Il cuore della COSTITUZIONE – Articolo terzo dei principi fondamentali

Personalmente credo che i principi fondamentali della costituzione, e in realtà tutta la costituzione siano superflui, o meglio, che facciano da contorno e servano a rafforzare e proteggere un unico principio inviolabile.

Questo principio è sancito in maniera indelebile dall’articolo 3 della costituzione ed esso, a mio avviso, rappresenta il cuore pulsante della costituzione, il centro gravitazionale attorno a cui tutto ruota, il cardine stesso della costituzione. Tutti i principi fondamentali e tutti gli altri articoli servono ad adornare e completare questo articolo, che di perse dice tutto quello che c’è bisogno di dire; mi piace pensare che la costituzione rappresenti un insieme di regole che hanno il preciso compito di rendere attuabile quanto comandato nell’articolo terzo dei principi fondamentali.

Per chi non lo sapesse, l’articolo terzo dei principi fondamentali della costituzione recita queste parole:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”

L’articolo in realtà è molto più lungo, e in questo post cercheremo di spiegarlo tutto, ma già queste prime parole ne definiscono l’essenza, tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, rileggiamolo, ripetiamolo, ascoltiamolo, ascoltiamo come suona bene, come suonano bene queste parole, sono parole magnifiche, candide, pure, immacolate, sembrano pronunciate da un bambino che con ingenuità crede ancora nelle favole e nella magia, sono parole che toccano direttamente il cuore degli italiani e per non lasciare spazio alle interpretazioni degli adulti, che si sa, hanno smesso di sognare già da qualche anno, l’articolo stesso ci tiene a sottolineare che quel “tutti” non è messo lì per caso, non è una parola usata tanto per usarla, quel tutti è messo lì con ragione di causa non per nulla l’articolo non dice “tutti tranne”, “tutti a condizione che”  o “tutti ma”, no, l’articolo dice solo “tutti”, e in tutto l’articolo, in pochissime parole, ribadisce più e più volte questo concetto di universalità dell’eguaglianza dei cittadini, continuando in questo modo.

Tutti sono uguali “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Alla costituzione non importa che qualcuno sia nato in una regione invece che in un altra, che sia nato in Italia o fuori d’Italia, che i suoi genitori siano italiani o stranieri, alla costituzione non importa che qualcuno sia bello, ricco, cristiano o uomo, per la costituzione qualcuno può essere basso, brutto, uomo, donna o aver cambiato sesso, può essere nato in una famiglia ricca o essere cresciuto in un orfanotrofio, può essere tutto e nulla, l’unica cosa che importa alla costituzione è che questo qualcuno sia vivo, sia libero e che possa godere degli stessi diritti di chiunque altro nel paese, e non c’è etichetta che regga, se qualcuno è un cittadino italiano allora ha gli stessi diritti di chiunque altro, non importa che sia nato cittadino o lo sia diventato in un secondo momento.

Questo concetto di universalità dei diritti è talmente semplice che non avrebbe bisogno di spiegazioni aggiuntive, ma i padri costituenti avevano vissuto in un epoca in cui tali diritti non erano dati per scontati, e l’essere o meno cittadino italiano era stato, per lungo tempo (quasi un ventennio) subordinato ai capricci di uno specifico partito politico, e quindi, per evitare che questi capricci potessero tornare, i padri della costituzione ebbero la lungimiranza di specificare, al di la di ogni ragionevole dubbio, che “tutti” significava “proprio tutti” e che nessuno dovesse essere abbandonato o dimenticato. Un po come in Lilo e Stich “Ohana significa famiglia. Famiglia significa che nessuno viene abbandonato” così nella costituzione italiana essere cittadini italiani significa appartenere ad una grande famiglia, e famiglia, per l’appunto, significa che nessuno viene abbandonato.

E perché nessuno venisse abbandonato, l’articolo terzo della costituzione specifica che

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”.

Mi piace immaginare la repubblica, come un padre ed una madre amorevole, e come tali ha il compito, ha il dovere, di prendersi cura dei propri figli, senza fare alcuna distinzione tra essi, senza fare alcuna preferenza tutti i suoi figli, neanche quanto si tratta di dover scegliere tra il figlio naturale e quello adottivo.

