follia di Nerone è una storia vecchia di 2000 anni, e pure, l’eco di quelle vicende arriva fino a noi e si riversa nell’attualità come un inquietante profezia.

La congiura

Anno 65 d.C. Nerone regna e governa su Roma, quasi convinto di essere un dio vivente. E nella realtà è l’uomo più potente del proprio tempo. Ma se c’è una cosa che la mitologia ha insegnato agli antichi, è che anche gli dei possono cadere.

Tra l’incendio di Roma, le persecuzioni dei cristiani, Nerone si fa tanti nemici, ma riesce comunque a tenere buono il popolo romano, a spese dei senatori e del senato. In questo contesto, alcuni senatori, cavalieri, pretoriani e letterati si uniscono contro Nerone mossi da rancori personali e il desiderio di un principe migliore o ancora meglio, tornare alla repubblica. 

Tacito, negli Annales racconta che i cospiratori, sostenuti da Fenio Rufo e Suburio Flavio, designarono Gaio Calpurnio Pisone come nuovo imperatore, e si prepararono ad assassinare Nerone, durante i giochi al Circo Massimo. Secondo il piano, Plauzio Laterano avrebbe finto di supplicare Nerone per poi colpirlo, con i complici che acclamavano Pisone.​

La congiura venne però scoperta, uno dei liberti di Flavio Scevino, denunciò il padrone per avergli ordinato di affilare un pugnale e preparare bende, rivelando legami con Antonio Natale e Pisone. 

Negli Annales Tacito racconta che Natale, sotto tortura, confessò la congiura e fece i nomi di diversi congiurati, tra cui anche Seneca. 

Diversamente, la liberta Epicari, denunciata da Volusio Proculo, non cedette alla tortura e si suicidò eroicamente senza tradire nessuno.

Cassio Dione tuttavia, fornisce una versione leggermente diversa della storia. Secondo la sua Storia Romana, la congiura venne scoperta grazie ad alcune confessioni (non ottenute sotto tortura) e voci riguardanti alcune divergenze sul futuro imperatore. Dione sostiene infatti che vi fossero anche piani per sostituire Pisone con Seneca dopo l’uccisione di Nerone. 

La reazione di Nerone quando scoprì la congiura fu brutale. Ordinò esecuzioni sommarie e suicidi: Pisone e Seneca si tolsero la vita, Tacito ci dice che Seneca fu costretto al veleno  quanto a pisone, invece, abbiamo meno informazioni.

Secondo le fonti ufficiali, la congiura coinvolse almeno 41 persone, tra cui circa 19 senatori. 

Dopo la Congiura, Nerone accentuò le proprie paranoie, diventando sempre più sospettoso, diffidente, e agendo in maniera sempre più autoritaria e irrazionale, cosa che avrebbe portato ad una nuova congiura nel 68 d.C. con cui avrebbe avuto fine la Dinastia Giulio Claudia, innescato una nuova fase di guerra civile, ma questa è un altra storia.

Fonti:

Tacito – Annales
Svetonio – Vita Neronis
Cassio Dione – Storia romana ( Libro LXII)

Vannacci racconta la “sua verità” sul fascismo a Il Giornale

Sabato 15 Novembre 2025, su Il Giornale è uscito un articolo a firma Roberto Vannacci, in cui l’eurodeputato della Lega ed ex generale italiano racconta la propria verità sul fascismo, l’articolo si intitola per l’appunto “Vi racconto la mia verità sul fascismo”.

Già che l’articolo propone una lettura soggettiva del fascismo è qualcosa di profondamente sbagliato e antistorico, da cui, probabilmente, persino Indro Montanelli, padre de Il Giornale, che fascista lo è stato davvero quando il fascismo governava l’Italia, ne avrebbe preso le distanze.

Si tratta di un articolo carico di contraddizioni ed errori, permeato da una narrazione soggettiva e parziale della storia italiana, in particolare del ventennio fascista. Un articolo che si apre e chiude con una serie di parole e pensieri vuoti che contraddicono tutto ciò che viene detto nel mezzo.

Vannacci contesta il “pensiero unico” chi lo contesta evidenziando allo stesso tempo le nostalgie e simpatie di Vannacci, per un sistema che si regge sul pensiero unico. Il Fascismo. Nostalgie e simpatie che ammette tra le righe e mai direttamente, ma che non contesta, non nega, e che rivendica nel difendere i propri eroi, che eroi non furono, i militari della Decima Mas, che per l’Italia Repubblicana furono criminali di guerra, traditori e disertori.

Il cuore dell’articolo è attacco diretto a chi, come me, ha contestato i suoi continui sproloqui e le sue affermazioni errate, mistificatrici e parziali sul Fascismo, un fascismo che Vannacci dimostra di non conoscere e non comprendere.

Vannacci sostiene che tra il 1923 e il 1938, Mussolini venne eletto e governò nel rispetto dello Statuto Albertino. Questa affermazione è apparentemente vera, ma non lo è del tutto, e serve comprende il contesto di quegli anni, la realtà storica e politica di quegli anni, il come e perché venne eletto e rieletto. Tutti dettagli che per Vannacci non sembrano rilevanti. Ciò che per lui conta è che Mussolini venne eletto e nominato capo del governo. Che quella nomina venne estorta, che le successive elezioni furono una farsa in cui agli italiani era consentito scegliere tra votare per il fascismo o essere pestati, o uccisi di fronte alla propria famiglia, non sembra essere un dettaglio rilevante.
A questi si aggiunge un gravissimo e pericolosissimo utilizzo di anacronismo, concetti e modelli che in quel mondo non erano in uso.

Vannacci prova a tracciare un parallelo tra la nostra costituzione e lo Statuto Albertino, la “costituzione” del regno d’Italia, ed applica in questo parallelismo principi repubblicani e concetti propri della nostra democrazia, tra cui in primis il peso, il significato e il valore di una costituzione che non era presente in quell’Italia. Vannacci guarda a quel sistema politico, quello del regno d’Italia, che era profondamente diverso dal nostro, come se si reggesse sugli stessi meccanismi che l’Italia repubblicana ha adottato proprio perché quel sistema aveva permesso l’ascesa di Mussolini e del Fascismo.

Vannacci nel proprio intervento dice che Mussolini venne eletto e governò nel rispetto dello Statuto Albertino, ma omette di dire che dal 23 al 38, venne eletto non per effetto di un voto libero, e che governò con la forza, sulla base di leggi scritte dai Fascisti, che si sovrapponevano totalmente allo statuto albertino e che modificarono profondamente sia lo lo statuto che le istituzioni italiane dell’epoca. Omette di dire che il parlamento venne depotenziato prima con la Legge Acerbo(che per inciso, fu una legge voluta e scritta non solo dai Fascisti) e poi con altre riforme tra cui l’istituzione del Gran Consiglio del Fascismo avvenuta nel gennaio del 23, a pochi mesi dalla Marcia su Roma.

Parlando della marcia su Roma sostiene che questa “non fu un colpo di stato” ed è vero, la marcia in se non fu un colpo di stato, ma per completezza storica e nell’ottica di una narrazione chiara, imparziale, oggettiva e fattuale, Vannacci dovrebbe dire che la marcia fu parte del colpo di stato Fascista, fu un tassello essenziale al colpo di stato.

Vannacci racconta la Marcia su Roma come un momento unico che ebbe un inizio e una fine, scollegato dal tempo e dal mondo, scollegato dalla politica di quegli anni, e in questa narrazione faziosa, omette di dire che quei circa 15.000 fascisti accorsi a Roma, e ampiamente fomenti dal Congresso di Napoli, erano andati a Roma per fare un colpo di stato, con l’intento di fare un colpo di stato. Erano partiti per prendere il potere e governare sull’Italia, che il re fosse d’accordo o meno. Vannacci non dice che Mussolini si recò dal re chiedendo di governare, non perché avesse il sostegno della maggioranza dei parlamentari, anche perché non aveva la maggioranza del parlamento dalla propria parte e all’atto pratico i fascisti erano una minoranza quasi del tutto irrilevante in quel parlamento, ma perché fuori dalle mura di Roma vi erano a suo dire 40.000 uomini, anzi, 40.000 fascisti, pronti a marciare su Roma, saccheggiare la città, deporre la monarchia e prendere il potere.
Mussolini non diventò capo del governo perché uscito “vincitore” dalle elezioni, ma perché minacciò il re, e il re ignavo Vittorio Emanuele III, cedette a quelle minacce pur di mantenere i propri privilegi.

Vannacci omette di dire che nei 20 anni successivi il Re venne esautorato da qualsiasi ruolo e compito, mantenne formalmente il potere di nominare e deporre il capo del governo, ma non esercitò quel potere prima del 1943.

Si limita a guardare alla Marcia come un evento assestante, scollegato da tutto ciò che portò alla marcia su Roma. E in questo non posso non chiedermi come sia possibile che un ex generale, che per formazione e addestramento dovrebbe essere abituato a guardare al quadro completo, in questa circostanza, e molte altre, non riesca ad avere una visione d’insieme, non posso non chiedermi se si tratti di incompetenza, ignoranza o malafede.

Vannacci in questo racconto mistifica e racconta un fascismo che semplicemente non esiste e non è mai esistito, che non è mai stato reale, se non nei ricordi distorti dei nostalgici di quel periodo e nella narrazione propagandistica che i fascisti sopravvissuti al regime, ci hanno propinato per decenni.

Si chiede sconcertato “come mai tanto accanimento per aver riportato l’opinione di uno studioso e per aver elencato fatti riscontrabili e facilmente verificabili tramite la consultazione di archivi o, magari, di qualche libro non facilmente reperibile nelle scuole”, fingendo di non comprendere la reale motivazione delle critiche mosse verso di lui. Ciò che è stato contestato non l’aver riportato dei fatti, ma che i fatti da lui riportati sono stati riportati in modo fazioso, e sarebbe sufficiente un minimo sforzo per verificare che ciò che dice non corrisponde alla realtà storica. Viene contestato per aver citato alcune osservazioni di Francesco Perfetti, perché quelle osservazioni sono decontestualizzate e stravolgono completamente ciò che lo storico ha scritto nelle proprie opere. Se da una parte è vero che anche Francesco Perfetti, come molti altri storici italiani, sostiene che la marcia su Roma non fu un colpo di stato, è anche vero che lo stesso Perfetti, non separa totalmente la Marcia su Roma dal colpo di stato fascista, ma la ricolloca al posto che le spetta, quello di elemento di pressione sulla monarchia, che contribuì al colpo di stato, e di elemento propagandistico per la costruzione del mito fascista. Vi è una profonda differenza tra ciò che Perfetti ha scritto sul fascismo, e ciò che Vannacci dice Perfetti abbia scritto sul fascismo, quasi come se non avesse idea di cosa Perfetti abbia detto, e citandolo impropriamente.

