FOIBE || La strage di italiani insabbiata dal governo

La questione delle stragi delle Foibe e il “silenzio della politica italiana di quegli anni” , da qualche anno è diventato un elemento centrale nel dibattito pubblico che viene ad originarsi sul web durante alcune manifestazioni della memoria, volte a non dimenticare, i crimini di guerra compiuti durante la seconda guerra mondiale. Il tema delle Foibe è spesso utilizzato in modo improprio, estraendo quegli avvenimenti dal contesto storico in cui si verificarono, mi riferisco al silenzio politico oltre che ovviamente alle stragi.

Ho recuperato un vecchio “intervento” di Giulio Andreotti, risalente al febbraio 2007 (esattamente 10 anni fa) che dice tanto (ovviamente a chi vuole ascoltare).
Integrerò la dichiarazione di Andreotti con alcune spiegazioni in modo da rendere il più chiaro possibile cosa accadde a livello politico in italia, tra il 45 ed il 48, ovvero tra la fine della guerra e l’inizio della repubblica.

“Credo sia mio dovere intervenire perché questa espressione di riferimento ad un lungo silenzio può essere equivoca. Ho vissuto quel periodo e quindi lo conosco direttamente e vorrei dire perché noi abbiamo coscientemente evitato di fare di quell’argomento un motivo che dividesse.”

L’intervento di Andreotti è una risposta all’intervento del presidente del Senato Franco Marini sulle foibe, spiegando perché all’epoca (nell’immediato dopoguerra) l’argomento fu a suo tempo “coscientemente evitato“, ricordiamo infatti che Giulio Andreotti è stato membro dell’assemblea Costituente e, anche se molto giovane, fu un protagonista della repubblica italiana nei primissimi anni della sua esistenza –

“Certamente eravamo ispirati da due fattori: innanzitutto, non doveva essere un motivo di polemica interna, perché i Comunisti Italiani non c’entravano niente”

Credo le sue parole siano fin troppo chiare, in un momento storico a cavallo tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda, in un tempo in cui iniziavano a manifestarsi le prime tensioni tra le due superpotenze vincitrici della guerra, e di conseguenza iniziavano anche le prime pressioni “internazionali” per limitare l’azione politica dei gruppi e partiti più vicini all’unione sovietica, era impossibile affrontare un tema che riguardasse un paese comunista come la Jugoslavia, senza che le sue responsabilità ricadessero di riflesso sui comunisti italiani, che però non c’entravano nulla.

“in secondo luogo vi era un dovere di cercare quanto più possibile di instaurare con un Paese vicino, con il quale vi era stato più di un motivo di grandissimo contrasto, un clima di comprensione che guardasse al futuro e non al passato.”

In questo passaggio si riferisce alla “clausola di reciprocità”, un cavillo giuridico utilizzato dall’Italia nell’immediato dopoguerra per prendere le distanze dai crimini del nazismo, e “proteggere” gli italiani da un destino analogo a quello dei condannati a Norimberga.
Siamo in anni in cui il dibattito internazionale sui crimini di guerra e contro l’umanità è particolarmente acceso, e allo stesso tempo oscuro, Norimberga nel suo tentativo di far giustizia, si è trasformato in un tribunale dei vincitori sui vinti, facendo venir meno, il principio fondamentale del diritto, ovvero la non retroattività di un crimine. A livello giuridico un tale operato fu necessario per punire quelli che erano i crimini più che evidenti compiuti dal nazismo, che che , de facto non erano crimini, poiché compiutisi in modalità e portata totalmente nuova e non prevista da nessun codice nazionale o internazionali.
In quel meccanismo criminale, furono coinvolti numerosi ufficiali militari e leader politici italiani, tra cui molti uomini che in seguito avrebbero voltato le spalle al fascismo e supportato Pietro Badoglio nel colpo di Stato. Lo stesso Badoglio in Africa aveva compiuto quelli che potevano essere definiti, dopo Norimberga, come crimini di guerra, e lo stesso valeva per molti degli italiani che avevano occupato e amministrato l’area balcanica durante la guerra.
Iniziano a diffondersi così, con la fine della guerra, numerose liste di “criminali di guerra” , da parte di tutte le nazioni coinvolte nel conflitto, la francia prepara la lista dei criminali attivi in francia, così come avrebbe fatto la Germania, la Russia, la Polonia, l’italia e la Jugoslavia.
“ovviamente” la maggior parte dei criminali erano tedeschi, seguiti da italiani, ma non mancarono accuse nei confronti di francesi (compiuti soprattutto in italia nei confronti delle donne), o di jugoslavi, britannici, americani ecc.

Le “mille” liste, di criminali di guerra, spesso contenevano gli stessi nomi, e per semplificare la vita a tutti i paesi coinvolti, si procedette attraverso tribunali nazionali, che avevano il compito di giudicare e punire i propri criminali di guerra (l’italia avrebbe condannato gli italiani, la francia i francesi, la Jugoslavia i jugoslavi ecc) e qui entra in gioco la suddetta “clausola di reciprocità”, prevista dal codice militare, che permetteva all’Italia di processare i propri criminali di guerra a condizione che i criminali accusati dall’Italia (soprattutto quelli di Jugoslavia), fossero a loro volta processati, di conseguenza se in Jugoslavia non fossero stati avviati dei processi, l’italia non avrebbe processato i propri criminali.
Questo cavillo avrebbe garantito all’Italia un’importante scappatoia, poiché la maggior parte dei criminali di Jugoslavia erano coinvolti direttamente nel governo di Tito, e Tito non avrebbe mai smantellato la classe dirigente del neonato stato di Jugoslavia “solo” per obbligare l’Italia a processare i propri criminali di guerra.

“Ritengo quindi che il silenzio sia stato più che giusto e che siano state molto opportune le parole dette. Ognuno, del resto, ha la propria opinione e guai se dovessimo avere tutti la stessa! Dal momento che l’ho vissuto, però so che la grande maggioranza degli italiani di quelle zone riteneva di dover guardare verso il futuro e non creare dei solchi che aggravassero ulteriormente la situazione”

L’ultima parte si riferisce alla crescente tensione tra l’Italia e la Jugoslavia, sulla questione del territorio Istriano, di Trieste e parte dell’odierno Friuli, che furono “liberati” dalle milizie di Tito poco prima dell’arrivo degli alleati, e di conseguenza, alla fine della guerra, la Jugoslavia di Tito rivendicò il proprio controllo su quell’area territoriale, creando una profonda crisi diplomatica che avrebbe sottoposto quelle aree (soprattutto trieste) ad un controllo internazionale, e analogamente a quanto stava avvenendo in Germania.

Ci fu quindi la volontà politica di mantenere l’unità nazionale e riportare sotto il controllo italiano, i territori occupati dalla Jugoslavia. Il controllo internazionale di trieste si sarebbe concluso soltanto nel 1954, quando la città tornò ad essere parte del territorio italiano.

 

Bibliografia

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