L’articolo dice che la repubblica ha il compito di rimuovere quegli ostacoli che limitano l’eguaglianza e questo significa la repubblica deve prendersi maggiormente cura del figlio malato, che attenzione, non significa ignorare il figlio sano, significa semplicemente non abbandonare chi, con le proprie forze, non è in grado di affrontare da solo il mondo.

Prendo in questo senso ad esempio due bambini, due fratelli, uno perfettamente sano ed in grado di camminare con le proprie gambe, ed uno malato che non è in grado di camminare, il padre, la madre o chi che sia, nel prendersi cura di entrambi è chiamato a fare uno sforzo maggiore per il bambino malato, che non può camminare, rispetto a quello sano, deve prendendolo letteralmente sulle proprie spalle affinché anche lui possa prendere parte alla vita di famiglia, magari durante una passeggiata in spiaggia, alla quale, con le proprie forze, non avrebbe potuto partecipare.

In questa suggestiva immagine familiare, in cui un padre tiene per mano il bambino sano e sulle proprie spalle quello malato, io vedo l’essenza stessa della repubblica italiana. Prendendo sulle spalle il figlio malato il padre non ha abbandona quello sano, e se bene i due figli siano uguali, non è possibile fare il contrario, perché prendere sulle proprie spalle il figlio sano significherebbe lasciare in dietro quello malato.

Abbiamo visto che l’articolo si apre dicendo che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” e nell’essere eguali, non sempre è possibile adottare lo stesso trattamento e la costituzione ne è perfettamente consapevole, sa che un figlio malato avrà bisogno di più cure, di più fatiche e di più attenzioni da parte del genitore rispetto al fratello sano e allora l’articolo continua, specificando che

 è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

In quest’ultimo passaggio possiamo notare, con grande stupore di qualcuno, che non si usa più la parola cittadini, questa parola è stata sostituita da “persona umana”, e questo per ribadire, ancora una volta, il valore universale di questo principio fondamentale, un principio, anzi, una serie di principi che vanno oltre il banale sentimento nazionale, l’essere o non essere cittadini di una o di un altra nazione non conta più nulla, ciò che rende umani e degni di diritti non è un foglio di carta bollata che riconosce l’appartenenza giuridica ad una nazione, ma l’appartenenza innata alla specie umana e in questo passaggio finale, ci viene detto che ogni persona, in Italia, deve essere trattata al pari di chiunque altro e d’avanti alle leggi chiunque è uguale a chiunque altro. L’articolo ci dice che gli esseri umani hanno diritto ad alcuni diritti inalienabili e allo stesso tempo questi diritti rendono tutti responsabili di alcuni improrogabili doveri fondamentali affinché i diritti di tutti vengano rispettati.

Nella sua estrema semplicità, l’articolo terzo dei principi fondamentali della costituzione, nasconde una complessità impressionante, una complessità che forse può essere compresa a pieno solo da un bambino e nel suo essere semplice e complesso, ci dice tutti in Italia sono uguali e che la repubblica deve prendersi cura dei più deboli affinché questi non restino in dietro. Non dice altro.

Mi permetto di aggiungere, come considerazione personale che, nel caso il figlio sano dovesse pretendere di essere preso sulle spalle del padre, e quindi dovesse pretendere di lasciare a terra il fratello malato, in questo caso, credo sia compito e dovere della repubblica fare una ramanzina a quel figlio egoista e capriccioso, che forse, non è stato educato correttamente e dimostra, con questa sua pretesa, di non avere a cuore null’altro che se stesso, ignorando e calpestando così i sogni, la vita ed il futuro del suo fratello più debole e indifeso.

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Autore dell'articolo: Antonio Coppola

Antonio Coppola
Articolista Freelance, laureato in storia contemporanea specializzando in geopolitica e relazioni internazionali. Appassionato di musica, tecnologia e interessato ad un po tutto quello che accade nel mondo.