l'ascesa di giulio cesare

L’ascesa politica di Cesare: da Miles a Dictator | CM

I secolo a.C., l’Impero romano era sulla via di un successo senza precedenti. 

Reduce dagli immensi trionfi ottenuti dalle vittorie conseguite durante le tre guerre puniche, seguiti da un’ingente quantità di oro e ricchezze, Roma era teatro di innumerevoli giochi di potere per il controllo del quadro politico della Repubblica. In questo periodo l’Urbe assisteva tacita alla lotta intestina tra due nobili ceti sociali: gli Optimates, fazione favorevole all’aristocrazia, e i Populares, sostenitori delle istanze popolari. Pertanto violenti scontri armati erano all’ordine del giorno, come il celebre conflitto tra Clodio (Populares) e Milone (Optimates). 

Tra avversità, rivolte e scandali, a Roma spicca un uomo, sostenitore come il padre del celebre condottiero Gaio Mario, destinato a ribaltare per sempre la scena storica e politica di quello che sarà il più glorioso impero che il mondo abbia mai conosciuto.

Gaio Giulio Cesare - Wikipedia

L’entrata cesariana in politica

Figlio del pretore e senatore Gaio Giulio Cesare e della nota matrona appartenente alla gens Aurelii, Aurelia Cotta, Cesare, dedicatosi fin dalla più tenera età a un ferreo insegnamento militare e politico, divenne fin da subito un personaggio molto popolare a Roma schierandosi come lo zio Gaio Mario con i populares, nonostante venisse da una nobile famiglia, e crebbe in una situazione di tensioni e fazioni contrapposte, cause che probabilmente svilupparono il suo carisma e la sua marcata intraprendenza. 

Erano i suoi ingenti debiti, contratti per ottenere le prime cariche politiche, a ostacolargli una rapida ascesa al potere; motivo che lo spinse ad avvicinarsi rapidamente a personaggi illustri come Gneo Pompeo Magno ed abbienti come Marco Licinio Crasso. Entrambi conseguirono la carica di consoli nel 70 a.C. e con essi progetterà nel 60 a.C. il Primo Triumvirato, un vero e proprio patto segreto. 

Gli accordi nati da tale alleanza, fissati a Lucca, prevedevano il proconsolato di Cesare in Gallia con il relativo comando di quattro legioni, l’affidamento di Africa e Spagna a Pompeo e infine la provincia di Siria e la campagna contro i Parti per Crasso che, non avendo ancora conseguito glorie militari, mirava a eguagliare il successo dei compagni. Spartiti i territori e affidati i relativi comandi, Cesare era pronto a lasciare la Repubblica.

Cesare in Gallia

Partito nel 58 a.C., dopo aver ottenuto il proconsolato di Gallia Narbonense e Cisalpina, province nettamente inferiori rispetto alle eccelse conquiste orientali dell’Impero, operò una serie interminabile di sconfitte tra le popolazioni celtiche, compresi Elvezi, Aquitani, Veneti, Belgi e Svevi. 

Un’impresa che lo vedrà protagonista di uno dei più grandi successi della storia di Roma. 

Tuttavia, più aumentava il potere di Cesare e più cresceva l’inevitabile timore di Pompeo, a Roma, per il fatidico momento in cui sarebbe dovuto rientrare in patria. Nel frattempo il Triumvirato si stava lentamente sgretolando e intorno al 53 a.C., Crasso, privo di adeguate esperienze militari, era stato sconfitto nella battaglia di Carre, aveva perso le insegne romane (immane disonore per un comandante romano) ed era stato ucciso dai Parti. 

Cesare e Pompeo erano ora padroni indiscussi della scena politica di Roma.

Le Radici Degli Alberi: LE GALLIE!

Correva l’anno 49 a.C., il carismatico condottiero Gaio Giulio Cesare aveva ormai conquistato quasi tutta la Gallia (territorio comprendente oggi Francia e particolari zone di confine tra Germania, Svizzera, Belgio, Paesi Bassi e Nord Italia) ed era di ritorno da una campagna militare durata quasi dieci anni che lo aveva visto coinvolto in numerose vittorie, come la battaglia di Alesia, e indiscutibili successi, tra cui la sconfitta del grande condottiero Vercingetorige. 

