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Chi era Cola di Rienzo?

Da Tribuno della liberà a nemico di Roma, questa è la sua storia.

Intorno alla metà del XIV secolo, un uomo, noto oggi con il nome di Cola di Rienzo, mise in moto una serie di avvenimenti che avrebbero potuto portare alla nascita di uno stato italiano prima ancora della fine stessa del medioevo, tuttavia, le sue ambizioni e, secondo alcuni, i suoi deliri di onnipotenza lo portarono allo scontro aperto con la nobiltà romana, il papato e l’impero, trasformandolo da eroe del popolo romano, in nemico di roma. La sua fu un ascesa fulminea ed altrettanto rapida fu la sua parabola discendente che in meno di una decade lo portò prima all’apice del potere romano, con il titolo di Tribuno della Libertà, e successivamente alla scomunica, un primo arresto, un evasione, un secondo arresto, poi al titolo di Senatore romano e in fine, alla sua violenta e drammatica dipartita, decapitato e appeso a testa in giù da una folla rimana inbestialita.

Questa è la storia di Cola di Rienzo, un uomo che sognò l’Italia e provò (in vano) ad unificarla, con cinque secoli di anticipo.

Il contesto storico

Ci troviamo nel XIV secolo, l’italia politicamente non esiste, è estremamente frammentaria tra comuni autonomi, repubbliche, principati, signorie e possedimenti imperiali, ci troviamo in anni in cui, persino il papato era spaccato e la sede del potere ecclesiastico era stato trasferito ad Avignone. Parlare di Italia in quegli anni era pura utopia, la sola Italia che esisteva era l’Italia della cultura, dell’arte e della letteratura in lingua italica, che ormai matura, iniziava a prendere forma e viaggiare tra le innumerevoli corti della penisola.

L’allontanamento della curia romana, trasferita ad avignone, aveva portato fame e miseria nella città eterna, e questo sia all’interno delle mura Aureliane, sia nel contado, nelle terre esterne alle mura, popolate da contadini e disperati soggiogati dal crescente potere dei baroni locali. Uomini di potere che, in assenza della curia, avevano assunto e rafforzato il proprio potere sulla città.

Le famiglie ColonnaOrsiniSavelliContiAnnibaldi erano le vere e sole padrone di Roma, e a turno, tra alleanze e scontri, avrebbero ricoperto sempre più incarichi di potere, sia in termini imperiali che papali.

In questa situazione, in questo contesto storico, oggi estremamente chiaro, ma all’epoca estremamente caotico e ambiguo, è facile immaginare quali potessero essere le massime ambizioni dei notabili che controllavano Roma. Controllare la città e ripartire da Roma per ricostruire quella che nel mondo antico fu la più grande nazione della storia, ricostruire l’impero, o meglio, riportare la corona imperiale a Roma.

In quegli anni roma aveva apparentemente un ruolo centrale nelle dinamiche imperiali, e gli imperatori del sacro romano impero erano ancora tenuti a recarsi a Roma per essere consacrati imperatori, per acquisire dignità imperiale, tuttavia, la discesa a Roma degli imperatori era una pratica formale che nulla aveva a che fare con il potere reale e Roma, ormai privata del pontefice, era completamente posta al limite ai margini dell’impero.

In quel mondo, in quel tempo, in quell’Italia, come già detto, parlare di Italia era un utopia, ma qualcuno osò farlo, qualcuno ebbe una visione, qualcuno osò immaginare un Italia unita, e progettò di compiere in quella penisola, i cui confini naturali sono estremamente definiti e secondi, forse, solo ai confini della Gran Bretagna, qualuno, in quel frangente ipotizzò e provò a ridare all’Italia la sua antica dignità imperiale e di rendere nuovamente la città dei cesari (Roma) sede effettiva e reale del potere imperiale.

Se la storia avesse proseguito su questa strada, probabilmente nel XIV secolo, anche l’Italia, come Francia, Spagna e Regno Unito, avrebbe compiuto la propria unificazione nazionale prima della fine del Medioevo, e il volto dell’età moderna, dell’europa e del mondo, probabilmente sarebbe mutato notevolmente. Ma ciò non accadde.

Qualcuno tuttavia, provò a mettere in moto questo procedimento, anche se, col senno di poi, sappiamo che fallì miseramente e l’italia sarebbe stata unificata soltanto cinque secoli più tardi.

