Annibale| Chi era Annibale Barca?

Annibale, il “più grande generale dell’antichità” che valicò le Alpi con un armata di elefanti da guerra.

Annibale Barca è stato un importantissimo condottiero Cartaginese, da alcuni considerato il più grande stratega del mondo antico, e, con molta probabilità è stato anche il Cartaginese più famoso di tutti i tempi. Le sue gesta, nella lunga guerra contro Roma, che lo hanno visto protagonista nella seconda e terza guerra punica, lo hanno reso una leggenda immortale, e nonostante la sua città sia stata rasa al suolo e completamente cancellata dalla storia in seguito alla sconfitta definitiva, la grandezza del nome di Annibale, e di riflesso della stessa Cartagine, è sopravvissuto intonso nei secoli, ma chi era davvero Annibale Barca?

Theodor Mommsen, nel secondo volume della sua Storia di Roma, definì Annibale “il più grande generale dell’antichità”, ponendolo al di sopra di uomini del calibro di Giulio Cesare, Alessandro Magno, il cui impero ellenico si era esteso ben oltre i confini del mondo conosciuto, e soprattutto, al di sopra del suo contemporaneo e principale rivale, Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano. La grandezza di Annibale è stata riconosciuta superiore a quella dell’uomo, del generale, che nei fatti sconfisse lo stesso Annibale.

Anche se la storia di Annibale coincide in larga parte con la storia della seconda e terza guerra punica, la sua vita e la sua storia non iniziarono sul campo di battaglia; la storia di Annibale inizia in un certo senso nel privilegio e nel lusso delle stanze private di una delle più antiche e nobili famiglia cartaginesi. Annibale era il primo di tre fratelli, primogenito ed erede di Amilcare detto Barak, che in cartaginese significava fulmine o saetta, (da non confondere con il nome Barack, che in lingua araba significa “benedetto”), il suo soprannome venne poi traslitterato dai cronisti latini in Barca, ed ereditato dai suoi discendenti come nome di famiglia.

La fortuna ed il potere della famiglia dei Barcadi non iniziò con Amilcare, ma si lega, in maniera indissolubile, alla storia della stessa Cartagine fin dalla sua fondazione. La centralità dei Barcadi nella società cartaginese era direttamente collegata ai possedimenti terrieri che nel tempo erano andati crescendo, attraverso conquiste militari ed accordi commerciali che, nel corso dei secoli, avevano portato sotto il controllo diretto dei Barcadi numerose proprietà terriere nella regione di Byzacena, che si estendeva lungo la costa dell’Africa settentrionale ad est di Cartagine, di fatto la famiglia di Annibale controllava direttamente grandi possedimenti terrieri in quello che oggi è l’entroterra tunisino e alcuni dei più importanti noli commerciali, lungo quella che oggi è la costa libica.

In tempo di guerra, in un epoca in cui gli eserciti non erano permanenti ed i soldati provvedevano da soli al proprio armamento, il comando militare dipendeva in larghissima misura dalle disponibilità economiche delle famiglie e generalmente, ad assumere il comando militare, con il grado di generale, erano esponenti delle più antiche e ricche famiglie.

Amilcare Barca, padre di Annibale, proprio come i suoi figli Annibale, Asdrubale e Magone dopo di lui, servì Cartagine in veste di condottiero e comandante militare, vestì i panni di generale durante la prima guerra punica e gli fu affidato il compito, non semplice, di combattere in Sicilia nonostante la quasi totalità dell’isola fosse ormai caduta sotto il controllo di Roma.

Nonostante il terreno avverso e nemici su ogni fronte, Amilcare riuscì a sbarcare in Sicilia, nella parte nord occidentale dell’isola, insieme ad un manipolo di uomini con i quali si rifugiò dapprima sul monte Pellegrino ed in seguito si trasferì sul Monte Erice, da qui avrebbe conquistato un importante posizione strategica che gli permise di resistere agli attacchi del nemico e allo stesso tempo di avanzare e lanciare numerosi attacchi ed incursioni verso l’Italia continentale.

Di Amilcare si dice che non subì mai sconfitte in terra siciliana e le voci del suo successo, del suo valore, della sua lealtà e del suo onore sul campo di battaglia, oltre che della sua straordinaria abilità come comandante sul campo, giunsero fino a Roma, il cuore pulsante del più grande nemico di Amilcare e di Cartagine, e lì, nonostante la rivalità e l’ostilità, nonostante Amilcare fosse un generale Cartaginese durante la prima guerra tra Roma e Cartagine, gli fu riconosciuto l’onore delle armi, un fatto totalmente eccezionale, totalmente anomalo per la consuetudine romana.
La fama di Amilcare era giunta fino a Roma, dove, ne veniva riconosciuto il valore e nonostante la rivalità, il suo nome era temuto e rispettato e prima di Amilcare, Roma non aveva mai riconosciuto l’onore delle armi a nessuno dei propri nemici sconfitti.

