Bob Dylan ha vinto il premio Nobel per la letteratura, ecco perché lo meritava

Quest’anno il Premio Nobel per la letteratura è stato assegnato da un autore, e per la prima volta da un musicista che apprezzo tantissimo, e fin dal primo momento in cui ho sentito della sua candidatura ho sperato che fosse lui a ricevere il prestigioso riconoscimento che negli anni ha premiato innumerevoli eccellenze. Il Nobel segna di fatto l’affermazione ultima, in questo caso per un autore e di un musicista, è l’ultimo tassello di un lungo percorso, di crescita che ha scandito la maggior parte della sua vita.
Il premio Nobel per la letteratura di questo 2016 è stato assegnato a Robert Allen Zimmerman, per chi non lo sapesse, è il vero nome di Bob Dylan, un uomo che con le sue parole e la sua musica ha saputo ispirare intere generazioni.

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Molti considerano Dylan il padre della musica d’autore e della canzone impegnata, in effetti è probabilmente il cantautore impegnato più celebre in assoluto, tuttavia non è stato il primo, e grazie proprio al suo contributo e alla sua influenza ncertamente non sarà l’ultimo.

La musica d’autore americana, internazionale e anche quella italiana, deve a Bob Dylan un enorme tributo. Qualche tempo fa insieme a Michele Salaris abbiamo tenuto una diretta streaming su Youtube intitolata “Dylan & Son’s” in cui abbiamo parlavato di quanto e come Dylan avesse influenzato alcuni dei più autorevoli cantautori (italiani e non) segnando di fatto una nuova rotta per la storia della musica, rendendola qualcosa di più che un semplice strumento di intrattenimento, trasformandola in ciò che probabilmente, in fondo era sempre stata, ovvero, uno strumento di comunicazione, dei più immediati ed efficaci per raccontare una storia, e Dylan con le sue storie, con le sue parole ha descritto il mondo in cui viveva, la realtà più cruda di un mondo che stava cambiando, diventando in un certo senso uno dei pilastri di quei fermenti che sul finire degli anni sessanta iniziavano a diffondersi nelle nostre piazze e università, contaggiaando milioni di giovani e studenti di tutto il mondo.

Non sono così folle da indicare Dylan comme la sola ed unica colonna portante del sessantotto, quei fermenti esistevano e sarebbero esplosi comunque, a prescindere dal cantautore, Dylan semplicemente incalanò ciò che stava accadendo attorno a lui e sfidando le regole del mercato e i gusti degli americani (e non solo) divenne uno dei primi portabandiera di quel fenomeno culturale che in quegli anni iniziava ad avanzare.

Dylan cavalcò nell’avanguardia culturale di quegli anni, ponendosi alla testa di un esercito disarmato e intenzionato a cambiare il mondo, e Dylan stesso divenne uno dei simboli di quella generazione, riuscendo a sopravvivere al suo tempo per portare i suoi interrogativi fino a noi, e per molte generazioni a venire la sua musica continuerà a risuonare finché gli uomini avranno orecchie per ascoltare, poiché la risposta a quegli interrogativi, come disse lo stesso Dylan in una delle sue più celebri canzoni “the answer my friend is blowin in the wind“.
In quegli stessi anni, in quel vento, dispiegava le sue ali alzandosi in volo un altra grande forza, “parole che dicevano, gli uominii son tutti uguali”, questa forza avrebbe alimentato quello stesso vento caldo e avrebbe continuato a soffiare fino a quando gli uomini non avessero imparato ad ascoltare quelle parole, e, solo in quel momento quel vento avrebbe potuto finalmente posarsi, ma purtroppo, ancora oggi, quelle parole sono ignorate, costringendo quel vento a soffiare ancora.

Molti hanno criticato l’assegnazione del Nobel per la letteratura ad un “cantante”, reputando altri autori, soprattutto poeti e scrittori, decisamente più adatti a quel riconoscimento altissimo.
Io credo invece che non vi sia uomo più adatto di Robert allen Zimmerman, per ricevere il premio nobel per la letteratura nel 2016.

Credo che non vi sia uomo più adatto perchè le sue canzoni e le sue parole sono oggi più attuali che mai, poichè la miseria e la devastazione dell guerra, già cantate da Dylan nei primi anni sessanta, continuano ad affliggere ed insanguinare il nostro mondo, costringendo milioni di persone a fuggire e lasciare la propria terra, la propria casa, che ormai non è più una casa, ma un cumulo di macerie, e con essa tutti i propri averi, in cerca di un posto migliore in cui sopravvivere.

Quegli stessi uomini, donne e bambini in fuga dagli orrori della guerra,  nel lungo pellegrinaggio perdono ogni cosa, compreso il proprio nome, e la propria storia… questi uomini senza volto diventando semplicemente dei numeri, numeri enormi che indicano masse in movimento, private della propria umanità, che di tanto in tanto, assumono il volto di qualche bambino mai nato o annegato, mentre i poveri sopravvissuti vengono chiamati “invasori” e a causa del proprio “egoistico desiderio di sopravivenza” sono messi al bando da uomini “che difendono la propria terra“.

Nel 1962 Dylan scriveva Blowin in the Wind, la cui prima strofa in italiano farebbe più o meno così “quante le strade che un uomo farà, prima di poteressere chiamato uomo ?“…

Non credo ci sia molto da aggiungere in merito, non credo ci sia molto da spiegare, il suo significato è fin troppo chiaro, e come dicevo, fin troppo attuale, basti guardare a ciò che ogni giorno accade lungo le coste del mediterraneo e lungo le frontiere europee (e non solo), basti guardare come vengono etichettati quegli uomini, donne, vecchi e bambini che, semplicemente, hanno avuto la sfortuna di nascere “dalla parte sbagliata di un muro” un muro che cresce giorno dopo giorno, mattone dopo mattone, diventando sempre più alto.

Le muraglie costruite per mantenere fuori gli altri,”barbari invasori e raziatori“, non sono certo un’invenzione del nostro tempo, basti qui citare il celebre Vallo di Adriano, costruitoo dai Roma per tenere lontane le popolazioni celtiche a cui aveva strappato la propria terra, portando civiltà, modernità e progresso, che nessuno aveva chiesto, o ancora, la grande muraglia cinese, innalzata nel IV secolo avanti cristo per la medesima ragione, e ancora prima, le mura di cinta che proteggevano le antiche città.

Insomma, la nostra storia è piena di muri costruiti per migliaia di anni, al fine di dividere e separare gli uomini, creando la finta illusione di proteggere quallcuno dal nemico all’esterno, mentre il vero pericolo si nasconde da sempre dentro le mura.

La presenza di muri rende difficile percpire l’umanità di chi si trova dall’altra parte, ma basta un semplice sguardo dall’alto per capire che, sia dentro che fuori, vi sono uomini, donne, vecchi e bambini, e questi possono vivere insieme, basta semplicemente abbattere quei muri, ed è proprio questo che fanno da oltre sessant’anni le canzoni di Dylan, ci ricordano che ogni muro può essere abbattuto.

 

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