Intervista sulla Public history al professor Serge Noiret

Al termine dell’incontro che si è tenuto a Torino al Polo del ‘900 il 28 ottobre sul tema “Musei di  storia e Public History” sono riuscito ad intervistare il professor Serge Noiret.

Nell’ultimo periodo si parla sempre di più di Public History in che modo questa nuova concezione può aiutare la comunicazione della storia ad un pubblico più ampio?

La Public History non è soltanto comunicazione della storia, è anche formazione degli individui che porteranno la storia attraverso nuovi media a diversi pubblici. Si può benissimo pensare che una formazione in Public History, possa dare i mezzi ai musei e agli storici di confrontarsi con la narrazione all’interno di un museo, dunque con il linguaggio specifio che la storia attraverso il museo e le sue realizzazioni potrà fare. Cosicchè pubblici specifici di età, di comunità, di genere, di diverse etnie, pubblici diversi potranno conoscere la storia. La presenza della Public History è soprattutto il rivelare, che un campo disciplinare tocca molti mezzi di comunicazione, diversi pubblici, e che ha la capacità di agire insieme a questi pubblici, sia per parlare di storia che agire nel pubblico e nella società.

 

La Public History è nata negli anni settanta, cosa è cambiato nella Public History di oggi?

C’è una percezione del Public Historian diversa in base alle diverse culture dei paesi, in base anche all’esperienza storiografica nazionale e, dunque, ogni pase vede ciò in modo diverso. Anche nel tempo queste pratiche sono cambiate; per esempio, oggi abbiamo parlato di musei, è ovvio che il museo sia molto di attualità e, oggi, con un impatto delle tecnologie notevoli, il mutamento è dovuto all’impatto delle nuove tecnologie, il web, la condivisone possibile attraverso di esso. Vi è quindi, la possibilità finalmente, di far parlare le persone che hanno delle conoscenze e di metterle insieme di filtrarle e  farle partecipare a dei progetti. Questo ovviamente nel tempo è cambiato moltissimo.

 

In Italia si è iniziato a trattare di Public History negli ultimi anni, quali sono le motivazioni di questo ritardo?

La Public History è una cosa molto americana. L’idea della Public History nasce da una crisi della storia come veniva insegnata nelle università negli anni 70. E’ una crisi soprattutto del mercato della storia e degli storici all’interno dell’accademia; da qui quindi, la necessità di reinventare degli spazi professionali per gli storici professionali che venivano dall’università. Questo è successo negli Stati Uniti negli anni 70; da allora hanno strutturato dei programmi per formare il Public Historian. Stranamente non è passato in Europa perché in Europa la Public History si faceva già, senza sapere di fare Public History. C’erano molti storici che facevano una comunicazione nei musei, nelle biblioteche, negli archivi, nelle scuole, dove ci sono molti storici di professione, che praticavano la loro conoscenza della storia. Questo però non è mai stato riconosciuto come Public History, perché le diverse tradizioni nazionali non vedevano la Public History in quanto tale. Come diceva lei, sei, sette, forse dieci anni fa, si sono cominciate a vedere soprattutto in Italia; personalmente ho fatto molto per avvicinarmi alla Public History Nord americana, per vedere come questa Public History potesse funzionare all’interno delle strutture, culturali e storiche anche nel nostro paese. Mi sono reso conto che molte persone reagivano in modo diverso quando si parlava di Public History e non più di uso pubblico della storia, non nei media, ma di uso pubblico della storia per sottostare a delle volontà politiche ideologiche momentanee per creare delle memorie attive ad un certo punto. Quando siamo usciti da questo e abbiamo inizato a parlare di storia, con chi lavorava in diversi ambiti, si sono riconosciuti nella Public History sul modello americano, nel senso che tutte le persone avevano in comune il modo di trattare di storia con i pubblici più diversi, grandi e diversificati. È come una scintilla il concetto della Public History, che rivela alle persone che già da trent’anni lavorano. Io ho sentito tantissime volte qualcuno dirmi “quello che mi sta spiegando io lo faccio da trent’anni”, solo che magari questa persona era un archivista. Io spiegavo che l’archivista fa parte della Public History e che ha una sua posizione professionale, che lavora con la storia nel suo ambito. Si rivelava allora a queste persone, che erano parte di qualcosa di più grande di loro, che aveva delle problematiche epistemologiche e metodologiche comuni e, che dunque, potevano fare insieme della storia come il ministero in Italia che raggruppa turismo, musei, archivi, biblioteca, le gallerie. Quindi ha appreso che l’associazione internazionale di Public History, che è stata fondata nel 2012 ha nei suoi compiti quello di favorire la creazione di associazioni nazionali per tenere insieme questi professionisti .

Lei prima parlava di una funzione civile della Public History per sostituirsi all’uso pubblico della storia. Questa funzione civile però la storia l’ha sempre avuta perché ora questo concetto riemerge?

