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L’evoluzione del concetto di guerra giusta

Nessuna guerra è giusta, scriveva Norberto Bobbio nel saggio “una guerra giusta”, ma, esistono guerre legittime, legittime nel senso di legali.

Bobbio sosteneva a ragione, che, per il diritto internazionale, le sole guerre “giuste” nel senso di legittime/legali fossero le guerre di “legittima difesa”, ovvero quei conflitti nati dalla necessità di difendersi da un aggressione o aggressore.

Questo concetto è stato poi distorto nei primi anni duemila con la creazione del concetto di “guerra preventiva” in cui si utilizzava la retorica della guerra difensiva come giustificazione per un aggressione contro una minaccia che ancora non aveva fatto la propria mossa.

La guerra condotta da Putin in Ucraina, rientra in quest’ottica, è una guerra offensiva, di invasione, giustificata come una guerra difensiva.

Nel dibattito politico che sta avvenendo in queste settimane, molti si sono schierati “contro la guerra” in una forma a mio avviso discutibile.

Nel senso, un politico che da sempre sostiene il diritto alla legittima difesa e promuove la liberalizzazione della vendita delle armi nel nostro paese, che d’improvviso si risveglia “pacifista” e contro ogni forma di violenza, è alquanto surreale, soprattutto se, nel proprio schierarsi a favore della pace, e ripudiando l’idea di fornire armi alla popolazione ucraina, poi parla di fuga dall’Afghanistan.

Come puoi essere a “favore della pace” se difendi l’occupazione illegale da parte di uno stato sovrano ai danni di un altro stato sovrano?

Per poi appellarsi ad uno spirito cristiano, che lo spinge ad opporsi alle forniture militari alla popolazione Ucraina.

Fatemi capire, in Afghanistan si possono inviare soldati armati e mezzi, in Iraq si possono inviare soldati e armi, si deve applaudire all’assassinio di un alto funzionario Iraniano ad opera delle forze armate USA, ma, non si devono inviare armi agli Ucraini che vedono il proprio paese invaso e occupato da migliaia di soldati stranieri?

C’è una profonda incoerenza e disonestà intellettuale in queste posizioni, oltre ad una profonda ignoranza del concetto stesso di “bellum iustum” (guerra giusta).Questo concetto ha una lunga storia evolutiva che ha attraversato la storia occidentale dal mondo greco romano ad oggi e non sono pochi i filosofi e teorici cristiani che si sono interrogati su questo concetto.

A tal proposito, Agostino d’Ippona, noto anche come Sant’Agostino, osserva che, contrariamente al vangelo di Matteo in cui c’è una presa di posizione di totale distacco dall’uso della forza, nel vangelo di Luca, è presente un racconto in cui dei soldati romani chiesero al Battista se dovessero deporre le armi una volta battezzati e, il battista, nella sua risposta invitò loro alla moderazione, senza però imporre loro di abbandonare le armi.

Segue un estratto della mia tesi di laurea magistrale sul dibattito occidentale relativo ai conflitti del golfo e dei Balcani negli anni novanta.

Parte Seconda, Capitolo Primo sull’evoluzione del concetto di guerra giusta.

Gli anni novanta furono inaugurati dalla fine della guerra fredda e della pace armata tra il mondo occidentale e l’unione sovietica.

Dalle ceneri di questo conflitto, in un certo senso anomalo rispetto al tradizionale concetto di guerra, i leader mondiali cercarono di costruire, grazie alle Nazioni Unite, un nuovo ordine mondiale che puntasse al superamento della guerra in un mondo sempre più interconnesso ed interdipendente in cui, come già avvenuto durante gli anni della guerra fredda, si sarebbe assistito ad un sempre minore numero di scontri tra le nazioni, tuttavia questo non significato la fine della guerra né la fine della storia, al contrario, la fine della guerra fredda avrebbe segnato la nascita di un nuovo tipo di guerra che si sarebbe strutturata e definita lungo tutti gli anni novanta.

I dibattiti che accompagnarono i due grandi conflitti dell’ultima decade del ventesimo secolo, riportarono alla luce le “antiche” teorie sulla guerra giusta, le cui radici possono essere ritrovate già nella Politica di Aristotele.

Il concetto di guerra nel mondo romano cristiano

In epoca romana che aveva fatto la sua apparizione il termine “bellum iustum”, inizialmente utilizzato per indicare una guerra dichiarata attraverso una complessa serie di procedure giuridico-religioso e solo in un secondo tempo, con l’avvento del cristianesimo e di Agostino di Ippona, il concetto di bellum iustum sarebbe stato rielaborato in senso etico e adattato ai precetti nonviolenti dei testi evangelici, dimostrando in questo modo che, anche se nel vangelo di Matteo era presente una netta presa di posizione contro la violenza e l’uso delle armi, nel vangelo di Luca, Giovanni Battista avrebbe invitato i soldati che gli chiesero consiglio alla moderazione, senza però imporre loro di abbandonare le armi.

L’obiettivo di Agostino era quello di dimostrare che anche i cristiani potevano combattere, scongiurando così la tesi secondo cui il cristianesimo avesse indebolito lo spirito guerriero dei romani provocando la crisi dell’impero stesso.

La questione riguardante la possibilità, per i cristiani, di combattere, sarebbe tornata in auge con la filosofia scolastica medievale.

Secondo il pensiero di Tommaso d’Aquino infatti, la guerra era inserita tra i peccati contro la carità e la pace, tuttavia in determinate condizioni la guerra poteva essere lecita.