Ci troviamo intorno alla metà del XIV secolo, più precisamente alla vigilia della pentecoste (19 maggio) del 1347, nella piazza del Campidoglio, ebbe inizio una congiura popolare volta a scalzare le milizie comunali romane, controllate dai notabili, padroni di Roma.

L’ascesa di Cola di Rienzo

A capo dei congiurati che diedero il via a questa insurrezione “popolare” (termine anacronistico, me ne rendo conto) vi era un tale al secolo Nicola di Lorenzo Gabrini, in romanesco medievale “Cola di Rienzi” e noto oggi alla storia col nome di Cola di Rienzo. Costui, il 20 maggio, dopo aver trascorso la notte in preghiera nella chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, partì, alla testa di un corteo armato, in direzione del palazzo senatorio, sovrastante la piazza del campidoglio e giunto nella piazza, “affabulò la folla”, come ci ricordano i cronisti, con le sue capacità oratorie degne di Cicerone, Tito Livio, Seneca e Tulio e Valerio Massimo, ottenendo l’approvazione del proprio programma politico da parte dell’assemblea comunale, ottenendo pieni poteri politici e militari e successivamente, il 24 maggio, ricevendo il titolo di Tribuno della libertà, della pace e della giustizia, liberatore della Santa Repubblica romana.

Questo episodio, potrebbe a qualcuno ricordare l’ascesa di Cesare o l’ascesa di Ottaviano Augusto o anche la nascita della repubblica romana del 1848, episodio quest’ultimo con cui in effetti ci sono molte affinità, anche perché come per la repubblica romana, la Santa Repubblica romana del 1347 ebbe vita breve.

L’obiettivo di Cola di Rienzo chiaro e noto ai suoi contemporanei, egli ambiva a rendere Roma ancora una volta, sede reale del potere imperiale e per farlo era necessario compiere alcuni passaggi fondamentali, il primo di questi era l’allontanamento dei baroni che spradoneggiavano su una terra in tumulto.

Già il 20 maggio Cola di Rienzo aveva ottenuto di limitare il potere dei signori rionali, imponendo loro di rimuovere i vessilli esposti sulle dimore dei signori che controllavano i rioni della città. Successivamente Cola propose un progetto di unificazione dell’Italia, estendendo la cittadinanza romana a tutti gli abitanti della penisola italica, fatto questo che gli innimicò l’amicizia papale. Alcuni cronisti inoltre riportano un rapido e progressivo allontanamento di Cola di Rienzo dalla realtà, raccontando che, dopo una messa al Laterano, il tribuno si mise a dormire nel vasca battesimale della cattedrale, gesto che venne riportato come un tentativo di emulare una presunta immersione di Costantino e, al suo risveglio, si fece consacrare dal vescovo, Cavaliere dello Spirito Santo.

Il declino di Cola di Rienzo

Di episodi fuori dal comune e ben oltre il limite della follia, ne sono piene le cronache riguardanti Cola di Rienzo, ma non è chiaro se si trattasse di effettiva follia, di episodi di aperto scontro con le istituzioni tradizionali e imperiali che vennero poi strumentalizzate politicamente per screditare la figura di Cola di Rienzo, un po’ come accadde anche nel primo secolo dopo cristo a Caligola, la cui “guerra” al senato, portò i cronisti, di tradizione senatoria, a dipingere l’imperatore romano come un folle.

Ad ogni modo, sul finire di novembre del 1347, alcuni esponenti di nobili famiglie romane, tra cui Stefano Colonna e alcuni esponenti di casa Orsini che, in precedenza lo avevano sostenuto, vennero arrestati e il 20 novembre, le milizie comunali, controllate da Cola di Rienzo, inflissero alle milizie dei notabili un importante, quanto effimera, sconfitta, nella battaglia di Porta di San Lorenzo.

Per motivi a noi oggi ancora ignoti, i nemici sconfitti vennero lasciati fuggire, così che questi potessero rifugiarsi nei castelli delle campagne romane, per riorganizzarsi e riarmarsi. Probabilmente Cola di Rienzo ipotizzava che questi, una volta sconfitti non avrebbero più minacciato roma e non avrebbero fatto ritorno, ma così non fù, e la sua indolenza e, secondo i cronisti, inadeguatezza, segò l’inizio del declino politico del tribuno, le cui straordinarie capacità oratorie sembra non essersi tradotte in un effettiva capacità amministrativa e alla fine, Cola di Rienzo venne scomunicato da un legato papale costringendolo alla fuga.

