Annales, Il dibattito senza fine sulla narrazione storica

Storia, Microstoria, Macrostoria, è da un po’ che si discute su questi tempi, soprattutto in funzione all’opera di narrazione e divulgazione messa in atto da personaggi come Alberto Angela, che, con leggerezza e un linguaggio giocoso, si sono imposti come interpreti e divulgatori, e, a tal proposito, è esemplare il caso di Alessandro Barbero, che, con il proprio linguaggio, riesce a raccontare storia e storie, di uomini, donne, frati, mercanti e cavalieri, espressione materiale di intere epoche e della vita ordinaria, e straordinaria, in quei mondi ormai passati.

Vi sono però non pochi detrattori, non tanto di Alessandro Barbero che, nonostante tutto, è pur sempre un docente universitario con in attivo decine e decine di pubblicazioni di altissimo valore, al quale nulla si può dire, poiché schermato e protetto da un curriculum più che eccellente. Quanto per Alberto Angela, divulgatore e narratore popolare, la cui carriera è percepito più che altro, come presentatore che parla di storia, senza però essere un addetto ai lavori.

Al di la di quello che è il curriculum di Alberto Angela, e di quelli che sono i suoi titoli, nei suoi programmi, lui non è un deus ex machina, senza il quale il programma non va avanti, e ciò che viene raccontato, si basa su documentari realizzati da professionisti e i suoi lunghi e appassionati interventi, ricordiamo, sono monitorati, revisionati e corretti da un comitato scientifico d’eccellenza, di cui fa parte, tra gli altri, anche Alessandro Barbero.

Fatta questa lunga premessa di carattere generale, il nocciolo della questione è il metodo narrativo, per i detrattori della divulgazione storica, è un “errore” narrare la storia partendo dall’aneddotica e dalle piccole cose, da storie ordinarie di uomini comuni, per raccontare un passato che è molto più grande e complesso, e sarebbe più consono, utilizzare un metodo più “scolastico“, raccontando soprattutto i grandi eventi, le grandi ideologie e le grandi battaglie.

Questo metodo narrativo, parliamo di narrazione non di ricerca, in cui ci si focalizza sui grandi eventi, sulla macro storia per intenderci, è un metodo, che è stato dimostrato essere inefficace e a tratti noioso. E una divulgazione , una narrazione noiosa, sarete d’accordo con me, non è una buona divulgazione. Se io sto ascoltando qualcuno che mi racconta qualcosa, e nel raccontarlo mi annoia, a me ascoltatore, non rimarrà nulla di quel racconto. E queste osservazioni, non sono figlie di quest’epoca televisiva, ma vengono dal secolo scorso.

Negli anni 20 del novecento, per essere più precisi, nel 1924, lo storico francese Marc Bloch, insieme al suo collaboratore e caro amico, Lucien Febvre, fondò la rivista Les Annales, una rivista destinata a fare storia e scuola, tanto che, ne sarebbe proprio derivato il termine “scuola degli annales”. Marc Bloch che noi conosciamo come l’autore dell'”apologia della storia o il mestiere di storico” uno dei saggi più iconici e fortunati del settore, e siamo soliti raccontare Bloch come uno storico del medioevo, un medievalista, perché la sua opera più importante (da non confondere con la più famosa) è dedicata allo studio della Società Feudale, tipica del medioevo, ma che in realtà, si spinge ben oltre il medioevo.

Marc Bloch, oltre ad essere uno studioso di storia, noi oggi sappiamo essere anche un personaggio storico, non tanto perché celebre nel settore per i suoi libri, ma perché, durante la seconda guerra mondiale, si unì alla Resistenza francese e combatté contro gli invasori nazisti, ma Bloch vive il proprio tempo da uomo comune, e la sua esperienza di vita, insieme alle sue teorie sul mestiere di storico e il lavoro eccellente, di ricostruzione della società feudale, che rendono il suo libro uno dei più completi e accurati, nonostante sia stato pubblicato quasi un secolo fa, ci insegnano che forse, lui aveva ragione.