Vannacci attacca i propri contestatori che gli chiedono una narrazione onesta e completa sul fascismo, poiché nella propria mistificazione Vannacci tende ad omettere, a non dire, a decontestualizzare, e per lui questo è il fatto grave, che gli venga contestata una narrazione parziale. Su Il Giornale Vannacci scrive

L’accusa è implacabile: perché ha omesso di parlare del contesto, delle violenze, delle squadracce, dei manganelli, dell’olio di ricino, della dittatura, del delitto Matteotti, dell’Aventino e, così, ha giustificato una delle più vergognose pagine di storia che l’Italia abbia vissuto facendo apparire le leggi razziali (da me mai nominate) come democratiche e condivise. Quindi: condanna per “non aver detto“.

E se si limitasse a non dire, forse non ci sarebbe neanche troppo di cui parlare, il problema è che nella propria narrazione Vannacci non dice, e ricostruisce sulla base di elementi assento, fornendo una narrazione totalmente alterata della realtà storica. Il suo non dire non è un semplice assente, diventa negazione di passaggi fondamentali, una negazione che stravolge completamente la realtà storica dei fatti che cita. Un quadrato, se privato di un lato, non è più un quadrato, diventa una linea segmentata separata in tre parti, e con un ulteriore modifica, un triangolo equilatero. Ma un triangolo e un quadrato sono figure geometriche diverse. Così come lo sono la realtà storica, verificabile, e la narrazione propagandistica di Vannacci.

Per Vannacci, la tesi dell’accusa è “alquanto strampalata” poiché, a suo dire, cita “fatti storici incontrovertibili” , ma non è vero, e nel dire questo mente, mente perché i “fatti incontrovertibili” di cui parla sono irreali, alterati e privati di elementi che li definiscono.

Dire che Mussolini non uccise Matteotti è indubbiamente vero, ed è innegabile, non è stato Mussolini ad uccidere materialmente Matteotti, ma ciò non toglie che la morte di Matteotti dipese da Mussolini, che ordinò ad una banda di picchiatori, criminali e assassini, il rapimento e pestaggio del deputato. Il fatto che Mussolini non fosse presente non lo discolpa dall’aver ordinato e finanziato quel rapimento e quella aggressione, non vuol dire che non partecipò attivamente all’insabbiamento del caso, o che non che incontrò, la sera stessa del rapimento e dell’omicidio, nel proprio ufficio al Ministero degli Interni, Amerigo Dumini, che Matteotti lo aveva effettivamente pedinato, rapito, pestato e ucciso. E questo lo sappiamo dai registri del ministero degli Interni.

Vannacci punta il dito contro chi lo accusa di giustificare le leggi razziali scrivendo “Anche la tesi secondo cui avrei giustificato le leggi razziali del 38 asserendo che sono state approvate, come effettivamente lo sono state, da un Parlamento e firmate da un re ha del grottesco.

C’è ancora una volta una lettura anacronistica dei fatti che sovrappone le nostre istituzioni democratiche alle istituzioni del fascismo. Se da un lato è vero che le leggi razziali, nel regno d’Italia, furono legittime (nel senso di legali), perché appunto leggi prodotte dallo stato, non è propriamente vero che vennero approvate da un parlamento, poiché nel settembre del 38 il parlamento del regno d’Italia non era un “parlamento”, non discuteva le leggi che produceva, non permetteva la contestazione delle leggi che produceva e si limitava ad approvare le leggi che il gran consiglio del fascismo gli diceva di approvare, e allo stesso modo il Re, si limitava ad approvare le leggi che il gran consiglio gli diceva di approvare, sotto la costante minaccia di deposizione da parte dei fascisti che obbligava il re a sottostare ad un istituzione che teoricamente, era subordinata all’autorità del re. Ciò detto, nel rispondere alla contestazione per cui Vannacci giustificherebbe le leggi razziali, rimane un profondo non detto, ossia la presa di distanza dello stesso Vannacci dalle leggi razziali. Leggi che si limita a dire “erano legittime”. E si, erano “legittime” nel senso di legale, ma ciò non toglie che furono qualcosa di vergognoso, da condannare, rinnegare e da cui prendere le distanze in modo totale, assoluto, e senza ambiguità di sorta.

Vannacci continua dicendo che “Le azioni, gli atti, le leggi non sono giuste o sbagliate in base a chi le intraprende, a chi le approva o a chi le promulga. Sono vergognose in base a ciò che stabiliscono” questo è forse l’unico passaggio del suo intervento che mi sento di condividere, le leggi non sono giuste o sbagliate perché scritte da uomini giusti o malvagi, lo sono per il proprio contenuto. Principio che però, lo stesso Vannacci tende ad applicare in maniera discrezionale.

Superata la parentesi dignitosa, Vannacci precisa che “In Italia, grazie a una legge della Repubblica approvata dal Parlamento, lo stupro era considerato un reato contro la morale sino al 1996.” Senza troppi giri di parole, questa dichiarazione è falsa, poiché la legge a cui fa riferimento Vannacci, ovvero l’articolo 544 del codice penale, rimasto in vigore fino al 1996, non è stato scritto ne approvato dal parlamento della repubblica Italiana. Tale articolo, così come tutto il codice penale, è stato “ereditato” dal precedente Codice Rocco, ovvero il codice penale introdotto dal fascismo nel 1930.

Vannacci parla anche del “delitto d’onore“, articolo 587 del codice penale, abrogato nel 1981), anche in questo caso ereditato dal codice rocco, anche in questo caso risalente al 1930. 

In entrambi i casi quindi non leggi della repubblica, ma leggi di epoca fascista, sopravvissute (insieme all’intero codice Rocco) in età repubblicana per una questione di necessità, con l’istituzione della Repubblica, non era possibile riscrivere totalmente il codice penale dall’oggi al domani, si decise quindi di mantenere il codice Rocco, con alcune modifiche, demandando agli anni a venire l’epurazione di eventuali norme incompatibili con la nuova costituzione italiana, come i sopracitati articolo 544 e 587, che il parlamento dell’Italia repubblicana, già dagli anni 60, cercò di abrogare. La storia di questi articoli è molto interessante perché in entrambi i casi la Democrazia Cristiana ed il Movimento Sociale Italiano, si opposero nettamente alla loro abrogazione poiché contrari, alla morale cristiana e alla tradizione italica.

Come giustamente dice Vannacci, le leggi non sono giuste o sbagliate in base a chi le scrive, ma per ciò che contengono, e in questo caso abbiamo delle leggi sbagliate che qualcuno ha strenuamente difeso per oltre 20 anni in nome della tradizione, e tra loro, anche persone che si dicevano apertamente eredi del Fascismo.

L’articolo di Vannacci continua con un altro errore, sostiene che ad essere condannato per legge sia un periodo storico, ciò non è vero, anche perché non ha alcun senso “condannare per legge un periodo storico”. Ciò che è condannato per legge è il fascismo, che in Italia governò con la forza e istituì un regime dittatoriale, un sistema politico che considera la violenza un valore  e l’eliminazione materiale degli oppositori un dovere.

Vannacci sostiene che non si può condannare a prescindere quegli anni, ed è vero, non si può condannare a priori ciò che accadde tra anni 20 e 30 del novecento senza conoscere la storia di quegli anni, e dice il vero Vannacci quando sostiene che tale periodo va contestualizzato. Il problema è che chi non contestualizza ciò che accadde in quegli anni è proprio Vannacci ed è Vannacci stesso, in quello stesso articolo, a puntare il dito contro chi chiede di contestualizzare quei “fatti” a suo dire “incontrovertibili” che cita in maniera arbitraria e decontestualizzata.

Segue a questa parentesi, quello che non posso definire se non come un delirio nostalgico, in cui citando Alain de Benoist, sostiene che la società moderna basata sul trionfo del pensiero unico, non risparmia neanche la storia. E lo dice chi chiude alle diversità, chi rifiuta l’integrazione, chi non accetta il confronto, chi fa un uso arbitrario, soggettivo e parziale della storia, per ragioni politiche e propagandistiche.

L’articolo, nel proprio insieme, si configura come un trionfo di disonestà intellettuale, carico di contraddizioni e deliri, che guarda con ammirazione a momenti cupi e oscuri della storia italiana, che tra le righe legittima la dittatura fascista, pur non dicendolo direttamente, ma ripetendo che “il governo di Mussolini era legittimo”. La stessa giustificazione che a Norimberga venne utilizzata da molti imputati, e che la corte ritenne non una valida argomentazione.

L’Italia del dopoguerra, nel tentativo di pacificare il conflitto sociale derivato dalla secessione voluta dai fascisti a sostegno dell’occupazione Naziasta, immersa in una rinnovata paura del comunismo sovietico, ha concesso l’amnistia a molti uomini, tra cui numerosi criminali, che negli anni hanno continuato a lavorare contro la Repubblica nel tentativo di restaurare lo stato fascista che li aveva plasmati. Uomini che come Giorgio Almirante e Juno Valerio Borghese hanno provato in ogni modo a corrodere le istituzioni democratiche e prendere il potere con la forza. Tali individui, va ricordato, sono considerati da personaggi come Vannacci (e voglio sperare non da Vannacci) degli eroi, dei riferimenti da seguire, dei modelli da imitare.

Vannacci attacca i propri contestatori perché promotori del pensiero unico, ma poi difende e giustifica le azioni di uomini che ritengono sia giusto picchiare a morte un deputato perché aveva osato contestare una legge proposta dal proprio partito. E non mi riferisco al delitto Matteotti, ma a deputati della Repubblica Italiana in corpo alla Lega, il partito di Roberto Vannacci, mi riferisco ad Igor Iezzi, ad oggi ancora vice-capogruppo vicario della Lega alla Camera dei Deputati, che in questa Legislatura, in aula, nel 2024, ha aggredito, ferito e minacciato il deputato Leonardo Donno del Movimento 5 Stelle.

L’articolo di Vannacci si intitola “vi racconto la mia verità sul fascismo” e per tutto l’articolo incalza contro chi chiede una narrazione oggettiva, fattuale e contestuale del fascismo, ritenendo che la propria interpretazione parziale e soggettiva debba essere non solo accettata, ma anche imposta come verità dogmatica.

Trump gioca d’azzardo con i risparmi degli americani.

Continua il pressing del presidente Donald Trump sul presidente della Federal Reserve Jerome Powell, per via della gestione dei tassi d’interesse sul dollaro che Donald Trump, vorrebbe venissero ribassati molto e velocemente, mentre il presidente della Federal Reserve preferisce un approccio più cauto.

