Psicostasia e Peso dell’Anima

Per quale motivo gli antichi egizi praticavano la mummificazione? Ed in cosa consisteva questa pratica? Una testimonianza, per quanto ormai contestata e superata grazie all’archeologia moderna, ci giunge dallo storico Erodoto: egli ci lasciò una descrizione abbastanza accurata di questa pratica, sostenendo che avvenisse in maniera differente per individui più o meno abbienti. Per i più ricchi il corpo veniva inciso ed eviscerato, per i più poveri asciugato nel sale. Ad oggi sappiamo che, al contrario, la mummificazione era un processo molto meno “classista”, che in alcune circostanze sia il cuore sia il cervello del defunto sono stati ritrovati nel corpo e che l’estrazione dei visceri tramite incisione trans-addominale era prevista per tutti. Le motivazioni di questa pratica, che richiedeva l’accurato lavoro di imbalsamatori esperti che hanno permesso la conservazione delle salme fino ad oggi, sono a dir poco ovvie: il corpo, casa dell’anima, doveva rimanere integro per permetterne il viaggio finale ed, almeno per le caste superiori, la mummificazione era d’obbligo: il corpo non doveva per nessun motivo decomporsi, altrimenti non avrebbe permesso alle forze immortali di compiere il viaggio per poi ricongiungersi dall’altro lato.

Nel corpo di un uomo, secondo gli antichi egizi, coesistevano tre forze vitali: Ka, Ba ed Akh. La principale, Ka, è il fulcro dell’essere umano: è il centro della sua anima, il suo spirito; Ba invece ne è la forza, l’individualità. Akh è una terza componente che si presenta al suo massimo solo post mortem.

oltre al corpo, anche l’anima doveva giungere nell’aldilà pura ed intatta: al fine di verificarlo, una volta giunto “dall’altra parte”, il defunto, doveva sottoporsi al giudizio dei morti: superava inizialmente delle prove di forza e coraggio, dopodiché giungeva, accompagnato dal dio Anubi, al cospetto di Osiride e dei suoi 42 giudici. 42, come le prescrizioni di Maat, dea dell’ordine cosmico, della giustizia e della verità; le sue prescrizioni erano semplicemente dei “comandamenti” da non infrangere assolutamente durante la vita. I 42 giudici, inoltre, rappresentavano i 42 peccati: sedevano in una lunga fila, il defunto doveva negare uno ad uno il peccato su cui ogni giudice presiedeva.

A questo punto, la prova più difficile, la psicostasia: la pesatura del cuore. Il defunto faceva dichiarazione di innocenza, il cuore veniva posto su un piatto della bilancia. Sull’altro? La piuma di Maat. Il dio Thot registrava il verdetto: se colpevole, se l’ago della bilancia pendeva dalla parte sbagliata, allora l’anima finiva in pasto ad Ammit, “la divoratrice” una mostruosa creatura (metà coccodrillo, leone ed ippopotamo, le bestie più pericolose dell’Egitto) se invece innocente proseguiva verso il luminoso regno di Osiride, la salvezza dell’anima, diretta continuazione della vita terrena.

Anche gli animali ricevevano una sepoltura “salva-anima”, degna di un sovrano; lo dimostrano luoghi come il Serapeo, Bubasteion, Anubieion… il primo, portato alla luce nel 1850 da Auguste Mariette (pioniere dell’egittologia, fondatore del museo del Cairo e del servizio delle antichità egiziane), ospitava le sepolture dei tori Apis, i quali venivano inumati davvero come faraoni: eviscerati, mummificati, corredati di vasi canopi ed ushabti dalle fattezze di toro. Il Bubasteion era dimora dei gatti, l’Anubieion accoglieva gli sciacalli. Gli animali ricevevano tale trattamento in quanto venerati alla stregua delle divinità: non a caso, infatti, ad esse era spesso associato un animale, immagine vivente della stessa, ipostasi.

Ma pesa, l’anima? E quanto?

Nell’aprile del 1901 fu condotto, in Massachusetts, uno studio a dir poco curioso: il dottor Duncan McDougall studiò i corpi di sei pazienti moribondi, pesandoli prima, durante e dopo la morte; rilevò effettivamente delle differenze di peso, calato di qualche grammo, qualche frazione di secondo dopo la morte.

L’esperimento fu ripetuto e, nel 1907, il New York Times descriveva dello storico momento in cui il paziente cessò di vivere ed il bilancino si mosse, ad una velocità e tempistica che aveva dell’incredibile. Ovviamente, in molti non vollero crederci, che cosa poteva aver causato quella perdita di peso? Furono prese in considerazione tutte le ipotesi, dai fluidi corporei all’aria nel polmoni, nulla spiegava l’accaduto. Dopo i suoi studi, dopo aver confrontato i risultati, il dottor McDougall così concluse: “l’anima umana pesa 21 grammi “.

Gli studi sugli animali non diedero risultati, concluse quindi che solo gli esseri umani hanno un’anima.

Bibliografia:

Corso di egittologia presso università degli studi di Milano
Laboratorio di ” testi ed archivi dell’Egitto faraonico” presso università degli studi di Milano
Erodoto, ” secondo libro delle storie” (mummificazione)
Film : “21 grammi” , anno 2003 (ha come oggetto gli studi del dottor McDougall)
Psicostasia, Libro dei morti , capitolo 125

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