Bloch racconta la società feudale, un grande tema epocale che attraversa diverse epoche, caratterizza il medioevo e gran parte dell’età moderna, è l’incarnazione di quell’ancient regime di cui spesso sentiamo parlare in contrapposizione alla società borghese figlia del XIX secolo, nella quale oggi siamo immersi, e pure, Bloch ha raccontato questo intero sistema economico, sociale e ideologico, partendo dalla vita quotidiana degli uomini, delle donne, dei frati, dei mercanti e dei cavalieri, che vivevano in quel mondo.

Discutere di micro-storia e macro-storia, oggi, alla luce di oltre mezzo secolo di dibattito sulla scuola degli annales, dibattito iniziato nel 1924 con la fondazione della rivista e continuato almeno fino al 1975, e, in alcuni ambienti fino agli anni 90, significa non avere alcuna conoscenza di natura storiografica, il che si riduce al conoscere della storia, nomi, luoghi e date, ma non sapere realmente cosa è successo in quei luoghi, a quegli uomini, in quel preciso momento.

La scuola degli annales è stata rivoluzionaria nel processo di studio e analisi storiografica ed ha gettato le basi per la costruzione di un efficace narrazione storica, che permettesse agli spettatori degli show televisivi, ascoltatori di programmi radiofonici e podcast e lettori di libri di carattere divulgativo, di avvicinarsi a quegli eventi, di entrare in empatia con quelle vicende, di appassionarsi a quegli episodi e di apprezzarne la natura viva, vivace, dinamica e avvincente.

Partendo dalla vita dell’uomo comune, in un determinato momento storico, possiamo trarre tante informazioni sul mondo in cui vive, un esempio eccellente in tal senso, ci viene fornito da Carlo Ginzburg, con il “formaggio e i vermi” in cui racconta la vita di Domenico Scandella, un mugnaio friulano del XVI secolo.

In questo saggio, Ginzburg come già detto, ci racconta la vita di un mugnaio, un uomo che che macinava la farina, di certo non un grande protagonista del suo tempo, e pure, la vita di Menocchio, così viene chiamato nella sua comunità, è estremamente significativa per comprendere le dinamiche sociali dell’area friulana del XVI secolo, il suo ruolo di mugnaio ci dà un indicazione su quelli che erano gli equilibri economici della comunità, ci racconta inoltre il clima politico di quel tempo e quali erano le ideologie politiche e religiose dominanti in quel mondo.

Ginzburg ci mostra che vi è un vero e proprio abisso tra una storia racconto, in cui si comprende il mondo passato e le sue dinamiche, ed una storia di avvenimenti, una storia evenemenziale, in cui gli avvenimenti sono il cardine e riducono la storia ad una successione di nomi, luoghi e date.

Questi temi, sono i temi della “battaglia degli annales” che videro contrtapposta la scuola degli annales alla storia-politica tra il 1924 ed il 1975, e non è un caso se, il dibattito iniziato con la fondazione della rivista Les Annales, termina nello stesso anno in cui venne pubblicato il formaggio e i vermi, opera che avrebbe consacrato Ginzburg come uno dei padri e rinnovatori della Micro Storia.

In conclusione

Personalmente credo che quella polemica, oggi, al netto di tutto quello che è stato detto e scritto, sia abbastanza inutile e puerile, perché parte dall’assenza di una conoscenza storiografica di base e da un concetto, a mio avviso sbagliato. Parte dall’idea che alcuni uomini e personaggi sono nella storia e altri no, cosa che Ginzburg e Bloch prima di lui, ci hanno dimostrato non essere vera, Domenico Scandella è tanto nella storia quanto Carlo V.

Per i detrattori della microstoria e sostenitori della storia evenemenziale, bisognerebbe parlare di grandi eventi e grandi uomini, ma la verità è che quei grandi avvenimenti non sarebbero stati tali se non ci fosse stato un substrato di uomini comuni che, nella miseria delle proprie vite, coltivavano campi, tenevano in funzione mulini e forge, producevano grano, pane e armi, con cui i grandi signori banchettavano e stringevano alleanze e combattevano guerre.