Il diverso approccio tra i due non è solo questione di temperamento, carattere e visione dei due “presidenti”, ma riflette anche gli interessi dei due individui, il primo in quanto presidente eletto, deve rispondere ai propri elettori e procedere lungo la propria linea politica, il secondo invece, in quanto funzionario federale, ha il compito di preservare gli interessi della nazione, della sua economia e il valore del dollaro.

Trump e Powell hanno ruoli diversi che per quanto interconnessi, si incrociano realmente solo poche volte, e difficilmente questo incontro avviene più volte nella vita di un presidente, e questo perché, per preservare la natura indipendente e non politica della Federal Reserve, il suo presidente, pur essendo nominato dal presidente degli USA, non può essere rimosso dal proprio incarico prima della fine del suo mandato o che avvenga un evento drammatico, come ad esempio l’arresto o la morte del suddetto.

Jerome Powell, attuale presidente della FED è in carica da febbraio 2018, e fu proprio l’allora presidente Trump a nominare il governatore repubblicano, molto vicino alla famiglia Bush, alla carica di presidente della FED.

Tra il 2018 e il 2025, l’approccio conservativo e rigoroso di Powell non è mutato, sono però mutati i mercati globali e più in generale l’economia globale, colpita duramente e messa alla prova prima dalla pandemia e poi da vari conflitti in giro per il mondo.

Divergenze tra USA e UE nella gestione dell’inflazione

Scenari geopolitici complessi che il presidente della FED, così come la dirigenza della BCE in Europa, tengono sott’occhio, non prendono sotto gamba, e che costituiscono un elemento determinante per la strategia monetaria da adottare. Di questo l’Unione Europea, va detto, appare più disciplinata e responsabile degli USA, e si è mossa fin dal 2020 per preservare la propria economia, nonostante le crescenti sfide che hanno visto soprattutto nel 2022, un rapito innalzamento dell’inflazione, ai quali l’Europa ha cercato di rimediare con un innalzamento progressivo dei tassi d’interesse sull’Euro, che, a partire dal 2024 ha iniziato a ridurre.

Gli USA invece, soprattutto durante la presidenza Trump, si è detta meno ricettiva alle indicazioni della propria banca centrale e della propria governance, e, a differenza dell’Europa in cui i vari stati membri e la BCE remavano sostanzialmente nella stessa direzione per favorire una riduzione dell’inflazione, negli USA solo la FED sembra andare in quella direzione, mentre il presidente Trump ha intrapreso una serie di iniziative economiche, particolarmente aggressive, tra cui la nuova politica sui dazi e sui migranti, che hanno contribuito ad un nuovo incremento dell’inflazione, rendendo difficile e pericoloso per la FED ridurre i tassi d’interesse sul dollaro.

Detto più semplicemente, la strategia di Trump per rilanciare l’economia USA passa da un inflazione altissima e la svalutazione del dollaro, così che il costo del debito USA, a parità di dollari emessi, sia virtualmente più “basso”. Dall’altra parte, la FED ha tra le proprie priorità quella di mantenere il dollaro alto, così da preservare il potere d’acquisto degli americani.

Due visioni inconciliabili, dipendenti da due cariche non sovrapponibili, che però, il presidente Trump intende controllare.

Non è una novità che Trump minacci di licenziare Powell, cosa che però, non può fare. La carica del presidente della FED è, come già detto, blindata fino a fine mandato.

Se da un lato Trump non può licenziare Powell, dall’altro in vista della fine imminente del suo mandato, Trump può non rinnovare il mandato, e nominare a Marzo 2026 un nuovo presidente della Federal Reserve.

Come viene nominato il presidente della FED

Sebbene il presidente della FED venga nominato direttamente dal presidente USA, va precisato che, a differenza dei membri del gabinetto presidenziale, nel quale il presidente può nominare chiunque, anche un conduttore TV come segretario della difesa… ed ha solo bisogno dell’approvazione del proprio partito al congresso affinché quella nomina venga confermata. Per la nomina del presidente della Federal Reserve, è più complessa.

Anzitutto Trump non può scegliere arbitrariamente, ma può limitare la propria scelta ad una lista di nomi proposti dal senato, generalmente governatori della Federal Reserve, ma non necessariamente, e una volta fatta la propria scelta, il senato ha il compito di votare e approvare la nomina dopo un audizione del candidato di fronte alla commissione bancaria del senato.

La valutazione della commissione bancaria del senato, pur non essendo vincolante, è di enorme rilievo, se infatti la commissione dovesse ritenere un candidato non idoneo, il voto passerebbe comunque al senato, ma difficilmente verrebbe confermato, a meno che non ci sia una precisa volontà politica di nominare quella specifica persona per la carica di presidente della Federal Reserve.

Chi sono i possibili successori di Powell ?

Nominato per la prima volta, da Trump, il 5 febbraio 2018, Jerome Powell è stato il 16° presidente della Federal Reserve e nel 2022, il presidente Biden ha riconfermato Powell per un secondo manato alla guida della FED, mandato che terminerà nel 2026, e viste le tensioni unilaterali tra Trump e Powell, è molto improbabile che il presidente uscente venga nominato per un terzo mandato.

Interrogati sul futuro della FED e sulle dinamiche politiche all’interno del Board of Governors della FED, alcuni economisti hanno indicato i possibili futuri governatori della FED.

Tra i nomi più quotati figurano quelli del governatore Christopher Waller e di Kevin Hassett.

Nomi che hanno riscosso un grande successo anche in sondaggi come quello condotto dal Clark Center for Global Markets della Booth School of Business dell’Università di Chicago e pubblicato sul Financial Times, dove Waller ha ottenuto l’82% di probabilità di nomina, mentre Hassett il 44%. Oltre i due nomi “promossi” dagli economisti, vi sono anche altri nomi più “politici” come ad esempio Marc Sumerlin.

E l’indirizzo politico del candidato non è da sottovalutare e anzi, mai come in questo caso potrebbe essere determinante.

Il prossimo presidente della FED, con molte probabilità, non sarà un economista di rilievo, con esperienza e competenze invidiabili, ma più probabilmente un fedelissimo di Trump e del MAGA, e che, soprattutto, condivida le idee politiche di Trump in materia economica. Ricordiamo ancora una volta che da mesi Trump sta facendo pressioni affinché il tasso d’interesse sul dollaro torni all’1%. Richiesta che Powell non ha minimamente preso in considerazione, procedendo, solo a settembre 2025, con un primo lieve taglio del tasso d’interesse, portato al 4% dal precedente 4,25%.

Un taglio lieve e cauto, che ovviamente non soddisfa minimamente il presidente Trump, ma che permette al dollaro di continuare a valere intorno agli 0,80€ e non precipitare sotto i 0,70€, cosa che si stima possa accadere in caso di taglio troppo rapido del tasso d’interesse.

Oltre ai nomi già citati, vi è un quarto nome tra i papabili, proposto direttamente da Donald Trump, che sembra incarnare le idee economiche del presidente, ovvero l’ex governatore della Federal Reserve Kevin Warsh.

Warsh, Waller e Hassett sono tutti e tre favorevoli ad un più incisivo e veloce taglio dei tassi d’interesse, Waller ed Hassett tuttavia, pur volendo accelerare, prediligono un approccio più cauto, con piccoli tagli frequenti, Warsh invece, potrebbe sostenere la proposta di Trump per un taglio unico dal 4 all’1%, e questa sua vicinanza al presidente, questa sua “lealtà” come l’ha definita lo stesso Trump, e obbedienza al Presidente, anche nel caso in cui dovesse ricoprire una carica indipendente che non risponde e non deve rispondere al presidente, potrebbe essere determinante per la sua nomna.

Trump in questo è stato molto chiaro, il prossimo presidente della FED deve rispettare 2 requisiti fondamentali, essere leale a Trump (non al presidente), e avere la volontà di tagliare i Tassi, questo secondo requisito tuttavia è subordinato al primo, e se Trump dovesse decidere che non si devono più tagliare i tassi, il presidente leale dovrebbe cambiare idea con lui.

Il dilemma dell’incompetente

Per quella che è la visione di Trump e le sue dichiarazioni, la nomina del prossimo presidente della Federal Reserve sembra quindi essere fortemente legata alla lealtà del candidato al presidente Trump.

Trump sa che una volta nominato alla presidenza, il prossimo presidente della FED rimarrà in carica per non meno di 4 anni, e dovrà condividere con il prossimo presidente FED ciò che rimane del suo mandato presidenziale, ha quindi bisogno di una persona di fiducia, che gli obbedisca e che segua le sue direttive, e al di là dell’interferenza del presidente su una carica indipendente che è già di suo molto allarmante, va assolutamente osservato un altro fattore.

Donald Trump è una delle pochissime persone al mondo ad essere riuscito a far fallire un “Casinò”, se vi interessa scriverò un articolo dedicato al Trump Entertainment Resorts, Inc. e al suo fallimento nel 2004 e la sua chiusura definitiva nel 2017.

Oggi Trump sta giocando d’azzardo e gestendo gli USA, in un certo senso, come gestiva il suo casinò, con la differenza che, se all’epoca del TER i soldi del banco erano i suoi, questa volta il banco rischia di perdere i risparmi di oltre 300 milioni di cittadini americani.

Definizione di Bambino secondo la Convenzione sui diritti dell’Infanzia

Il 20 novembre 1989 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la “Convention on the Rights of the Child” che l’Italia ha ratificato il 27 maggio 1991 con la Legge n. 176.

Ad oggi la convenzione sui diritti del bambino è il trattato in materia di diritti umani con il più alto numero di ratifiche al mondo. Solo un paese membri dell’ONU , pur avendo firmato la convenzione, non l’ha mai ratificato, e per il momento non dirò che paese è.

L’Articolo 1 della convenzione, per ad Eyal Mizrahi che ha chiesto a Iacchetti di “definire un bambino”, fornisce proprio la definizione di bambino, o per meglio dire di “fanciullo”.

“Ai sensi della presente Convenzione si intende per fanciullo ogni essere umano avente un’età inferiore a diciott’anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile”

All’articolo due invece, “gli Stati parti si impegnano a rispettare i diritti enunciati nella Convenzione e a garantirli a ogni fanciullo che dipende dalla loro giurisdizione, senza distinzione di sorta e a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza.”

Inoltre, gli Stati parti si impegnano ad adottare “tutti i provvedimenti appropriati affinché il fanciullo sia effettivamente tutelato contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivate dalla condizione sociale, dalle attività, opinioni professate o convinzioni dei suoi genitori, dei suoi rappresentanti legali o dei suoi familiari.

Qui il testo integrale della convenzione.