La storia di Amilcare termina nel 229 a.c. durante un conflitto in Spagna, in seguito ad un fallimentare assedio della città di Helike (oggi Elche), annegando durante la ritirata.
Non vi è alcun legame diretto tra la morte di Amilcare e Roma, se non forse un legame indiretto, molto forzato che avrebbe innescato una serie di provocazioni da cui, appena dieci anni più tardi, sarebbe scaturita una disputa territoriale lungo il fiume Ebro segnando l’inizio della seconda guerra punica.

Nella casa di Amilcare, Roma rappresentava un grande pericolo, un nemico eterno contro cui Cartagine ed i cartaginesi erano destinati a combattere in eterno, Amilcare era consapevole del fatto che il dominio cartaginese sul mediterraneo era minacciato dall’ ascesa e dalle ambizioni di Roma, sapeva che i due colossi del mediterraneo non avrebbero mai potuto coesistere, prima o poi si sarebbe giunti alla distruzione di uno dei due e queste idee riecheggiarono nella dimora dei Barca anche e soprattutto dopo la sua morte. Questa eterna rivalità tra Roma e Cartagine si insediò negli eredi e nei discendenti di Amilcare, i quali che crebbero covando nei propri cuori un profondo odio nei confronti di Roma.

Tra tutti, Annibale, il primogenito di Amilcare, nato nel 247 a.c. lo stesso anno in cui suo padre era stato inviato in Sicilia a combattere contro Roma, contro i romani, crebbe con un profondo risentimento nei confronti di Roma, di quella Roma che lo aveva tenuto lontano dal genitore, ed appena fu in grado di combattere, non esitò a prendere le armi e seguire l’esempio paterno. Annibale intraprese la via militare nel 221 a.c. appena tre anni prima dello scoppio della seconda guerra punica, e da quel momento, avrebbe dedicato ogni singolo giorno, ogni istante della propria esistenza, a combattere instancabilmente contro Roma.

Annibale era mosso da una furia cieca ed inarrestabile e allo stesso tempo da un ideale irreprensibile, per lui Roma rappresentava una minaccia non solo per Cartagine, ma per qualsiasi altro popolo del mediterraneo.

Roma aveva fama di un desiderio di potere insaziabile, una sete di potere che agli occhi di Annibale si tramutava in conquista e distruzione di qualsiasi civiltà si fosse opposta a Roma, e nella resistenza all’avanzata romana Annibale vide la propria missione, vide il proprio scopo nella vita, di fatto votando la propria intera esistenza al combattere Roma.

Analogamente ad Annibale, quasi duemila anni più tardi, Carl von Clausewitz avrebbe preso una decisione molto simile, votato la propria esistenza al combattere contro Napoleone, un uomo pericoloso, il cui impero, proprio come accaduto a Roma, rappresentava una minaccia per l’ordine precostituito del mondo, una minaccia per i popoli e per le nazioni europee del tempo. Alla fine le antiche case regnanti europee, grazie alle intuizioni di Von Clausewitz, sarebbero riuscite a sconfiggere Napoleone e ripristinare l’antico ordine europeo, unendosi e provando a superare alcune divergenze ideologiche, e anche se a fatica e non pochi compromessi, l’europa tradizionale sarebbe sopravvissuta per qualche decennio prima del suo declino, ma questo non fu il destino di Roma e di Annibale.

Annibale non riuscì mai ad unire concretamente tutti nemici di Roma in una vera e propria coalizione antiromana, se bene provò in più occasioni a costituire una grande armata fatta di tutti i nemici di roma, tuttavia, proprio a causa di questa mancanza, nonostante il suo incredibile acume militare, alla fine, le maggiori risorse e di uomini a disposizione di Roma, segnarono la sconfitta di Annibale e la definitiva caduta di Cartagine.

Questo fallimento però non segnò la fine di Annibale, il quale continuò a combattere Roma, con maggior impeto e vigore, anche dopo la distruzione di Cartagine. La fine di Cartagine accrebbe l’odio ed il rancore di Annibale, offuscando la sua mente e spingendolo a combattere con sempre minore lucidità, prima al servizio dell’impero Seleucide e poi del regno di Bitinia, diventando indirettamente il motore stesso di quella fine delle civiltà non romane, che tanto aveva cercato di impedire.

Per contrastare Annibale Roma si spinse ad oriente, avanzando in Grecia, Anatolia e in vicino Oriente, si spinse al di la del mare, per inseguire Annibale, per inseguire l’uomo più temuto dell’intera storia romana. Annibale era potente e pericoloso e la sua ostinatezza, il suo odio nei confronti di Roma, la sua determinazione, rappresentavano la più grande minaccia che Roma avesse mai dovuto affrontare e proprio per contrastare questa minaccia, Roma fu quasi costretta ad inseguirlo, a dargli a caccia, a braccarlo, e questa ricerca instancabile, questa caccia all’uomo e dei suoi alleati, finì per dare a Roma il pretesto per ampliare i propri confini e dichiarare guerra a tutti coloro che davano asilo ad Annibale.

Annibale, l’uomo che voleva fermare l’ascesa di Roma, nel tentativo di distruggere Roma finì con l’accelerare la crescita di Roma, rendendola più grande e potente di quanto non fosse mai stata prima d’allora, e di quanto non lo sarebbe mai più stata in seguito.

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