La guerra dopo la guerra

Qualcuno potrebbe dire che la vera guerra inizia solo quando la guerra è fatta e conclusa e si inizia a lavorare ai trattati di pace, e questo qualcuno potrebbe anche avere ragione.

Siamo portati a fingere che una volta conclusa una guerra, per qualsiasi ragione, ad esempio una delle due fazioni viene sconfitta in battaglia, il capo di una delle due fazioni viene assassinato da una congiura, o si arrende stipulando un trattato di pace, ecc, che la guerra termini ed inizi una fase di pace, tuttavia, questa pace, come osservava Hobbes nel Leviatano è illusoria e transitoria e nella maggior parte dei casi, da quando esiste la guerra, una volta “conclusa l’ultima battaglia” in realtà la pace non arriva realmente e la guerra continua, in forme e modi diversi a seconda delle epoche e delle dinamiche storiche e politiche di quel tempo.

Sono innumerevoli gli storici, i filosofi ed i comandanti militari che nel corso dei secoli hanno parlato della “guerra dopo la guerra”, e uno degli ultimi ad aver trattato la questione, per quanto riguarda l’età contemporanea è stato Fabio Mini, un militare italiano, che fu uno dei comandanti sul campo della NATO durante la guerra del Kosovo al cavallo tra anni novanta e primi anni duemila. Nel 2003 Mini diede in stampa il libro “La guerra dopo la guerra: soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale” in cui partendo dalla propria esperienza sul campo osserva, con grande lucidità la realtà postbellica del nostro tempo, una realtà di pace apparente estremamente turbata ed inquieta, una vera e propria pace armata imposta con la forza ma che de facto non è reale e nelle zone di guerra spesso non è neanche percepita come una pace.

In questo articolo non voglio entrare nel merito dell’opera di Mini, di cui a breve pubblicherò una guida alla lettura, ma voglio partire da questa idea, dal concetto di guerra dopo la guerra per presentare una serie concreta di esempi in cui, nella storia, la guerra non si è affatto conclusa con i trattati di pace, ed anzi, in realtà la guerra è continuata dopo la pace, in modi e forme “non convenzionali”.

Soprattutto in età medievale e nella prima fase dell’età moderna, almeno fino alla riorganizzazione militare dell’europa avvenuta dopo la pace di Westfalia, possiamo osservare come in realtà nessuna guerra sia mai realmente finita. Questo nelle società feudali è particolarmente evidente, soprattutto per la natura organizzativa degli eserciti, eserciti che sono generalmente mercenari, radunati all’occasione da un qualche capo militare o politico che, grazie al proprio carisma, grazie alla propria influenza o più banalmente grazie alle proprie ricchezze, riusciva a radunare attorno a se una vasta schiera di “alleati”, tendenzialmente suoi vassalli, ma non necessariamente, che durante la guerra combattevano al suo fianco e molto spesso queste milizie continuavano a combattere, in proprio, anche in tempo di “pace”, quando non c’era un nemico da combattere e di conseguenza non c’era oro da guadagnare o terre da conquistare strappandole al controllo nemico.
Questi “soldati”, questi signori della guerra, in tempo di pace molto spesso si tramutavano in veri e propri predoni, dediti al saccheggio e alle razzie, di piccoli villaggi sparsi in giro per l’europa, e grazie a queste attività “criminose” in alcuni casi riuscivano ad ottenere grandi ricchezze, prestigio e influenza che si traducevano, in tempo di guerra, in posizioni di comando.

Hobbes nel suo leviatano sostiene che il mondo vive uno stato di guerra permanente e che questa guerra sia intervallata periodicamente da momenti di pace apparente in cui i capi hanno il dovere di riorganizzare le proprie forze in preparazione di una nuova imminente fase bellica. Durante la pace i capi espongono le proprie forze, le proprie armate, al fine di scongiurare il più possibile nuove guerre, le milizie che vagano per l’europa hanno il compito di dissuadere i rivali dall’iniziare una nuova guerra, ci è quindi un esibizione reciproca di forza, in maniera non dissimile da quanto accaduto nel mondo contemporaneo con la corsa agli armamenti dopo la seconda guerra mondiale e durante tutta la guerra fredda (e anche oltre).

Ma saccheggiare e depredare villaggi, costruendo una pace fondata sulla paura non è l’unico modo noto di continuare una guerra dopo la guerra e dopo Westfalia, nuovi sistemi più elaborati hanno assolto a questa funzione in maniera in un certo senso più creativa ed estremamente efficace.
Un esempio “moderno” di guerra continuata dopo la guerra lo incontriamo nel 1945/1946 con i processi di Norimberga e di Tokyo, ufficialmente dei tribunali internazionali aventi il compito di punire i crimini compiuti durante la seconda guerra mondiale, ma de facto dei veri e propri processi dei vincitori che altro non fecero che, continuare la guerra dopo la guerra.

A Norimberga, durante i processi, si continua a combattere la seconda guerra mondiale, ma a combattere non saranno più soldati e uomini in armi, ma burocrati, avvocati e colletti bianchi, incaricati dai vincitori della guerra, che avevano il preciso compito di punire gli sconfitti, qualcuno potrebbe dire, infierendo ulteriormente sull’ex nemico. 
Questo clima di tensione e di prolungamento della guerra ben oltre i trattati di pace, è uno dei motivi alla base (ovviamente non l’unico e sicuramente non il più importante e significativo) della successiva guerra fredda, una guerra che non è altro che il prosieguo della seconda guerra mondiale.