All’articolo 6, “Gli Stati parti riconoscono che ogni fanciullo ha un diritto inerente alla vita. Gli Stati parti assicurano in tutta la misura del possibile la sopravvivenza e lo sviluppo del fanciullo”

Articolo 11 “Gli Stati parti adottano provvedimenti per impedire gli spostamenti e i non-ritorni illeciti di fanciulli all’estero.

A tal fine, gli Stati parti favoriscono la conclusione di accordi bilaterali o multilaterali oppure l’adesione ad accordi esistenti”

Articolo 16 “Nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione.

Il fanciullo ha diritto alla protezione della legge contro tali interferenze o tali affronti”

Articolo 22 “Gli Stati parti adottano misure adeguate affinché il fanciullo il quale cerca di ottenere lo statuto di rifugiato, oppure è considerato come rifugiato ai sensi delle regole e delle procedure del diritto internazionale o nazionale applicabile, solo o accompagnato dal padre o dalla madre o da ogni altra persona, possa beneficiare della protezione e della assistenza umanitaria necessarie per consentirgli di usufruire dei diritti che gli sono riconosciuti della presente Convenzione e dagli altri strumenti internazionali relativi ai diritti dell’uomo o di natura umanitaria di cui detti Stati sono parti.

A tal fine, gli Stati parti collaborano, nelle forme giudicate necessarie, a tutti gli sforzi compiuti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite e dalle altre organizzazioni intergovernative o non governative competenti che collaborano con l’Organizzazione delle Nazioni Unite, per proteggere e aiutare i fanciulli che si trovano in tale situazione e per ricercare i genitori o altri familiari di ogni fanciullo rifugiato al fine di ottenere le informazioni necessarie per ricongiungerlo alla sua famiglia. Se il padre, la madre o ogni altro familiare sono irreperibili, al fanciullo sarà concessa, secondo i principi enunciati nella presente Convenzione, la stessa protezione di quella di ogni altro fanciullo definitivamente oppure temporaneamente privato del suo ambiente familiare per qualunque motivo”

Articolo 24 “Gli Stati parti riconoscono il diritto del minore di godere del miglior stato di salute possibile e di beneficiare di servizi medici e di riabilitazione. Essi si sforzano di garantire che nessun minore sia privato del diritto di avere accesso a tali servizi…. [continua]”

Articolo 30 “Negli Stati in cui esistono minoranze etniche, religiose o linguistiche oppure persone di origine autoctona, un fanciullo autoctono o che appartiene a una di tali minoranze non può essere privato del diritto di avere una propria vita culturale, di professare e di praticare la propria religione o di far uso della propria

lingua insieme agli altri membri del suo gruppo… [continua]”

Articolo 35 “Gli Stati parti adottano ogni adeguato provvedimento a livello nazionale, bilaterale e multilaterale per impedire il rapimento, la vendita o la tratta di fanciulli per qualunque fine e sotto qualsiasi forma… [continua]”

Articolo 38 (questo devo riportarlo integralmente “Gli Stati parti si impegnano a rispettare e a far rispettare le regole del diritto umanitario internazionale loro applicabili in caso di conflitto armato, e la cui protezione si estende ai fanciulli.

2. Gli Stati parti adottano ogni misura possibile a livello pratico per vigilare che le persone che non hanno raggiunto l’età di quindici anni non partecipino direttamente alle ostilità.

3. Gli Stati parti si astengono dall’arruolare nelle loro forze armate ogni persona che non ha raggiunto l’età di quindici anni. Nel reclutare persone aventi più di quindici anni ma meno di diciotto anni, gli Stati parti si sforzano di arruolare con precedenza i più anziani.

4. In conformità con l’obbligo che spetta loro in virtù del diritto umanitario internazionale di proteggere la popolazione civile in caso di conflitto armato, gli Stati parti adottano ogni misura possibile a livello pratico affinché i fanciulli coinvolti in un conflitto armato possano beneficiare di cure e di protezione.”

Ho voluto riportare qui tutti gli articolo della convenzione che, nella guerra in Palestina, sono stati largamente, ripetutamente e impunemente violati dallo stato sovrano di Israele, il cui dovere, in quanto paese firmatario che ha ratificato la convenzione il 4 agosto 1991, è di proteggere non solo i cittadini israeliani, ma anche e soprattutto i bambini palestinesi vittime di Hamas tanto quanto i bambini israeliani.

All’inizio del post ho detto che la convenzione per i diritti del bambino è la convenzione per i diritti umani con il più alto numero di ratifiche al mondo, e che un solo paese non l’ha ratificata. Considerato quanto c’è scritto nella convenzione, potremmo pensare che a non ratificarla si stato un paese come la Korea del Nord, la Cina, la Russia o l’Arabia Saudita, eppure, la Korea del Nord, nonostante tutto, ha ratificato la Convenzione il 21 settembre 1990. La Cina l’ha ratificata il 2 marzo 1992, la Russia l’ha ratificata il 16 agosto 1990 e tra gli ultimi ad avervi aderito, gli Emirati Arabi Uniti che hanno ratificato la Convenzione il 3 gennaio 1997.

Gli Stati Uniti d’America invece, ad oggi, 23 settembre 2025, sono l’unico paese al mondo ad aver firmato ma non ratificato la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

La bandiera palestinese in Campidoglio? Per Feltri è indegna. Ma forse è Feltri ad essere Indegno di essere italiano.

Un lettore de Il Giornale ha scritto al quotidiano nello specifico al direttore Vittorio Feltri, chiedendo cosa ne pensasse della bandiera palestinese esposta in campidoglio.

“Caro Donato, ti dirò senza giri di parole quello che penso: vedere sventolare la bandiera palestinese sul Campidoglio, cuore simbolico e istituzionale d’Italia, è stato uno spettacolo indecente. Non è soltanto una provocazione, è un insulto deliberato all’identità, alla storia e ai valori fondanti del nostro Paese.”

In questa prima parte, il direttore Feltri dimostra di non essere degno della cittadinanza Italiana, in quanto non conosce, o forse ignora deliberatamente, la storia della nostra nazione e della nostra repubblica.

Vorrei ricordare infatti al signor Feltri che l’Italia è una repubblica nata e forgiata dalla resistenza al regime nazi-fascista, e che i nostri padri fondatori e costituenti, erano considerati dei terroristi dalle forze di occupazione Naziste, esattamente come oggi, i membri della resistenza palestinese, sono considerati dei terroristi dalle forze di occupazione di Israele.
Tra il 1943 d il 1945 innumerevoli patrioti italiani, fedeli alla nazione, e anche al Re che all’epoca era il capo dello stato, si ritrovarono a combattere contro una forza di occupazione immonda e disumana, che aveva trovato in italia il sostegno dei traditori leali a mussolini e al fascismo.

Quelle persone furono perseguitate massacrate e criminalizzate, e, ancora oggi, soffrono dell’immenso pregiudizio espresso dai nostalgici del fascismo, che per ragioni totalmente infondate, hanno tracciato un parallelismo inesistente tra antifascismo e comunismo.

Feltri continua scrivendo “Il Campidoglio non è un luogo qualsiasi. È Roma. Ed è Roma non solamente in senso geografico, ma culturale, spirituale. È la culla del diritto romano, il fondamento della civiltà giuridica occidentale. È la capitale della cristianità, il centro di irradiazione millenaria dei nostri valori. È il fulcro dell’italianità. E su quel palazzo, in quella sede, deve sventolare solo una bandiera: il tricolore. Tutto il resto è contaminazione ideologica.”

L’idea che Roma sia capitale della cristianità è errata e priva di valore e fondamento storico, al massimo, se proprio vogliamo legare in qualche modo Roma alla religione, possiamo assumere che sia la capitale del cattolicesimo, non della cristianità, vi sono infatti innumerevoli correnti cristiane, dai protestanti ai copti, ecc, che pur credendo in Cristo, negli Apostoli, nell’ascensione e nello spirito santo, non riconoscono l’autorità politica e temporale del pontefice quale capo della chiesa ecumenica, riconoscendo in lui tuttavia, il ruolo prettamente politico di capo dello stato vaticano, ex stato pontificuio.

Va anche detto che per per gran parte della propria storia, oltre 1000 anni, Roma è stata pagana. Roma infatti ha adottato il cristianesimo come religione ufficiale soltanto nel 380 d.c. e tale avvenimento non ha reso Roma la capitale della cristianità, solo con papa Leone I, nel 440, Roma ha visto nascere l’idea della supremazia petrina, ossia che il vescovo di roma fosse il successore di Pietro e in quanto tale dovesse essere il “capo” della chiesa.
In conclusione, Roma è stata una città pagana per oltre 1100 anni, e una città Cattolica per circa 1500 anni.
Sostenere che le radici della civiltà occidentale affondino nella Roma del V secolo dopo cristo è un insulto alla storia di Roma, che per oltre 1000 anni prima di tale momento, ha regnato sul mediterraneo e l’Europa.

Sostenere che le radici di Roma, una civiltà universale che per oltre 1000 anni dalla sua fondazione è stata pagana, siano cristiane, è quanto di più lontano possa esistere dalla realtà. Ancora una volta un insulto alla storia e soprattutto alla storia d’Italia e di Roma.

Feltri continua il suo discorso carico d’odio e di ignoranza sostenendo che “una bandiera straniera in cima ad una sede istituzionale è già di per sé un atto politicamente discutibile.”
In realtà gesto è da sempre un atto di diplomazia e civiltà. Abbiamo sempre affisso bandiere straniere accanto alle nostre, in segno di rispetto e amicizia. Ma comprendo che per Feltri concetti come diplomazia e solidarietà siano evidentementre concetti discutibili…. il che è paradossale se si considera che nell’passaggio precedente rivendicava una tradizione storica “cristiana” per l’Italia. E anche qui dimostra ignoranza e insulta non solo la storia ma anche il cristianesimo e i vangeli. Il messaggio fondamentale del cristianesimo è infatti l’amore, la pace, la solidarietà, il rispetto dell’altro, e non l’odio che Feltri vomita in questo intervento miserabile.

Feltri sostiene che “Esporre la bandiera palestinese, in questo momento storico, è qualcosa di ben peggiore: è uno schiaffo a Israele, Paese democratico, alleato dell’Italia, che ha subito un massacro terroristico il 7 ottobre.”