La storia ha sempre avuto una funzione civile, ma era molto poco presente nei vari pubblici e mancavano gli agganci con la popolazione, con le comunità locali con le problematiche delle comunità locali che non erano così evidenti come oggi lo sono.  Dunque quando si dice che gli storici universitari in grande parte, a parte quelli che escono dal laboratorio universitario per scrivere articoli sui giornali per commentare o  in una trasmissione televisiva come esperti, questi storici hanno una visione pubblica della storia e sono visibili pubblicamente. A parte questo la storia è fatta in stragrande parte da persone che dentro l’università scrivono non pensando alla diffusione, all’interazione con i pubblici più vasti, differenziati e anche pubblici qualificati, non sto parlando solamente di divulgazione, loro parlano tagliando fuori la popolazione e dunque, quello che la Public History ha fatto, è stato quello di ridiventare sociale reinventando un  ruolo sociale dello storico, ponendolo al centro della comunità nella quale e con la quale riflettere di storia. Questo è l’elemento centrale e civile della Public History: è la capacità di portare verso la gente una riflessione e un metodo storico, che è quello professionale dell’accademia, ma che l’accademia ha concentrato verso i libri che leggono in pochi, e che si stampano in poche copie e che servono a riprodurre la propria riflessione storica, accademica indipendentemente dall’impatto che questi lavori potrebbero avere verso un pubblico più vasto, sono rintanati e rinchiusi all’interno dell’università per produrre anche dei lavori, per passare da ricercatore ad associato ad ordinario, quindi dei lavori fatti soprattutto in funzione di questo cursus honorum nelle università. Non pensando all’impatto che questi lavori, se diffusi, potrebbero avere su diversi media e diversi pubblici.

 Che rapporto c’è tra Public History e il web e come può intervenire?

Diciamo che il web stimola la dimensione partecipativa, soprattutto del web 2.0 che nasce prima con Wikipedia nel 2001; perché la persona che contribuisce a Wikipedia, non è più solo un lettore diventa autore, quindi il pubblico interagisce con lo strumento del web. Questa modalità si è sviluppata dopo il 2004 con le varie piattaforme sociali i social software che noi chiamiamo socialmedia. Queste piattaforme, questa capacità tecnologica all’interno del progetto, ha dato una dimensione straordinaria perché ha diffuso quello che era l’essenza stessa della Public History, cioè il web e la rete hanno dato delle possibilità di realizzare progetti di Public History per la comunità, come progetti locali sul territorio, ma poi legati alla tecnologia del web, per costruire percorsi di conoscenza che vanno oltre alle persone del territorio stesso e integrare progetti di rete, musei e mostre degli archivi di rete che hanno rivoluzionato completamente la Public History. La Public History da quando è in rete è diventata Digital Public History cioè storia pubblica digitale e questa storia pubblica digitale ha le capacità di fare per il pubblico e con il pubblico dei lavori per la storia.

 

 

Qual è stato il suo percorso personale? Ha qualche consiglio di lettura su questo argomento?

 

Il mio è un percorso tradizionale: ho fatto il dottorato di storia contemporanea su delle tematiche molto tradizionali come la crisi dello stato liberale in Italia e la nascita del fascismo, poi mi sono occupato di storia comparata dei sistemi elettorali in Europa. Ho insegnato per l’università di Urbino. Quando è nato internet, visto che io lavoravo come storico in una biblioteca all’Istituto universitario europeo di Firenze, ho iniziato a costruire siti web per la bibliteca e l’istituto universitario e mi sono reso conto delle nuove problematiche di accesso all’informazioni, e alla documentazione del pubblico e soprattutto degli storici. Da quel momento,metà degli anni 90, sono più di vent’anni adesso, io mi sono dedicato a capire come le nuove tecnologie stavano cambiando il mestiere dello storico il rapporto con le fonti, la scienza della documentazione, le tecnologie, la critica dei documenti come questo cambiava. Andando avanti ho scoperto la Public History americana, che di questo anche cominciava a parlare e faceva i primi grandi progetti copartecipati come “September eleven” che è un progetto fatto da storici su modello locale a Mannhatan, nazionale negli Stati Uniti, ma mondiale, per ciò che la guerra contro il terrorismo a livello internazionale. Quindi aveva livelli diversi e, solo la rete, e la capacità di avere le memorie e l’esperienze di tutti, avrebbe potuto fare questo. Questo è stato il mio percorso che dalla storia pubblica è diventato di storia pubblica digitale. All’interno della Public History, che è fatta di pratiche diverse e di conoscenze personali diverse, io posso, se voglio dare qualcosa di personale. questa cosa la dò attraverso la storia pubblica digitale. Cioè questo impatto delle tecnologie nel cambiare la Public History stessa e di lì la mia expertise.

Ci sono diversi testi usciti in italiano, a parte i testi in inglese che sono importanti. In italiano esiste il mio fascicolo di memoria e ricerca del 2011 “ Public History una disciplina senza nome” che tratta di quello che dicevo prima, e cioè che ci sono diverse persone interessate, perché riguardano argomenti diversi. Un altro saggio secondo me importante che è stato pubblicato da ricerche storiche nel 2009 è il numero sui ”media e la storia”, in cui io ho parlato proprio della storia e la rete e la fotografia digitale. Dopo questi due in Italia, segnalo quello prima del convegno di Ravenna di questo Giugno, dell’Associazione italiana di Public History. Uno si intitola “Public History” (Mimesis,  2017) con delle pratiche, che è stato elaborato da chi fa il master in Public History a Modena e un altro è una raccolta di saggi di Maurizio Ridolfi intitolato “Verso la Public History” (Pacini, 2017). Dopo di questo c’è la partecipazione al numero della rivista Zapruder “ Di chi è la storia” che è un saggio sulla storia pubblica digitale che viene pubblicato inglese, spagnolo, portoghese, cinese russo e anche in italiano. Questa è stata la dimensione più importante. Nel 2015 c’è stata un’altra interpretazione della Public History in Italia, da parte di Angelo Torre in un numero monografico di Quaderni storici.

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