La seconda guerra mondiale, si diceva all’inizio degli anni novanta, forse non è mai realmente finita, la struttura dell’ONU con enormi poteri affidati ai vincitori del conflitto sembra esserne la riprova di ciò, a conferma delle teorie di Hobbes sulla guerra permanente.

Ragionando in questi termini possiamo osservare come anche la Rivoluzione Francese non sia mai realmente conclusa, spingendo molti a vedere nella storia europea un unica rivoluzione francese, iniziata nel 1789 e conclusa, forse soltanto nel 1848. In quest’ottica il periodo del terrore non sarebbe altro che il prosieguo della rivoluzione, in cui i vincitori continuano ad infierire e punire gli sconfitti, passando poi all’età Napoleonica e in fine al congresso di Vienna che, come sappiamo, riaccende il dibattito sulla rivoluzione stessa provando a cancellarne gli effetti e le conseguenze, provando a riconsegnare l’Europa al vecchio ordinamento pre-rivoluzionario, quindi in piena continuità con quella sorta di “lunga guerra civile francese” che non si era mai realmente conclusa e, come sappiamo, il congresso di Vienna ebbe ripercussioni sull’organizzazione europea per almeno 30 anni, tutta l’età delle rivoluzioni borghesi, la famosa primavera dei popoli segnata dai moti del 20/21, 30/21 e 48 non è altro che una conseguenza della rivoluzione stessa e del congresso di Vienna, una rivoluzione mai realmente conclusa, almeno fino al 1848.

Sempre ragionando in questi termini possiamo ragionare anche sulla seconda guerra mondiale, le cui cause scatenanti affondano nei trattati di pace seguiti alla prima guerra mondiale.
Una volta conclusa la guerra il Kaiser Guglielmo accettò la resa incondizionata, ma questa accettazione in realtà non fu immediata, in sede ai trattati di pace, Guglielmo minacciò più volte un possibile ritorno alle armi e quindi una riapertura delle ostilità, apertura che fu poi arginata dalla decisione statunitense di stipulare una pace separata con la Germania, molto meno stringente e oppressiva della pace voluta da britannici e francesi. Ed è proprio la pace “estremamente dura” voluta da britannici e francesi (soprattutto francesi) che impose alla sconfitta Germania enormi sanzioni, restrizioni e limitazioni territoriali che, già nei primissimi anni dopo la fine della guerra, si tradusse in malumore e scontento da parte del popolo tedesco, scontento che alla fine sfociò nell’ascesa del Nazismo spianando così la strada alla seconda guerra mondiale.

Vi è indubbiamente un legame indissolubile tra la Grande Guerra e la Seconda guerra mondiale, e vi è un altrettanto indissolubile legame tra la seconda guerra mondiale e la guerra fredda, di conseguenza, per la proprietà transitiva, vi è un legame diretto tra il 1914 e il 1991, tra l’inizio della Grande guerra e la fine della guerra fredda. Legame che non sono ovviamente il primo ad osservare e che anzi, negli anni novanta fu terreno controverso di importanti dibattiti ed oggetto di innumerevoli opere letterarie tra cui, forse la più illustre e nota è “Il secolo breve” di Eric Hobsbawm.
Non è assolutamente un caso se questa fase storica, ribattezzata col nome di “secolo breve” da Hobsbawm, parte dal 1914 e si conclude nel 1991, e basta sfogliare anche solo superficialmente il testo, leggendo appena la prefazione libro per rendersene conto.

Il secolo breve non è un secolo nel senso cronologico del termine, anche perché si compone di circa 75 anni e per fare un secolo ne servirebbero almeno altri 15 poiché, come giustamente osservava qualche tempo fa Emilio Gentile nel suo saggio introduttivo alla raccolta “Novecento Italiano”, un secolo è fatto da 100 anni, non uno di più non uno di meno, e parlare di un secolo di 75 anni è sul piano cronologico inesatto, tuttavia, non stiamo parlando di un vero e proprio secolo, ma di un etichetta periodizzante che racchiude in un insieme definito una serie di eventi e avvenimenti che, nel bene e nel male, sono l’uno la conseguenza dell’altro e nella maggior parte dei casi, abbiamo a che fare con un prosieguo della guerra dopo la guerra.

Da queste osservazioni e da questi esempi emerge una verità storica, ossia che la gestione delle dinamiche postbelliche, se non realmente finalizzate alla pace e utilizzate come un arma per proseguire la guerra ben oltre la sua fine, possono dar vita a nuove guerre spesso più violente e feroci delle precedenti e in questo senso il caso della seconda guerra mondiale nata dalla cattiva gestione dei trattati di pace, dopo la fine della prima guerra mondiale, da parte delle potenze vincitrici della guerra è esemplare.

Nella canzone del bambino nel vento (Auschwitz) Francesco Guccini scrive “Io chiedo quando sarà, che l’uomo potrà imparare, a vivere senza ammazzare, e il vento si poserà…” e aggiungo che quel giorno, forse arriverà quando gli uomini impareranno a dimenticare, lasciandosi il passato e le vendette alle spalle, così che le guerre possano finire in maniera definitiva, permettendo così una reale ricostruzione post bellica in grado di condurre ad un mondo più tollerante e pacifico in cui non ci sia più alcuna ragione per combattere nuove guerre. Ma queste sono solo le considerazioni finali, estremamente soggettive e personali.

 

Bibliografia consigliata:

F.Mini,La guerra dopo la guerra: soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale
E.Hobsbawm, Il secolo breve
E.Gentile, Novecento Italiano
T.Hobbes, Il Leviatano

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