Non vedo in che modo riconoscere lo stato di palestina, previsto dalla stessa risoluzione dell’ONU del 1947 con cui si riconosce lo stato di Israele possa essere uno schiaffo ad Israele, lo è solo nella misura in cui i due stati non sono visti come entità distinte, ma si escludono a vicenda, ma riconoscere la Palestina, la dignità dei suoi abitanti a vivere liberi, non significa disconoscere Israele, si possono infatti riconoscere entrambe le nazioni, come dovrebbe essere. Va inoltre detto che, il vile attentato subito da Israele il 7 ottobre 2023, non c’entra nulla con la Palestina. Tale attentato è stato compiuto da Hamas, non dall’intero popolo palestinese. E come si condanna, giustamente, quell’attentato, vanno condannati e non giustificati i crimini commessi da israele nei tre anni successivi.
I crimini dell’uno non giustificano i crimini dell’altro, sono entrambi deprecabili, un insulto alla civiltà e alla dignità umana, e nel negare i crimini di una delle parti, è il vero atto di infamia e disumanità.

Feltri continua, dicendo che quella bandiera è “anche uno sberleffo ai cittadini italiani che non ne possono più del fanatismo ideologico, delle solidarietà unilaterali, dell’odio travestito da attivismo.”

Un passaggio che contraddice se stesso poiché lo stesso Feltri in questo video, sostiene il terrorismo travestito da diritto alla difesa, mostra una solidarietà unilaterale nei confronti di Israele, e si fa portavoce di un fanatismo ideologico, carico di odio e privo di qualsiasi forma di umanità e dignità.

Come già detto sostenere i diritti civili del popolo palestinese, la sua dignità ad esistere, non significa negare questi stessi diritti ad Israele, entrambi i popoli devono avere gli stessi diritti, la stessa dignità di esistere. E come va condannato Hamas che vorrebbe negare tale diritto ad Israele, così va fatto per Netanyahu e il suo governo che più volte ha dichiarato di voler negare tale diritto al popolo palestinese.

Feltri si chiede con quale logica si possa giustificare una simile esibizione. Davvero qualcuno crede che issare la bandiera palestinese sia un gesto «di pace»? Ed è imbarazzante che ci si possa chiedere se, sostenere il diritto di esistere di un popolo oppresso da bombardamenti quotidiani, sia o meno un segno di solidarietà.

Mi chiedo piuttosto come possa Feltri essere indifferente alle migliaia di morti civili, agli ospedali in fiamme, ai bambini morti di fame, sete e malattia.

Per lui esporre una bandiera “È un gesto fazioso, divisivo, pericoloso. Perché quella bandiera lo si voglia o no è oggi diventata emblema di un mondo che odia l’Occidente”, questa frase è pura follia, priva di alcun senso. Quella bandiera non esprime odio nei confronti dell’occidente, ma anzi, è l’esatto contrario, è una bandiera che si appella ai valori e i principi dell’occidente. Esporre quella bandiera significa riporre fiducia nelle istituzioni occidentali, nella comunità internazionale, nel diritto internazionale. 

Per Feltri, nella sua fanatica e islamofobica visione del mondo quella bandiera significa disprezza la nostra cultura e giustificare la violenza. Eppure, chi sta giustificando la violenza indiscriminata, è proprio Feltri, che rigirando contro di lui le sue stesse parole, considera il popolo palestinese “un nemico da conquistare o da punire”. 

Feltri continua dicendo “Non tutti i palestinesi sono terroristi, certo. Ma quella bandiera è ormai associata a troppi crimini, troppi massacri, troppi festeggiamenti in piazza per attentati contro civili, donne, bambini, anziani.” Lo stesso si può dire della bandiera di Israele, responsabile di oltre 60mila morti, tra cui innumerevoli volontari occidentali della croce rossa e dell’ONU, ma non c’è repulsione verso la bandiera di Israele, ed è giusto che sia così, perché Israele e il suo popolo, non sono responsabili dei crimini di Netanyahu, tale principio però vale anche per il popolo palestinese che non è responsabile dei crimini di Hamas.

Per Feltri, “chi espone oggi la bandiera palestinese, lo fa contro qualcosa, non per qualcosa. È contro Israele, contro l’Occidente, contro le regole della convivenza civile.” in realtà è esattamente il contrario di ciò che sostiene Feltri, chi oggi espone la bandiera palestinese lo fa perché è perché la comunità internazionale riconosca uno stato e un popolo, e riconosca a quel popolo il suo diritto innegabile di esister. Non è contro di noi, non è contro Israele, non è contro il diritto. Al massimo è contro l’oppressione, la violenza indiscriminata, i crimini di guerra, è contro l’odio che nega ad un popolo la sua dignità..

Qui arriva forse il passaggio peggiore dell’intervento di Feltri, dice “E poi, scusami, provaci tu a portare una bandiera italiana a Gaza, a Beirut, a Teheran. Non ti lascerebbero nemmeno entrare. E allora perché mai noi dovremmo sventolare simboli altrui, soprattutto quando sono i simboli di una causa ambigua, intrisa di fanatismo religioso e odio antisemita?”

Per Feltri il fatto che in alcuni posti del mondo i diritti vengono negati, noi dovremmo fare altrettanto, dovremmo prendere esempio da quelle realtà opprimenti e in cui domina l’intolleranza? Non dovremmo invece essere noi l’esempio, promuovere il rispetto e la tolleranza, anche, garantire diritto di esistere e di esprimere le proprie idee anche a chi vorrebbe negare a noi quei diritti?

Se adottassimo la linea di principio proposta da Feltri, lo stesso feltri non dovrebbe avere diritto di parola, e pure dirige un giornale.

Conclude il direttore, dicendo “che abbiamo perso il lume della ragione. In nome di un «progressismo» malato, abbiamo rinunciato ai nostri simboli, alla nostra identità, alla nostra fierezza nazionale.”

Non so di cosa parli feltri, io sono estremamente fiero di essere Italiano, un paese civile, la cui bandiera è segno di uguaglianza, di libertà, è un memento a persone che sono morte per difendere quei principi che Feltri nega e insulta. Feltri si vergogniamo della solidarietà, dei principi cristiani, dell’umanesimo, che costituiscono i principi fondamentali della nostra costituzione, che sono espressi dal nostro tricolore, e dunque, nel dirsi “disgustato da un italia progressista” veltri si dice disgustato dalla costituzione italiana, dai suoi principi democratici e repubblicani, dalla sua dedizione incondizionata alla pace.

C’è però un passaggio di questo intervento di Feltri, che condivido, ma che per assurdo, contraddice tutto ciò che Feltri ha scritto fino a quel momento. Il direttore scrive “chi vuole la pace deve sostenere chi difende la civiltà, non chi la minaccia. Chi crede nella libertà, nella democrazia, nel diritto…” il passaggio continua dicendo che “… non può mettere sullo stesso piano uno Stato come Israele e una organizzazione terroristica come Hamas. La smettano una volta per tutte con questi gesti di servilismo mascherato da solidarietà. E si ricordino che la bandiera italiana non è un optional: è l’unico simbolo che ha il diritto di sventolare sulla casa degli italiani.”

Ho diviso in due quel passaggio perché, sono totalmente d’accordo con la prima parte, “chi vuole la pace deve sostenere chi difende la civiltà, non chi la minaccia. Chi crede nella libertà, nella democrazia, nel diritto” ma non sono e non posso essere d’accordo con la seconda, perché chi uccide in nome dell’odio, chi nega a qualcuno il diritto di esistere, chi si batte affinché un popolo non venga riconosciuto come tale, chi ha sulla coscienza decine di migliaia di vittime civili, deve essere necessariamente posto sullo stesso piano di qualunque altro criminale regime criminale. 

Non vi è distinzione tra i leader di Hamas e i leader dell’attuale governo Israeliano, così come non c’è differenza tra il popolo palestinese e quello israeliano, negarlo è un insulto alla fingità umana, difendere l’uno e condannare l’altro, riconoscere all’uno il diritto di esistere e negarlo all’altro, è qualcosa di vergognoso, indecoroso, disgustoso e spregevole. Una manifestazione d’odio contro la dignità umana.

BBVA Rilancia l’Offerta su Sabadell: Maxi-Proposta da 19,5 Miliardi

La banca spagnola BBVA torna all’attacco di Banco Sabadell e rilancia la propria offerta d’acquisto con un incremento del 10%.

Con questa proposta che porta il valore totale dell’offerta a 19,5 miliardi di euro, BBVA cerca di superare l’empasse in cui si è ritrovata con la precedente offerta da 12,2 miliardi respinta dal CDA Sabadell lo scorso 12 settembre.

Per essere più precisi BBVA ha proposto uno scambio di azioni per cui verrà offerta 1 azione BBCA per ogni  4,8376 azioni Sabadell, de facto valutando le azioni 3,39€ contro i 3,08€ precedenti.

Si tratta di un’offerta molto vantaggiosa che dovrà essere discussa dal consiglio di amministrazione di banco Sabadell.

Secondo quanto riportato da BBVA se l’operazione di acquisto dovesse essere accettata (e quindi otterrà il voto favorevole del 50%+1 degli aventi diritto di voto), la fusione tramite acquisizione, per gli azionisti di Sabadell, sarà fiscalmente neutra. In altri termini, non ci saranno quindi oneri fiscali per gli azionisti Sabadell che scambieranno le proprie azioni in azioni BBVA.

Se l’operazione di fusione andrà a buon fine, gli azionisti Sabadell acquisiranno una partecipazione del 15,3% nella nuova entità bancaria dal valore complessivo di 127 miliardi di euro. 

Vantaggi per azionisti Sabadell e BBVA

Secondo quanto riportato da BBVA in un comunicato stampa post CDA di lunedì 22 settembre 2025, si stima che questa fusione potrebbe aumentare l’utile per azione di Sabadell del 41%, un incremento che va ben oltre la continuazione come entità indipendente. Il premio offerto, già superiore alla media delle acquisizioni bancarie europee, è stato ulteriormente rafforzato da questa nuova proposta.

Per quanto riguarda invece gli azionisti che avevano già accettato la precedente offerta, nulla di cui preoccuparsi in quanto beneficeranno automaticamente delle condizioni migliorate della nuova offerta. Decisione quest’ultima che mira a rafforzare la fiducia e l’equità del processo di fusione.

Infine, ma non meno importante, l’acquisizione rappresenta un vantaggio anche per gli azionisti BBVA, per i quali si stima un aumento dell’utile per azione di circa il 3% già dal primo anno. BBVA inoltre prevede un rendimento del capitale investito del 17% che dovrebbe avere un impatto limitato sul loro coefficiente di capitale CET1, che a chiusura sarebbe pari a -21 punti base. Si stima che, tale impatto, a seguito della vendita dell’unità britannica TSB di Sabadell e del pagamento di un dividendo straordinario, dovrebbe trasformarsi in un aumento di 40 punti base.