Diversamente da Tommaso d’Aquino, che colloca la teoria della guerra giusta sul terreno della teologia, nel sedicesimo secolo, Francisco de Vitoria avrebbe ricollocato la teoria della guerra giusta nel terreno del diritto, legandola alla questione della legittimità della conquista spagnola del nuovo mondo.

La posizione di Francisco de Vitoria

Per Vitoria il fatto che gli indios non fossero cristiani non era un’argomentazione sufficientemente valida per legittimare la conquista Spagnola, tuttavia, introducendo il concetto di ius gentium, avrebbe affermato l’esistenza di una comunità globale e questo implicava una serie di diritti, come ad esempio il diritto al predicare il vangelo e il diritto a diventare cittadini.

Per Vitoria la negazione di questi diritti, poteva essere considerata una ragione valida e legittima per intraprendere una guerra che avesse come fine ultimo la difesa di questi diritti universali.

Sempre Vitoria avrebbe individuato un parallelismo tra la guerra difensiva e la legittima difesa individuale, riconoscendo a principi e repubbliche, oltre al diritto alla difesa anche il diritto a rispondere ad una grave offesa.

Tuttavia, in questa ottica, si veniva a creare un pericoloso inconveniente poiché una guerra poteva essere rivendicata come guerra giusta da entrambe le parti.

Per Vitoria ciò era possibile perché, una delle due parti era vittima di un “insopprimibile difetto di coscienza” e questo appariva particolarmente evidente in quelle situazioni di conflitto che contrapponevano la società cristiana al mondo islamico o a quello delle civiltà precolombiane, dove islamici e indios si ritrovavano a combattere una guerra ingiusta credendo tuttavia di essere nel giusto.

Vitoria era però convinto che il principe giusto, ovvero colui che realmente combatteva una guerra giusta, era posto in una condizione nettamente superiore a quella del principe ingiusto, che era impegnato in una guerra non giusta, creando uno squilibrio di potenza tale che, alla fine, avrebbe condotto il principe giusto alla vittoria.

La guerra dopo la pace di Westfalia

Con la fine della guerra dei trent’anni e l’affermazione della pace di Westfalia si sarebbe aperta per l’Europa una nuova fase politica, caratterizzata dalla sovranità degli stati e della loro eguaglianza sul piano giuridico.

Ogni stato europeo dopo Westfalia era delimitato dai confini degli altri stati e all’interno di questi confini, ogni stato era libero di contrapporsi agli altri.

Il riconoscimento di questa auto-limitazione avrebbe trasformato il concetto stesso di guerra, rendendola la massima espressione della vita internazionale.

Da questo momento in avanti, il dibattito filosofico sulla legittimità e la liceità della guerra si sarebbe trasferito definitivamente dal campo teologico al campo giuridico, in questi termini il concetto di guerra giusta fu svuotato da ogni possibile significato etico-morale, e sarebbe stato dal reciproco riconoscimento tra le nazioni europee e questo riconoscimento avrebbe reso, ogni guerra combattuta sul suolo europeo, una guerra giusta, a condizione del fatto che, come avrebbe scritto Ugo Grozio in De iure belli ac pacis, “entrambe le parti che la fanno siano investite nella loro nazione dall’autorità sovrana”.

Con l’avvento dell’età moderna si avverte in Europa un progressivo ritorno al modello romano della guerra, sia nelle modalità con cui si giunge al conflitto, sia nelle modalità con cui lo si affronta.

Diritto alla guerra per Carl Schmitt

Per Carl Schmitt la netta distinzione tra tra guerra e pace, è la distinzione che vi è tra ciò che è interno allo Stato e ciò che ne è all’esterno, tra un nemico ed un amico, e questa distinzione rappresenta il primo fondamento per il diritto pubblico europeo, la cui natura universale avrebbe permesso un progressivo ritorno a forme più ordinate di guerra.

Con l’avvento della modernità, le guerre sarebbero passate dall’essere scontri tra coalizioni feudali, dove un monarca aveva il potere di dar vita ad un esercito convocando i propri vassalli, per diventare scontri tra eserciti mercenari, e successivamente tra eserciti permanenti.

Questo nuovo ordinamento militare avrebbe posto gli eserciti permanenti sotto il diretto controllo dello Stato, che di fatto avrebbe iniziato a detenere il monopolio della forza.

La trasformazione degli eserciti ebbe avuto come effetto diretto la trasformazione stessa della guerra, e con essa, del concetto di guerra giusta, portando all’affermazione, sul finire del XVIII secolo, dell’idea che la guerra fosse un attività di stato, per Carl Von Clausewitz di fatto la guerra era solo la guerra tra stati, si trattava di “un atto di forza che ha per scopo il costringere l’avversario a seguire la nostra volontà” precedente storico di questa concezione della guerra era offerto dall’esperienza romana, poiché ne le guerre tra le città stato greche, ne le guerre combattute in Europa dopo la caduta dell’impero romano, erano vere e proprie guerre tra stati.

Fonti

L. Baccelli, Ritorno a Vitoria? La parabola della “guerra giusta”, in La guerra giusta, concetti e
forme storiche di legittimazione dei conflitti, a cura di L. Baldissara, pp 39-56.
A. Colombo, La guerra ineguale, pace e violenza nel tramonto della società internazionale, Il Mulino, pp 178-181.
M. Kaldor, Le nuove guerre, la violenza organizzata nell’età globale. Carocci editore, 8° ristampa, aprile 2008, Roma, pp 25-41.

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