Le ricchezze, la gloria e la grande fiducia di un esercito che lo ammirava e rispettava per il suo grande carisma militare erano solo alcuni dei principali obbiettivi che Cesare si era prefissato per poter contrastare a Roma il crescente potere di Pompeo e le inarrivabili ricchezze di Crasso, l’uomo più ricco della Repubblica.

La ‘tensione’ politica a Roma

Tuttavia Crasso era ormai uscito dalla scena politica e Pompeo, nettamente più avanti con gli anni rispetto al giovane conquistatore delle Gallie, aveva ottime ragioni per temere il crescente successo e carisma di Cesare, che gli garantivano un buon numero di legioni a lui ciecamente fedeli; le quali a loro volta non facevano altro che accrescere la sua già elevatissima ambizione bellica e politica. 

La situazione a Roma era molto tesa e la guerra civile quasi inevitabile. Il casus belli non tardò ad arrivare. 

Pompeo e il Senato stavano disperatamente tentando di tenere le redini di un contesto politico in piena disgregazione, quando giunse la notizia che Cesare avrebbe voluto una volta rientrato in patria candidarsi per il consolato. Tale carica era tra le più ambite poiché garantiva l’immunità e, visto il crescente numero di sostenitori cesariani, ci sarebbe quasi certamente riuscito. 

Tuttavia Pompeo giocò una carta vincente. Per colpirlo nel vivo, in piena alleanza con il Senato che temeva anch’esso la sua ascesa, promulgò una legge che non gli avrebbe permesso di candidarsi, se non da privato cittadino. Questo significava entrare a Roma senza esercito, in balia di un uomo che aveva il pieno potere sulla Repubblica e il completo appoggio del Senato. La trappola escogitata con l’aiuto dei senatori si sarebbe inevitabilmente conclusa con l’arresto di Cesare e la sua definitiva eliminazione dalla scena politica, garantendo così l’esclusivo consolato a Pompeo che si sarebbe tradotto in una dittatura. 

Il conquistatore delle Gallie era ora completamente esposto.

L’attraversamento del Rubicone

La situazione era a un bivio: congedare l’esercito pur essendo pienamente consapevole delle forze politiche e militari di Pompeo, o ribellarsi alle imposizioni del Senato, preparare le legioni e oltrepassare il più importante confine politico della penisola italica, il fiume Rubicone. Tale fiume, pur non vantando notevoli dimensioni, rappresentava un limite inviolabile e attraversarlo in armi significava per i generali romani una vera e propria violazione delle leggi, oltre che una sfacciata sfida verso l’Urbe.

Rubicone - Wikipedia

Ma l’ambizione di Cesare non si sarebbe arrestata. 

Il 10 Gennaio del 49 a.C. prese una decisione che avrebbe cambiato per sempre il corso degli eventi di Roma e, armate le truppe, scelse di attraversare il fiume presentandosi così nella città armato e prossimo a sfidare Pompeo in una guerra civile che si sarebbe inevitabilmente scatenata da tale gesto.

Tuttavia spesso la storia incontra la leggenda. 

Si narra che la decisione di Cesare non fu affatto rapida, bensì accuratamente ponderata e sofferta. Si dice inoltre che ci ragionò per giorni e notti e, al termine di questa lunga indecisione, la notte tra il 9 e il 10 Ottobre, pronunciò una frase breve e concisa, che avrebbe definitivamente sconvolto l’evoluzione degli eventi storici successivi: “alea iacta est”, “il dado è tratto”. L’esercito era completamente pronto ad assecondarlo e tornare indietro sarebbe stato un atto di codardia agli occhi dei soldati; egli stesso infatti era stato un miles, un soldato semplice, motivo per cui i soldati lo stimavano e ammiravano come un vero e proprio commilitone.

Questa minuscola affermazione porterà a una delle più terribili guerre intestine della Repubblica romana, combattuta tra Cesare e Pompeo, che terminerà solo nel 45 a.C. con la battaglia di Farsalo, la definitiva sconfitta di Pompeo e l’inizio dell’inarrestabile ascesa politica di Cesare culminata con la sua elezione a dictator, la più alta carica dell’Impero, che rivestirà fino alla morte e lo incoronerà come uno dei più celebri personaggi della storia.

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