I prossimi passi

Al momento il periodo di accettazione dell’offerta è ancora in fase di approvazione da parte della CNMV, l’autorità di regolamentazione spagnola. Una volta ottenuta l’approvazione tuttavia, il periodo di accettazione riprenderà per i restanti giorni dei 30 originali.

Nuovo attacco di Trump alla FED “Powell dovrebbe dimettersi subito”

Nuovo attacco di Trump alla FED “Powell dovrebbe dimettersi subito”

Continua la pericolosa guerra di Trump alle istituzioni USA. Il presidente torna ad attaccare Jerome Powell per come sta dirigendo la FED e a chiederne le dimissioni.

Secondo il presidente USA, l’attuale presidente della FED dovrebbe dimettersi ma pur essendo una carica nominata dal Presidente USA (e Powell è stato nominato da Trump, poi confermato da Biden), il presidente non ha l’autorità ne il potere di rimuoverlo dall’incarico prima della fine del mandato di 4 anni.

Le dimissioni volontarie sono quindi l’unico modo in cui Powell può essere “rimosso” dalla direzione della FED prima della fine del suo mandato, mandato che terminerà a maggio 2026.

Il motivo per cui il presidente USA può nominare, ma non deporre un presidente della FED è legato a diverse chiamiamole “clausole di sicurezza” che blindano la presidenza della FED e il suo consiglio di amministrazione, in modo che eventuali cambi politici al congresso e alla casa bianca, non influiscano sulla sua direzione, e per separare i due poteri “presidenza USA e presidenza FED” le nomine avvengono in maniera asincrona, entrambe le cariche hanno 4 anni, e il presidente USA nomina un presidente FED, circa un anno dopo l’inizio del proprio mandato. Per quanto riguarda i membri del CDA invece, questi rimangono in carica per 14 anni.

Insomma, la FED e la sua governance sono state progettate proprio per evitare che persone come Donald Trump potessero interferire con il suo funzionamento.

Jerome Powell è presidente della FED dal 2017 e membro del cda dal 2014, ciò significa che il suo mandato da presidente è stato già rinnovato (nel 2021 da Biden) e terminerà nel 2026, mentre il suo mandato da membro del cda terminerà nel 2028, e non può essere rimosso da nessuno dei due incarichi.
Più espressamente, Trump non può licenziare il presidente della FED e i membri del CDA della FED.

Se guardiamo alla carriera “politica” di Powell vengono fuori alcuni passaggi a mio avviso molto interessanti, la sua carriera nelle istituzioni USA inizia nel 2005, secondo mandato di Bush, con la carica di come Segretario del Tesoro e prosegue nel 2011, questa volta presidenza Obama, con la nomina nel consiglio di amministrazione della FED con un mandato triennale, rinnovato nel 2014 per ulteriori 14 anni, nomina confermata in maniera quasi plebiscitaria dal senato che approverà la nomina con una maggioranza assoluta, 84 voti a favore contro 13.

Nel 2017, sotto la presidenza Trump, viene nominato presidente della FED.
La presidenza della FED ha durata quadriennale e a fine mandato, in piena era COVID, il presidente Biden conferma Powell alla guida della FED per altri 4 anni, prolungando il suo mandato fino al 2026.

Sebbene sia stato Trump a nominare per la prima volta Powell alla presidenza della FED, da quando è tornato alla Casa Bianca, il presidente USA ha mostrato una certa reticenza nei confronti del lavoro di Powell, criticandolo e contestandolo in più di un occasione, arrivando spesso a chiederne il ritiro, ma come abbiamo già detto, Trump non ha il potere per rimuovere Powell dall’incarico, e allora Trump scalcia e fa pressione su Powell per ritirarlo a ritirarsi volontariamente dalla guida della FED.

Uno dei motivi di tale ostilità è legato ai tassi d’Interesse sul dollaro, misura anti-inflazione, innescata in epoca Covid e post-covid, e che in altre parti del mondo, come l’UE, ha iniziato ad essere disinnescata, mentre in USA i tassi rimangono “alti”.

Per Trump, mantenendo i tassi alti, Powell starebbe facendo un pessimo lavoro, e per questo ha più volte chiesto di ridurli, ma Trump non ha potere in materia e Powell e la stessa FED l’hanno più volte fatto presente.
In questo scontro unilaterale di Trump contro la FED, Powell non è rimasto in silenzio ed è recentemente intervenuto pubblicamente sottolineando che, l’interesse della FED è mantenere stabile l’economia USA e il Dollaro, e ridurre i tassi d’interesse sul dollaro, è qualcosa di prioritario per la FED, ma tali interventi devono essere rimandati poiché, per via dei Dazi voluti da Trump, la decrescita dell’inflazione è rallentata, di conseguenza, non vi sono più le condizioni per ridurre il tasso d’Interesse in modo sicuro.

Più semplicemente, nonostante i tassi d’interesse alti, il dollaro continua a perdere valore sul mercato, arrivando a valere circa 0,80€ negli ultimi giorni. Ridurre il tasso d’interesse ora, comporterebbe un crollo del dollaro, che potrebbe far collassare l’intera economia USA.

Nei prossimi mesi Trump potrebbe quindi annunciare il successore di Powell, e se si il nome sarà di un membro del CDA della FED, la nomina “prematura” potrebbe minare il peso del Presidente, creando un precedente pericoloso nella storia degli USA.

Cosa ne pensate?

Gli USA attaccano l’Iran | Cause, Effetti e Conseguenze | OP

Mi sono svegliato questa mattina leggendo dell’attacco degli USA all’Iran, l’intervento diretto che il mondo temeva, in parte aspettava e che è segno evidente della volontà USA di alimentare una escalation in Medio Oriente, rovesciare l’Iran e non solo.

In questo articolo voglio presentarvi una mia analisi personale sulla vicenda, senza giudizi morali di sorta.

Attacco USA all’Iran

Il recente attacco (illegale) degli USA all’Iran apre una porta pericolosa per tanti motivi.

Il primo è che qualunque sarà la reazione iraniana all’attacco (scegliere di rispondere all’attacco o percorrere la via dei negoziati) per l’Iran inizierà in entrambi i casi una fase turbolenta che porterà ad enormi vittime civili, causate o da una guerra aperta contro USA e Israele (e potenziali altri alleati nella regione, come Cisgiordania ed Arabia Saudita) o da una guerra civile interna, che non sarà affatto pacifica.

Meno diretta come conseguenza, ma comunque reale, è un escalation in Ucraina, e qualcuno dirà, cosa c’entra l’Ucraina, beh, c’entra, perché il messaggio di Trump è chiaro, se “vuole” garantire la sicurezza” di un amico, interviene immediatamente, se non interviene, non interverrà, abbiamo quindi l’ennesimo forte segnale di disinteresse USA per il conflitto in Ucraina, che risuona come un invito alla Russia ad intensificare le ostilità senza conseguenze.

Altra conseguenza diretta, è sulla diplomazia globale, il messaggio qui è che non serve. La linea USA è (oggi più che mai) bellicista, la guerra è per gli USA non uno strumento di risoluzione di conflitti tra stati ma lo strumento di risoluzione, e questo significa preoccupazione crescente per Groenlandia e Panama, dove l’intervento militare USA appare oggi più probabile che mai.
Tornando all’Ucraina la linea d’azione di Trump legittima per gli USA, la linea di Putin in Ucraina, e della Cina nei confronti di Taiwan (e viceversa, Taiwan nei confronti della Cina) perché agli USA di Trump, non serve una minaccia per intervenire, è sufficiente dire che che c’è una possibile minaccia. Ed è la stessa linea di politica estera di Putin e Netanyahou. Penso che potrebbero minacciarmi, e prima che mi minaccino attacco.

Superato il paradigma della guerra preventiva

Siamo oltre la “guerra preventiva” di Bush e Blair, per cui sono minacciato quindi attacco prima di essere attaccato, perché con Trump ora si attacca prima ancora di essere minacciati.

Una condotta sconsiderata e pericolosamente bellicistica, che sceglie la guerra a priori della diplomazia, e che neanche prova a negoziare, poiché il suo concetto di negoziazione, al pari di Putin e Netanyahou, si costituisce di condizioni dettate e innegoziabili, che non è detto porterebbero alla pace se accettate.
Forse aveva ragione Hobbes nel Leviatano sostenendo che la pace è un illusione, che siamo immersi in una guerra permanente, occasionalmente intervallata da alcuni momenti transitori, finalizzati al riarmo tra un conflitto e l’altro.
E andando ancora più indietro, forse aveva ragione Sallustio nel primo secolo a.c. quando sosteneva che il potere corrompe, e avarizia e cieca ambizione, subentrate come valori in una società in piena decadenza morale a causa della perdita del “grande nemico storico”.

In questo mi tornano in mente le parole del professore di storia romana all’università, che scherzosamente ci raccontò le “campagne persiane” come un evergreen della storia romana, la chiave di volta quando non sapevamo cosa dire su un “imperatore”.

Tornando all’Iran, non so cosa succederà, come reagirà il regime, posso solo immaginare alcuni scenari ed in uno degli scenari peggiori, l’Iran potrebbe decidere di utilizzare il materiale radioattivo in suo possesso, non per una bomba atomica, ma per qualcosa di molto peggio, una bomba sporca, che a differenza di un’arma nucleare, non ha bisogno di una ricetta “precisa”, de facto è una normalissima bomba, che disperde materiale radioattivo.

Effetti e conseguenze

Mi auguro di sbagliarmi, e che non si arrivi a tanto, ma non posso negare che la bomba sporca a questo punto rientra tra gli scenari possibili dell’escalation di violenza in medio oriente, voluta, iniziata ed alimentata dagli USA di Donald Trump. Un uomo che la storia in un modo o nell’altro ricorderà come un folle tiranno, protagonista del peggiore periodo della storia USA e dell’occidente moderno.

La storia di Adriano II – L’uomo che disse di no. Costretto a diventare Papa

Quella di Papa Adriano II è una storia affascinante e complessa, fatta di intrighi, tradimenti, cospirazioni, rapimenti e omicidi. Il protagonista è un uomo che per due volte rinunciò ad essere papa, e la terza volta venne costretto a fare il papa, un uomo cha quando diventò Papa aveva una moglie e una figlia adolescente, che vennero rapite e uccise pochi mesi dopo la sua nomina a capo della chiesa cattolica.

Il tutto, nel vivo di una delle fasi più accese dello scontro politico tra papato ed impero, in anni in cui nacque ed è ambientata la leggenda della Papessa.

Sono anni particolarmente complessi dal punto di vista politico, anni in cui l’elezione del papa non avviene ancora attraverso il conclave e la sua nomina era fortemente influenzata da correnti politiche e dall’influenza di alcune famiglie nobiliari romane, dalla corona imperiale, ma anche e soprattutto, dall’approvazione del popolo romano.