Inizialmente Cola di Rienzo trovò rifugio a Napoli, successivamente tornò a Roma ormai nuovamente sotto il controllo dei Orsini e Colonna e, proprio gli Orsini, che più di tutti si erano sentiti traditi dalle azioni di Cola di Rienzo, ne ordinarono l’arresto costringendolo alla prigionia nelle celle di castel Sant’Angelo, dove rimase per circa un anno prima di riuscire a fugire in modo estremamente rocambolesco e trovare rifugio presso l’eremo dei fratelli spirituali sulla Majella (in Abruzzo).

Lì Cola di Rienzo si convinse che il solo uomo in grado di riportare ordine e pace sulla terra fosse l’imperatore, così partì alla volta di Praga dove, nonostante la scomunica, riuscì ad essere ricevuto dall’allora “re dei romani” e successivamente (a partire dal 1355) imperatore, Carlo IV di Lussemburgo.

Nel loro incontro Cola di Rienzo chiese al futuro imperatore di mettersi alla testa di un esercito marciare verso roma e contro il papato. La risposta dell’imperatore fu un nuovo arresto di Cola di Rienzo, arresto che fu molto gradito all’allora pontefice Clemente VI.

Nonostante la prigionia Cola di Rienzo riuscì, grazie ai suoi contatti romani, ad ottenere un trasferimento, nel 1352, presso il palazzo dei papi ad avignone dove, ancora una volta grazie alle proprie capacità oratorie, riuscì ad ottenere la simpatia e l’amicizia del cardinale Guy de Boulogne e del nuovo pontefice, Innocenzo VI, asceso al soglio pontificio nel 1352, il quale, intenzionato a riassumere il controllo di Roma, revocò tutte le accuse mosse nei confronti dell’ex tribuno romano, liberandolo e inviandolo a Roma, scortato dal legato pontificio Egidio Albornoz.

Cola di Rienzo entrò trionfale a Roma, accolto dalla folla il 1 Agosto 1354, dove fu rapidamente bollato come un uomo del pontefice e lasciato praticamente solo, dai suoi ex sostenitori e alleati, nello scontro contro i Colonna che in breve portò la città di roma sotto assedio.

Lo scontro per il controllo di Roma terminò l’8 ottobre 1354 e con esso si sarebbe spenta, almeno per qualche secolo, il sogno di un italia unita politicamente.

L’epilogo di Cola di Rienzo

La notte dell’8 ottobre Cola di Rienzo fu costretto a barricarsi presso il palazzo senatorio, al seguito di un insurrezione popolare, probabilmente fomentata da Colonna, Orsini e Savelli, tuttavia le mura dell’edificio non riuscirono a proteggerlo e la folla inferocita per le tasse eccessive incendiò il palazzo.

Così finisce la storia di Cola di Rienzo, un uomo che sognò l’Italia innimicandosi notabili, pontefici, imperatori e masse popolari. La sua morte però non avvenne tra le fiamme del palazzo senatorio. Secondo i cronisti del tempo infatti, Cola di Rienzo riuscì a fuggire, travestito da plebeo e cercando rifugio tra la folla, dove, tuttavia, qualcuno riuscì comunque a riconoscerlo dai suoi ingenti bracciali d’oro e così l’uomo un tempo eroe acclamato dal popolo romano, venne preso, colpito e linciato dalla folla che successivamente avrebbe esposto il cadavere decapitato, appeso a testa in giù di fronte la chiesa di San Marcello in via Lata, non lontano dal palazzo dei colonna e dopo due giorni, il cadavere ormai in putrefazione, venne bruciato, non lontano dal Mausoleo di Augusto.

Bibliografia e Fonti

R.Bordoni, G.Sergi, Dieci secoli di Medioevo, Einaudi editore
C.Frascati, Cola di Rienzo. Roma, 1347. La folle vita del rivoluzionario che inventò l'Italia, Mursia editore
Cola di Rienzo, Epistolario di Cola di Rienzo, Torino, Bottega d'Erasmo, 1966.
A.Collins, Greater than Emperor: Cola di Rienzo (ca. 1313–1354) and the World of Fourteenth-Century Rome, University of Michigan Press, 2002. DOI: 
10.1017 / S0038713400000324
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