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Diovremmo lottare per chiedere diritti, ma preferiamo negarne.

L’umanità, nella sua storia, ha sempre cercato di migliorare la propria condizione, ogni popolo, ogni villaggio, ogni nazione della storia ha sempre cercato di ottenere un vantaggio sugli altri, sia all’esterno che all’interno delle mura. E da sempre, nella storia dell’umanità, le “masse popolari” si sono battute per ottenere maggiori diritti, mentre l’aristocrazia, la classe privilegiata, cercava di non concedere diritti per non perdere i propri privileggi che, se concessi anche ad altri, non sarebbero più stati tali. E dall’altra parte, l’aristocrazia, pur di non concedere questi diritti alle masse popolari, ha sempre cercato di deviare l’attenzione su un “altro” esterno, un nemico alieno alla propria società, contro cui puntare il dito, riconoscendo ad essi, agli altri, barbari venuti da lontano, la responsabilità di ogni male della società.

Ed è sempre stato così, sempre, fin dalla notte dei tempi, e pure, negli ultimi decenni, qualcosa è cambiato.

Nel XIX e successivamente in gran parte del XX secolo, gli esseri umani hanno portato avanti lotte e battaglie per il riconoscimento e l’ampliamento dei propri diritti. Il principio alla base di queste battaglie era uno ed uno soltanto, se qualcosa, qualsiasi cosa, è un diritto per qualcuno, allora deve esserlo per tutti.

Si tratta di un principio semplice, giusto, ed è giusto perché è semplice, perché ha valore universale e non richiede sforzi particolari per essere compreso o messo in atto. diciamo che per la messa in atto ciò che serve è solo un po’ di buona volontà.

Il nostro secolo è differente, il nostro tempo è differente.

Una nebbia tenebrosa e oscura sta avvolgendo il nostro tempo, il nostro mondo, siamo all’alba di un lungo inverno, ma privi eroi carismatici in grado di fermare l’avanzata dei morti, siamo soli, in un mondo sempre più oscuro in cui si lotta per sopravvivere litigando per un pezzo di pane stantio istigati da chi dall’alto addenta un cosciotto di pollo fumante.

Stiamo vivendo una guerra tra poveri, cercando di raccattare pochi spicci, mentre ignoriamo il grande tesoro che si cela in bella vista a pochi passi da noi.

Oggi, ormai ad un passo dallo scoccare della campana che segnerà la fine del primo quarto del XXI secolo, le battaglie e le lotte per i diritti, hanno cambiato volto, sembrano non essere più battaglie per il riconoscimento dei propri diritti, ma, almeno per quanto riguarda le istanze di un certo ambiente politico, sembrano battaglie volte a negare e addirittura togliere diritti. Oggi, per assurdo non ci si batte più un aumento dello stipendio minimo, ma per ridurre lo stipendio di qualcun altro.

Non ci battiamo per avere più diritti, ma assecondiamo chi punta ad una limitazione e riduzione dei nostri stessi diritti, giustificando queste limitazioni dietro un finto senso di diversità tra gli esseri umani in base alle proprie origini e al proprio credo religioso o peggio, alla propria visione politica. Come se credere in un dio invece che in un altro, possa essre un fattore discriminante per il riconoscimento dei propri diritti civili in uno stato laico.

L’umanità sembra aver rinunciato alla propria progressiva emancipazione e almeno nel mondo occidentale, sembra aver messo da parte i principi dell’illuminismo e i valori di pace e armonia universale, per stringersi nel fatale abbraccio di Marte, il cui sospiro si traduce in venti di guerra tra gli uomini, la cui stessa esistenza si fonda sullo scontro tra uomini e l’annientamento reciproco.

Non so se è per la poca memoria storica, o per la poca memoria in generale, so solo che gli esseri umani hanno iniziato, negli ultimi tempi, una frettolosa corsa verso il baratro, desiderosi di compiere quel salto nel vuoto, senza paracadute o elastico, desiderosi di schiantarsi, nella speranza che durante il precipitoso volo possano spuntare loro dele ali, come qualcuno ha promesso loro dall’alto di un balcone, mentre sotto la camicia nera indossava il proprio paracadute.

Viviamo nell’epoca della menzogna tollerata, dove non importa davvero ciò che è o ciò che stato, importa invece ciò che ci viene raccontato, e se non è vero è indifferente, perché potrebbe essero e dunque la verità perde di ogni valore e vero viene sovrascritto dal plausibile, e tanto basta per legittimare pensieri e richieste di limitazione di diritti altrui. Per legittimare disonestà, menzogne e falsità raccontate per puro interesse politico.

Viviamo in un epoca in cui una fetta importante della popolazione mondiale, punta, senza vergogna, a miglirare la propria condizione di vita a discapito degli altri, in una paradossale dinamica per cui l’ampio divario tra ceto medio e ultramilionari, sembra inesistente, mentre il divario estremamente effimero tra poveri e ceto medio, sembra abnorme, e la povertà diventa una colpa, diventa sinonimo di inadeguatezza, qualcosa di cui vergognarsi, mentre la criminalità vera e pericolosa viene perdonata, tollerata e a tratti, subdolamente tutelata, fino al punto estremo in cui chi cerca di sopravvivere, banalmente chiedendo l’elemosina o appoggiandosi a centri d’assistenza, viene percepito dalla società come una piaga, come un male da estirpare, come un parassita, come un feroce criminale di cui liberarsi il prima possibile. Chi cerca di avviare un attività legale, facendo sacrifici enormi per pagare le tasse, viene percepiro dalla società come un inetto, uno sciocco, un servo dell’europa. Mentre chi ruba milioni, chi truffa lo stato, chi evade il fisco, sfrutta disperati e giovani pagando loro una miseria per innumerevoli ore di lavoro al limite dell’umano, al di fuori della legalità e rasentando la schiavitù, viene percepito come un benefattore, un paladino, un eroe, qualcuno che non ha paura di sfidare i poteri forti.

E in mezzo a tutta questa licenza, chi salva vite umane o sfugge dall’inferno in cui viveva, viene perseguito dalla politica e portato d’avanti alla legge, come fosse un criminale della peggior specie, mentre dall’altra parte, contemporaneamente, si applaude e si conferiscono medaglie ai trafficanti di morte, venditori d’armi, droghe e schiavi, acclamandoli come risorse e benefattori.

Questa è la sporca progene del nostro tempo, figlia malata di un mondo al limite delle proprie energie, immersa in una pericolosa e precipitosa discesa verso il baratro, al cui fondo gli uomini lottano come barbari selvaggi per un pezzo di pane e degli avanzi, gentilmente concessi dai signori della guerra che alle nostre spalle e a nostre spese, banchettano su ricche tavole imbandite, con caviale, ostriche e champagne, inneggiando al nazionalismo, alla gloria e al valore del proprio popolo, mentre i propri risparmi sono al sicuro investiti investiti all’estero.

Questa è l’età della falsità, è il secolo dell’ipocrisia, il tempo della memoria corta, in cui si applaude per convenienza a chi appena pochi minuti prima ti insultava.

Quando in futuro gli storici racconteranno il nostro tempo, lo faranno con parole impietose, dure, forti. Parole pure e forse stranite, di chi guardandosi alle spalle, rivolgendo con distacco il proprio sguardo al nostro tempo, non potrà evitare di chiedersi come tutto ciò è stato possibile.

L’umanità è dormiente, ipnotizzata da pifferai, le cui subdole melodie si insinuano nelle coscienze e risveglia mostri sempre pronti a colpire, uccidendo amore, rispetto, tolleranza e solidarietà.

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