L’elezione del papa in effetti, in questa fase, è molto simile alla procedura per l’elezione dell’Imperatore dell’Impero Romano, spesso il futuro papa era scelto dal papa morente, a cui affidava un incarico importante vicino alla curia romana, ma questo non garantiva comunque la sua elezione poiché la nomina effettiva spettava al clero e al popolo romano che lo acclamavano. La nobiltà romana non ha un ruolo attivo, almeno in apparenza, tuttavia aveva l’influenza e il potere di dirigere applausi e i fischi dei romani.

In questo contesto complesso e fumoso avviene la nomina a vescovo di Roma di Adriano II, un uomo sposato, che aveva una figlia e che fu eletto “Papa” per tre volte, ma che rifiutò l’incarico per due volte.

La prima elezione di Adriano II

Nel luglio dell’855 Papa Leone IV morì, e la curia romana fu chiamata ad eleggere un nuovo vescovo di Roma. La scelta delle correnti imperiali cadde sul cardinale di San Marcellino, che in barba ai richiami di Leone IV si era auto insediato ad Aquileia nell’853, insediamento che lo aveva portato ad un passo dalla scomunica, mentre i papisti puntarono su Adriano, membro di una nobile famiglia romana, che prima di prendere i voti era stato sposato ed aveva avuto una figlia.

Parte dei nobili romani, fedeli alle correnti imperiali, spingevano affinché Anastasio diventasse il nuovo papa, dall’altra parte, il resto della nobiltà e del clero romano, puntarono su Adriano e così Adriano divenne centoquattresimo papa della chiesa cattolica, o almeno così è che avremmo scritto se Adriano, all’epoca sessantatreenne avesse accettato. Ma così non fu e Adriano rinunciò all’incarico.

Non sappiamo se per pressioni politiche da parte degli imperiali o per altri motivi, la versione ufficiale e che rinunciò per “umiltà”.

La strada per Anastasio sembra libera da ostacoli, ma così non fu, e conto ogni pronostico, il clero romano nominò Benedetto come nuovo vescovo di Roma, lasciando la corrente imperiale con l’amaro in bocca.

Papa Benedetto III

Parte della nobiltà romana a quel punto acclamò comunque Anastasio come nuovo papa, ma trattandosi di un elezione abusiva, Anastasio fu sostanzialmente un antipapa sostenuto dall’impero, considerato dal clero un usurpatore del potere legittimo di Benedetto III.

La seconda elezione di Adriano II

Benedetto III governò la chiesa cattolica romana per soli tre anni, tra 855 ed 858, un triennio particolare in cui, secondo la leggenda, alla guida della chiesa ci sarebbe stata la leggendaria papessa che prese il nome pontificale di Giovanni VIII.

Noi oggi sappiamo che nella chiesa romana, ci effettivamente un papa Giovanni VIII nel nono secolo, un papa di origini longobarde la cui elezione risale al 14 dicembre 872 e fu il 107° papa della chiesa romana.

Tornando ad Adriano, alla morte di Benedetto III avvenuta nel 858, il clero e il popolo romano furono chiamati ad accogliere un nuovo papa, e anche in queste elezioni, la corsa fu tra l’antipapa Anastasio III che ambiva a diventare il legittimo papa, e Adriano, che poco più di tre anni prima aveva rinunciato alla nomina.

Anche questa volta il clero romano sceglierà Adriano e anche questa volta Adriano, ormai sessantacinquenne, rinuncerà all’incarico. Al suo posto venne acclamato Niccolò I.

Le informazioni su Niccolò, prima che diventasse Papa sono poche e fumose, si dibatte sull’anno della sua nascita tra 800 e 820, si ipotizza che fosse membro di una nobile famiglia romana e che suo padre fosse Teodoro, un funzionario della corte pontificia nella prima metà dell’800.

Niccolò I fu un pontefice molto carismatico che regnò in modo energico e in aperta ostilità con l’Impero, riuscendo a conquistare il titolo di “Magno” che prima di lui era stato riconosciuto solo ai papi Leone I e Gregorio I.

Niccolò regnò sulla chiesa per quasi 10 anni e il suo pontificato finisce con la sua morte nel novembre 867.

La terza elezione di Adriano, quella definitiva

Sono passati 12 anni da quando nell’855 per la prima volta il clero romano aveva nominato Adriano papa, e in questi anni la sua fama di uomo buono, giusto e caritatevole erano cresciute ulteriormente. Il popolo romano amava era molto affezionato ad Adriano, l’uomo che per due volte aveva scelto, per umiltà, di non diventare papa, e quando fu il momento di nominare un nuovo vescovo di Roma dopo la morte di Niccolò, il clero ed il popolo romano puntarono ancora una volta su Adriano, ormai 75enne.

Durante il pontificato di Niccolò I, complice anche il modo energico in cui Niccolò esercitò il proprio ministero, le tensioni e rivalità tra le varie correnti politiche interne alla chiesa si erano fortemente intensificate.

I due candidati di punta nel 867 erano Giovanni e Formoso, il primo guidava la corrente imperiale, il secondo si proponeva come continuatore della politica energica di Niccolò.

Entrambi i candidati risultavano inaccettabili all’altra fazione, si rese quindi necessario trovare un nome di compromesso che noto e apprezzato dal popolo romano, che mettesse fine alle lotte politiche e alla fine quel nome arrivò. Era il nome di Adriano, l’uomo che per due volte aveva rinunciato all’incarico. Un candidato ideale sia per l’Impero, che non potendo avere un imperiale come papa, quantomeno si accontentava di un papa che non avesse ambizioni politiche, sia per i continuatori di Niccolò, che non potendo avere come papa uno dei loro, quantomeno si accontentavano di non avere un papa imperiale.

Per la terza volta ad Adriano viene proposto di diventare Papa, ma questa volta ha le mani legate, ed è costretto ad accettare.

Succede così che nel dicembre del 867 Adriano assume il nome pontificale di Adriano II, e al suo insediamento sono presenti anche sua moglie Stefania e si ipotizza sua figlia, di cui però, non ci è pervenuto un nome.

Il pontificato di Adriano II

Adriano II fu eletto pontefice al fine di ricucire uno strappo politico interno alla chiesa, e fin dai primi giorni del proprio pontificato iniziò immediatamente a ricucire. Una delle sue prime azioni politiche fu una sorta di negoziato che portò alla revoca di condanne e scomuniche, di prelati scomunicati da Niccolò I e condannati dall’Imperatore Ludovico II.

Tra i prelati reintegrati tra le fila della chiesa ci fu anche l’Antipapa Anastasio II che venne nominato Bibliotecario della chiesa cattolica. Incarico che gli valse il nome di Anastasio il Bibliotecario.

La leggenda della papessa

Non sappiamo di preciso quando nacque il mito della papessa, sappiamo tuttavia che, nei secoli successivi, il potere temporale francese, in crescente conflitto con il potere temporale del papato, rilanciò in più occasioni questa storia.

Secondo la leggenda, per due anni, tra 855 e 857, a capo della chiesa ci sarebbe stata una donna inglese educata a Magonza, che grazie ai propri travestimenti riuscì ad ingannare sacerdoti, monaci, vescovi e persino papa Leone IV, ai quali si presentò come il monaco Johannes Anglicus, e non solo, riuscì anche a conquistare il favore della curia romana, facendosi eleggere pontefice nel 855.

La leggenda della papessa però non si ferma qui, secondo il mito infatti, la donna non era solita praticare l’astinenza e anzi, si narra che avesse molteplici rapporti sessuali, rimanendo incinta. Secondo la leggenda alla papessa si ruppero le acque durante la processione di pasqua a Laterano, poco dopo la messa celebrata in San Pietro.

Scoperto il segreto della papessa, la folla romana fece trascinare la donna, legata per i piedi ad un cavallo, tra le strade di Roma e in fine lapidata a morte nei pressi di Ripa Grande e in seguito sepolta tra San Giovanni Laterano e San Pietro in Vaticano, all’incirca nel luogo in cui la folla romana aveva scoperto essere una donna.

Sebbene questa sia la versione più diffusa, probabilmente per via dell’epilogo violento, vi sono anche altre versioni della leggenda, in una delle più note, riportata nelle cronache di Martino Polono, la papessa morì di parte, secondo altre versioni, una volta scoperta venne rinchiusa in un convento di clausura.

La figlia del papa

Adriano II assume il titolo di vescovo di Roma e capo della chiesa romana, diventando il 106° papa della chiesa cattolica. All’epoca, per il diritto canonico, non vi era nessuna norma che impedisse ad un uomo sposato di prendere i voti, a condizione che, una volta fatto si praticasse l’astinenza (che poi venisse praticata o meno lo sa “solo dio”).

Adriano prende i voti in età avanzata, da uomo sposato e, secondo alcune fonti, da padre di una bambina che, si dice fosse ancora viva quando divenne papa. Sappiamo per certo che sua moglie Stefania fu presente al momento dell’insediamento e si ipotizza lo fosse anche sua figlia, ma di questo non vi è traccia.

A differenza di altri papi che ebbero figli e figlie illegittime, frutto di rapporti clandestini consumati dopo l’iniziazione sacerdotale o da pontefici, la figlia di Adriano è una figlia legittima del papa, poiché nata prima che questi prendesse i voti sacerdotali.

La figlia di Adriano è protagonista di una curiosa vicenda che si verificò nel 868, pochi mesi dopo la sua elezione.

Nel marzo del 868 Eleuterio, nipote di Arsenio vescovo di Orte, follemente innamorato della figlia di Adriano, la rapì e con lei rapì anche Stefania, sua madre e moglie di Adriano.

Il papa, che a differenza dei suoi predecessori, stava ricostruendo i rapporti di amicizia tra papato ed impero, chiese immediatamente aiuto all’Imperatore e proprio grazie ai messi imperiali, Eleuterio venne catturato, ma purtroppo era già troppo tardi. Vedendosi perduto e senza speranze, e ossessionato dalla donna, Eleuterio uccise sia la figlia che la moglie del papa.

Secondo alcune teorie, Eleuterio fu istigato da Anastasio e mandante del rapimento e assassinio delle due donne, teoria che tuttavia ha come unico supporto, le dicerie sulle losche amicizie dell’ex antipapa, e il suo profondo odio e rancore nei confronti di Adriano che non solo gli aveva “rubato” il titolo di papa, ma era stato anche il fautore del suo reintegro nella comunità cristiana e nei ranghi della chiesa cattolica.

