Che qui si fa l’italia o si muore! Dalla parte sbagliata, si muore – Storia Leggera

Quando ho iniziato questa rubrica settimanale avevo solo una canzone in testa, un unica canzone che sapevo, prima o poi avrei trattato e questa canzone è Il cuoco di Salò di Francesco de Gregori, pubblicata nell’album “amore al pomeriggio” del 2001 e sapevo che avrei parlato di questa canzone perché il Cuoco di Salò incarna tra i suoi versi, tra le sue strofe, tra le sue parole, tutto ciò che questa rubrica, nelle mie aspettative, vuole rappresentare. Si tratta di una canzone straordinaria che trascende lo spaziotempo e con una semplicità, con una poetica e con una geniale ingenuità ci racconta un tempo ed un mondo che è davvero difficile raccontare senza lasciarsi trasportare dalle ideologie politiche, e pure, Francesco de Gregori, con una maestria degna del più grande illusionista della storia, riesce in questa impresa impossibile.

Questa canzone ci racconta Salò, ci racconta la Repubblica Sociale Italiana, ci racconta la guerra civile italiana e lo fa in modo fiabesco, presentandoci un mondo incantato nonostante il disincanto della realtà storica, e mentre pensavo a come raccontare questa canzone e come utilizzare questo brano per parlare della RSI mi sono imbattuto in un “commento” di Roberto Vecchioni a questa canzone, e allora ho deciso di prendere in prestito le sue parole e per una volta non sarò io ad accompagnarvi nella storia attraverso la musica e la canzone, ma lascerò che sia proprio Roberto Vecchioni, con il suo commento a fare il grosso del lavoro.

Commento di Roberto Vecchioni a “il cuoco di Salò” di Francesco de Gregori” tratto da Il linguaggio in canzone (ciclo di lezioni sui cantautori italiani che Vecchioni ha tenuto nelle università italiane)

Il cuoco di Salò è una canzone inimmaginabile e fuori da ogni canone. Primo straordinario coup de théâtre è il corner storico da cui viene guardata la vicenda, perché di vicenda storica si tratta e così recente che la ferita fa ancora male. La trovata del corner per raccontare un grand affair non è nuova in arte. Il personaggio minore, angolare, che fa da protagonista e racconta dal suo punto di vista un evento più grande di lui c’è già in Shakespeare, c’è in molto cinema (La Tunica, Ben Hur, Il mondo nuovo, etc.), esiste in parecchie opere letterarie. Nella canzone in esame il trucco di lasciar descrivere gli ultimi giorni del fascismo da un personaggio ignaro, a digiuno di politiche e intrighi, ingenuo quel che basta, permette a De Gregori una descrizione non solo imparziale, quasi naturalistica (i fatti son desunti da rumori, voci, pettegolezzi) ma perfino più disincantata, lontana e nel contempo paradossalmente più vera e tragica. Il cuoco pensa a sé, alla sua vita, al suo lavoro: è lui nella sua piccola dimensione il centro: tutto il resto che è la storia fa da sfondo e risulta ai suoi occhi come occasionale incidente, ininfluente. Il cuoco vede soltanto i riflessi esterni del grande dramma che si sta compiendo, e in questo fiume in piena, in questo mondo che si sconvolge e cambia, continua quasi imperturbato a pensare come il giorno prima, come sempre, alla sua professione, al suo quotidiano. Ma, e qui sta la trovata, quando si spinge a giudicare oltre il suo orto non ha, non conosce pensieri di parte, torti o ragioni, e accomuna nel delirio di una sola morte tutti, anche quelli che stanno dalla parte sbagliata.

L’espediente della voce esterna narrante permette a De Gregori di fermare le bocce e provare un umana, universale pietà per tutti i nemici, rivali compresi. Quel che gli sarebbe stato più ostico in prima persona (vedi “Le storie di ieri“), in questa falsariga di svolgimento a tema gli risulta semplice, non contraddittorio e soprattutto coerente.

Non è il De Gregori di Bella ciao, il ragazzo che guarda il muro e si guarda le mani a raccontare.

