La strategia del terrore

Ogni volta che nel mondo scoppia una bomba e l’attentato viene rivendicato da qualche organizzazione, assistiamo impassibili al solito teatro mediatico in cui sembra si faccia a gara con i terroristi nel tentativo, spesso di successo, del terrorizzare la popolazione e le genti. Questi scenari sono ormai all’ordine del giorno e mettono in evidenza il vero volto della strategia del terrore, un volto ambiguo e subdolo che non si compone di soli militanti armati di bombe e kalashnikov, si compone anzi, anche di uomini e di idee, ed in questo senso, i “terroristi” più pericolosi e potenti, non impugnano un fucile e non stringono al petto un ordigno esplosivo, ma anonimi, si nascondono dietro lo schermo di un pc, stringendo in mano, ben salda, la propria penna, oppure scendendo in piazza, per fare ancora più paura alla propria gente, sventolando quelle morti vittime di intolleranza ed estremismo.

Quale sia di preciso lo schema d’attacco seguito dai militanti dello stato islamico resta tutt’ora un mistero, la scelta degli obbiettivi, sembra essere totalmente casuale, o meglio, affidata alla libera scelta delle singole cellule che, per loro stessa natura agiscono in maniera sostanzialmente autonoma. Ciò che è certo, è che, negli ultimi due anni, il numero di attentati terroristici rivendicati dall’ISIS è andato aumentando, seguendo una mappa internazionale che va dal cuore dell’Europa fino ai più remoti angoli del sudest asiatico, passando naturalmente anche per l’Africa.

Ottomila chilometri separano Parigi da Dacca, eppure le due città in questi giorni sono estremamente vicine, entrambe colpite al cuore da un nemico anonimo ed occulto che nascosto in bella vista non aspetta altro che il momento esatto in cui colpire alle spalle una città indifesa e inerme, per gettarla in preda al panico, tra le fiamme dell’intolleranza e del pregiudizio, perfettamente consapevole che quell’assalto sarà come un ennesima tanica di benzina gettata sul fuoco, quelle vittime saranno solo numeri, gettati in pasto ai più affamati giornalisti e leader politici, desiderosi di montare ancora una volta sul cavallo della paura.
Una paura intima e viscerale che avvolge ogni cittadino del mondo, il quale vive, giorno dopo giorno, in attesa di un nuovo assalto, di un nuovo attentato, e chissà se in quello lui o qualcuno a lui caro, non perderà la vita. Ed è in questo modo di vivere, che ci rende sempre più spaventati ed intolleranti, sempre più estremisti ed assetati di sangue, che il terrorismo conquista terreno e vince la sua battaglia. Una battaglia che sarà vinta non dal più forte, non da chi avrà mietuto più vittime, ma semplicemente, da chi avrà instillato nell’altro più paura.
E proprio la paura è la chiave della strategia terroristica, una strategia che punta ad amplificare l’instabilità politica, che punta a sfiduciare i governi, e che punta a gettare il caos tra la popolazione ed intende sfruttare al massimo l’inefficienza amministrativa e lo sciacallaggio mediatico di alcune testate di bassa lega.

Paura contro paura, terrore contro terrore.

La strategia del terrore è nota fin dall’antichità, ed è il gioco di chi fa più paura, di chi fa più spavento, riuscendo così a distruggere un patto intimo e segreto tra la popolazione ed i propri governanti, il patto della sicurezza, che consiste nel cedere alle autorità statali il monopolio della forza e della giustizia, a condizione che questi garantiscano protezione e giustizia. Una protezione fallace che può essere messa in discussione e che crolla su se stessa, a causa dei ripetuti colpi ai fianchi inflitti attraverso i numerosi attentati terroristici. Attentati che come i colpi di un pugile, tendono a diventare sempre più intensi e veloci, man mano che si avvicina la fine, attacchi che diventano sempre più frequenti e violenti man mano che l’avversario resiste a quei colpi, restando in piedi e continuando ad incassare, senza temere il nemico.

Considerazioni finali

La paura è ciò di cui il terrorista si nutre ed è ciò di cui ha bisogno per sopravvivere, credo perciò che, il miglior alleato dei terroristi, sia rappresentato da quei giornali, giornalisti e quei leader politici che, in cerca di consenso, e per vendere qualche copia in più, fanno leva sull’incapacità degli stati di garantire protezione da quella minaccia invisibile e subdola, da quella minaccia che si muove e striscia come un serpente nell’ombra, pronta a mordere e colpire quando meno la sua vittima è meno attenta. Questi individui assetati di fama e potere, con la loro propaganda, intollerante e xenofoba, non fanno altro che rafforzare il terrorismo, garantendo ad esso un fianco libero su cui continuare a colpire. Il terrorismo può quindi rifocillarsi con quella paura che da solo non sarebbe riuscito a provocare, diventando più forse ed i suoi attacchi si fanno più dolorosi là dove intolleranza ed ignoranza regnano sovrani, e così, convinti di avere la ricetta per una buona difesa, e le spalle ben coperte, non notano il pugnale affilato che li colpirà alle spalle.

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