Qualunque sia la verità dietro il rapimento, aver ucciso moglie e figlia del papa, una volta trovato, Eleuterio fu scomunicato e giustiziato “senza appello” per tramite decapitazione, ma immagino siano cose che capitano quando rapisci moglie e figlia del papa e fai infuriare anche l’imperatore perché le uccidi prima di essere catturato.

Fonti e consigliati:

Claudio Rendina I papi. Storia e segreti
Benedetto III
Niccolo I
Adriano II
Storia medievale
Gesta sanctae ac universalis octavae synodi quae Constantinopoli congregata est Anastasio bibliothecario interprete – C. Leonardi – A. Placanica – Libro – Sismel – Ediz. nazionale dei testi mediolatini | IBS
The Cardinals of the Holy Roman Church – Biographical Dictionary – Cardinals first documented in the Roman Council of 853

Auto elettriche: a inizio 1900 erano più diffuse di quelle a benzina?

Ma, è vero che all’inizio 900, nelle strade c’erano più auto elettriche che auto a benzina?

Mi è capitato spesso di leggere la pittoresca storia secondo cui, le auto elettriche a inizio 900 erano più diffuse di quelle con motore a combustione interna, ma vennero sostituite per volontà delle avide lobby del petrolio.

La verità storica è molto diversa da così, e se da un lato è vero che ad un certo momento le auto a benzina sostituirono quelle elettriche, dall’altro le motivazioni sono profondamente diverse.

La prime automobili

Le prime automobili, intese come mezzi di trasporto, alimentate da un “motore” e non trainate da animali, risalgono alla seconda metà del diciottesimo secolo, in piena rivoluzione industriale.

Sono gli anni in cui il mondo scopre la potenza del vapore e l’ingegnere francese Nicolas Cugnot, progetta il “carro di Cugnot”.

Il brevetto del carro Cugnot risale al 1769, si tratta di un carro alimentato da un motore a vapore. Sostanzialmente c’è una fornace in cui viene bruciata legna o carbone, che fa bollire dell’acqua producendo vapore, che, in pressione, produce energia meccanica con cui si alimentano le ruote.

La potenza del motore a vapore è qualcosa di straordinario, forse addirittura eccessiva per il carro a vapore, e non c’è da sorprendersi se nel 1783, appena 14 anni dopo, viene brevettato il primo battello a vapore e in fine, nel 1803 abbiamo la prima locomotiva.

Tra XVIII e XIX secolo, vengono realizzate diversi veicoli a vapore, ma, esclusi treni e battelli, hanno prevalentemente una funzione dimostrativa.

Le cose iniziano a cambiare nella seconda metà del XIX secolo, quando Thomas Rickett, nel 1858, progettò un veicolo a vapore per utilizzo commerciale, si tratta della prima vera auto a vapore in grado di essere utilizzata sulle strade delle città, con una velocità massima di 30km orari.

Da quel che sappiamo, la carrozza Rickett, nonostante le ambizioni del suo inventore, non riuscì ad affermarsi e sebbene fosse sul mercato, non ci risulta che siano mai stare vendute molte vetture.

Carrozza a vapore di Thomas Rickett, 1860 (1956). Rickett, un fabbricante di attrezzi agricoli di Birmingham, costruì un aratro a vapore nel 1858. Questo spinse il Marchese di Stafford a chiedergli di costruirgli una carrozza a vapore. Un secondo esemplare fu ordinato da James Sinclair, Conte di Caithness (uno dei passeggeri nella fotografia) nel 1860. Sinclair guidò la carrozza per 146 miglia da Inverness al Castello di Barrogill, a nord di Wick. Rickett pubblicizzò le sue carrozze sulla rivista The Engineer a un prezzo di 180-200 sterline, ma si ritiene che non ne siano state ordinate altre. Una stampa tratta da Things, un volume sull’origine e la storia antica di molte cose, comuni e meno comuni, essenziali e non essenziali, pubblicato da Readers Union, The Grosvenor Press, Londra, 1956.

Al di la della fortuna della carrozza Rickett, dagli anni 60 dell’ottocento in poi, abbiamo una sporadica apparizione di auto a vapore, realizzati da diversi produttori europei e nord americani, che nel 1883 riusciranno a raggiungere una velocità massima di 42 km/h.

Le auto elettriche

Tra Cugnot e Rickett, si inserisce l’inventore scozzese Robert Anderson, che tra il 1833 ed il 1839 lavorò ad una carrozza elettrica, il cui primo prototipo è datato 1835, tuttavia, questo veicolo era in grado di percorrere solo pochi metri. Nel 1865 però, dalla Francia arrivano nuovi accumulatori di energia elettriche, batterie.

Le nuove batterie sono una svolta epocale e nel 1867, all’esposizione universale di Parigi, l’inventore Gaston Planté espone quella che è considerata la prima auto elettrica della storia.

I successivi miglioramenti alle batterie, porteranno le auto elettriche a raggiungere nel 1885 un autonomia di circa 30 km e una velocità massima di 35Km/h.

Motori a combustione interna

Come abbiamo visto, tra anni 30 e 80 dell’ottocento, lo scontro è tra auto a vapore ed elettriche, le auto con motore a combustione interna non esistono ancora, e questo è dovuto al fatto che il motore a combustione interna, non esiste ancorta.

Il primo motore a combustione interna della storia è il Barsetti-Matteucci, che venne ultimato nel 1957 ed esibito durante l’Esposizione Nazionale di Firenze del 1861. Nel 1861 in Francia, Alphonse Beau de Rochas, progetta invece il primo motore a gas della storia, anche questo un motore a combustione interna.

I primi motori a combustione interna non sono particolarmente efficienti, ma sono molto promettenti, e iniziano a minacciare il monopolio industriale del vapore (l’energia elettrica è prodotta con impianti a vapore).

Le prime auto a “benzina”

Negli anni 80 dell’ottocento la tecnologia dei motori a combustione è ormai nota, si tratta di una realtà diffusa e affermata, ma il mondo delle automobili è ancora dominato dal “vapore”.

Tutto però cambia nel 1885 quando l’ingegnere tedesco Karl Benz progetta quella che è annoverata come la prima automobile con motore a combustione interna, la Benz Patent-Motorwagen.

Questa nuova tipologia di automobile unisce i “vantaggi” delle auto elettriche e delle auto a vapore, ha un solo “difetto” di progettazione, che sarebbe stato corretto nei modelli successivi. La prima auto infatti non ha un “serbatoio” di carburante, limitando la sua autonomia al carburante presente nel motore.

Problema non osservato dal suo inventore, ma riscontrato da sua moglie, Bertha Benz, quando, durante un viaggio dimostrativo, di circa 100km (l’autonomia stimata partendo a motore pieno, circa 1 Litro), a seguito di alcuni inconvenienti e problemi, si ritrovò senza carburante nei pressi di Wiesloch.

Il problema tuttavia fu immediatamente risolto, Bertha si recò alla farmacia cittadina, acquistò della Ligroina, un solvente derivato dal petrolio, molto diffuso all’epoca, lo versò nel motore e ripartì.

Il viaggio di Bertha fu un incubo, un susseguirsi di incidenti, problemi, guasti, ma alla fine, riuscì a raggiungere la destinazione.

Le auto del nuovo secolo

All’inizio del novecento, su carta, abbiamo auto elettriche, a vapore e a combustione interna.

Molti oggi sostengono che, a inizio 900 le auto elettriche fossero più diffuse delle auto a benzina, sostenendo che in alcuni casi si contendessero il 50% circa del mercato. in realtà le quote di mercato, stando ai dati dei tre principali produttori di automobili del 1900, è molto diversa.

Sappiamo che, tra il 1890 ed il 1906, negli USA erano state immatricolate poco più di 30.000 automobili, circa 33.000 per essere precisi, nel biennio successivo il numero di automobili, tra elettriche, vapore e benzina, raggiunge le 90.000 unità in tutti gli USA, e nel solo 1910, vengono immatricolate negli USA oltre 190.000 automobili.

Quanto ai dati di produzione, sappiamo che le varie società produttrici di automobili a vapore, iniziano a produrre sempre meno, società come Stanley Brothers passa da circa 1000 auto all’anno nel 1900, l’anno di maggiore produzione, a 575 nel 1910.

Sappiamo che produttori di auto elettriche invece registrano un aumento della produzione, Detroit Electric Car, fondata nel 1907, passa da 900 veicoli del 1909 a 1250 del 1910. Producendo in tutto circa 13.000 auto elettriche tra il 1907 ed il 1939 (anno in cui cessò la produzione).

In fine le auto a benzina, il principale produttore mondiale è Ford, che passa da una media di 1600 auto nel 1904, a produrne oltre 10000 nel 1907 (anno di fondazione di Detroit Electric) e chiuderà il decennio con la produzione di circa 32.000 auto nel solo 1910.

Quando è avvenuto il sorpasso tra benzina ed elettrico, se è avvenuto un sorpasso?

Come abbiamo visto, nel 1910 le auto con motore a combustione interna sono decine di volte di più rispetto allea auto elettriche, ma già nel 1900, la produzione di auto a “benzina” era maggiore rispetto alle auto elettriche. Viene allora da chiedersi quando e se è avvenuto un “sorpasso” tra le due tecnologie.

Il sorpasso è effettivamente avvenuto, per una questione puramente anagrafica, le auto elettriche esistevano da circa 20 anni, quando è stata inventata la prima auto a benzina, tuttavia, il fatto che esistessero, non significa che fossero diffuse.

La diffusione di mezzi a “motore” (che fosse elettrico, a benzina, o a vapore) inizia nell’ultimo decennio del secolo, fino agli anni 90 dell’ottocento, le “automobili” erano considerate un alternativa “futuristica” alla tradizionale carrozza a cavallo.

Le auto elettriche, erano poco pratiche, con poca autonomia, e richiedevano enormi costi di manutenzione, le auto a vapore esistevano, ma il vapore era considerato troppo potente per delle automobili, e i motori a vapore sono relegati inizialmente al settore industriale. Poi ci sono le auto a benzina, potenti quasi come quelle a vapore, ma più versatili e soprattutto, compatte quasi come le auto elettriche. Inoltre, a differenza delle altre due, i costi di manutenzione erano molto più “contenuti”.

Questi più altri fattori permisero ai motori a combustione interna di rendere le automobili un prodotto a buon mercato, e nel momento in cui diventano un prodotto a buon mercato la loro diffusione è esponenziale.

Nel 1885 le auto elettriche erano più numerose delle auto a benzina, fondamentalmente perché nel 1985 esisteva un unica auto a benzina, le auto elettriche poche migliaia in tutto il mondo. Quindici anni più tardi, le auto elettriche sono ancora nell’ordine delle poche migliaia in tutto il mondo, le auto a benzina, soprattutto con la rivoluzione di Ford, diventano decine di migliaia.