Non è il De Gregori passionario e comunista, il populista contro ogni potere.

Partendo da sé e dal suo vissuto non avrebbe mai potuto scrivere una canzone simile. E allora ecco il cuoco di Salò, creatura in una tempesta più grande di lui che appena avverte e non può capire in tutte le sfumature, se non nell’unica che gli risulta leggibile: la morte, lo sfascio, la fine. L’aggiramento dello scoglio ideologico è molto più apparente che reale. De Gregori si avvale di uno schermo per permettere a se stesso uno sfogo di dolore universale che altrimenti non potrebbe esprimere in una libertà così assoluta, e non potrebbe permettersi senza suscitare contraddizioni o dover elargire spiegazioni o precisazioni al suo pensiero. Perché anzitutto Il cuoco di Salò non è una giustificazione né totale né minima al fascismo e ai suoi disastri. Non è e non vuol essere un accumunare morti di un tipo ad altri morti in una specifica contingenza storica. È semplicemente un grido muto, da espressionismo tedesco, un grido lacerante e silenzioso sull’inutilità, sull’occasione perduta, sull’insensatezza di un periodo evitabilissimo e non evitato, sull’esaltazione pilotata, ingannevole e incolpevole di alcuni, di molti giovani.

E allora siamo ben oltre i primi anni quaranta, siamo in tutte le guerre, in tutte le irruzioni di morte nella storia, perché di questo si tratta, del confronto cioè tra la bellezza della vita (del sole, dei giorni, della luce) e il disfacimento della morte, una morte melliflua, ingannatrice, subdola nell’apparente meraviglia delle sue promesse di vittoria e potere.

Il cuoco è ragazzo, è infante, le ballerine venute da Venezia, il frusciare dei loro vestiti, le musiche notturne, le porte che sbattono, le scale salite e ridiscese la mattina spargendo ovunque profumo, lo colpiscono molto di più degli spari che vengono da fuori.

Quando le ragazze scendono a far colazione il primo pensiero è alla vita che va, che continua (se quest acqua di lago fosse acqua di mare, quanti pesci potrei cucinare). Il primo pensiero è quello di aggrapparsi ai giorni, alle abitudini e di sentirsi in qualche modo importante: anche un cuoco può essere utile e anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare. Ma il secondo pensiero, oppressivo, alto e incombente come un nuvolone è la morte, quel che sta accadendo fuori. Che qui si fa l’Italia e si muore, dalla parte sbagliata, in una grande giornata si muore. Non è un approccio critico, né di parte, è solo come un titolone letto su un giornale al bar o dal barbiere. Così lo prende, così lo fa suo il cuoco, che neppure sa se sian banditi, eroi o americani quelli che stan sparando sui monti. È la disinformazione tipica dell’uomo di tutti i giorni, che ha un solo attimo di apparente dolore nella riflessione davanti alle ballerine sculettanti: quante storie potrei raccontare stasera, quindicenni sbranati dalla primavera. Ma attenzione, non è pietà vera e propria, bensì una sorta di fatalismo, di impotenza, di cosa ci posso fare io di fronte a cose così imponenti.

E infatti prevale nel suo piccolo modo di ragionare da Abbondio coraggioso un sense of humor perfino irresponsabile: Io mi chiedo che faccia faranno (i partigiani) a trovarmi in cucina e se vorranno qualcosa per cena . Attraverso questo magistrale fool, cui tutto nella sua astoricità è permesso, De Gregori dice il non detto, molto più che se lo dicesse espressamente. E lui sì, lui dalla sua anima con la sua voce, distinto se pur ben mascherato nella inattualità del cuoco, piazza quella stridente contraddizione tra illusione e realtà, errore e verità, sole o morte, che sono pianto per l’inspiegabile catastrofe del destino umano dove colpe e torti per una volta tanto non entrano in scena”

tratto da Il linguaggio in canzone (ciclo di lezioni sui cantautori italiani che Vecchioni ha tenuto nelle università italiane)

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