Ed è qui la vera differenza tra gli annales e la storia evenemenziale. La scuola degli annales e la microstoria ci insegnano a partire dal basso, per ricostruire le dinamiche di un epoca e comprendera a pieno, Ginzburg parte da Menocchio, per ricostruire il fenomeno dell’Inquisizione, diversamente, la storia evenemenziale parte dall’inquisizione, e si ferma all’inquisizione, ignorando quel substrato nascosto che è, a mio avviso, il vero motore della storia.

Il mostro pollo senza testa

Fotografato sul fondale dell’oceano Antartico e nel golfo del Messico, il pesce pollo senza testa, è una creatura marina appartenente alla famiglia degli Enypniastes eximia, noti anche come cetrioli di mare.

I fondali oceanici sono qualcosa di oscuro e misterioso, apparentemente vicini e pure, a volte più lontani ed irraggiungibili dello spazio profondo, e può sembrare paradossale ma abbiamo realmente più occhi puntati verso le stelle che vero i fondali oceanici, disponiamo di immensi database contenenti informazioni su milioni di pianeti, stelle, conosciamo innumerevoli sistemi solari al di fuori del nostro e pure, ancora ci sorprendiamo delle bizzarre creature che dimorano nei fondali oceanici , e ancora ci sorprendiamo di scoprire nuove specie animali che dimorano nelle oscure profondità del mare.

Il pesce noto come “mostro pollo senza testa” non è nulla di realmente mostruoso e non è una creatura sconosciuta, è semplicemente una creatura molto rara di cui si sa ben poco, ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire cosa sappiamo di questo mostriciattolo marino e perché è chiamato così.

Cominciamo col dire che appartiene alla specie Enypniastes eximia facente parte della classe di echinodermi noti comunemente come cetrioli di mare, specie comune anche nei nostri mari, questa variante in particolare è nota con il nome di pesce pollo senza testa o ballerina spagnola, ed il perché di questo nomignolo è facilmente intuibile.

Proprio come il cetriolo di mare, anche il pesce pollo senza testa ricorda ciò che il suo nome evoca, le sue fattezze sono quelle di un pollo arrosto, quindi decapitato e spennato, che però, invece di ruotare su di uno spiedo accanto al fuoco, vaga tra i fondali oceanici, e da quel po’ che sappiamo di questa creatura, vaga anche tanto, o meglio, è una creatura molto diffusa negli oceani di tutto il mondo e se bene non se ne abbia alcuna stima del numero di esemplari, sappiamo che è possibile incontrarli sia tra le acque del Golfo del Messico, dove nel 2017 è stato filmato per la prima volta, sia al largo della costa australiana nell’oceano Antartico, dove è stato fotografato nell’estate del 2018.

Tra i principali motivi per cui questa creatura dall’aspetto appetitoso ed inquietante, è stata fotografata e filmata per la prima volta soltanto nel 2017, nonostante si sappia della sua esistenza da oltre un secolo, è perché vive solitamente ad una profondità di circa 3000 metri e le sue dimensioni variano tra i 10 ed i 25 centimetri, analogamente al cetriolo di mare, suo cugino più comune poiché vive in acque meno profonde ed è facile da incontrare anche a riva.

Il primo avvistamento documentato del pesce pollo senza testa, che gli è valso questo simpatico soprannome, risale al finire del XIX secolo, anche se è molto probabile che vi siano avvistamenti precedenti che però sono rimasti ancorati alle storie di mare e marinai che hanno alimentato miti e leggende di mostri marini… chissà che il pesce pollo senza testa non sia una delle creature che hanno ispirato i miti di Cthulhu e degli altri antichi, anche se, trattandosi di una creatura mite ed innocua, è molto probabile che non sia proprio un parente diretto del possente Cthulhu, forse un lontano cugino da parte di padre.

Tornando al pesce pollo senza testa, diversamente dai suoi cugini più comuni, il pesce pollo è dotato di piccoli tentacoli che usa per muoversi sul fondale oceanico ed una sorta di velo che gli permette di sfruttare le correnti oceaniche per muoversi molto rapidamente in acqua in caso di necessità, ad esempio per sfuggire ai predatori. 

Intervista sulla Public history al professor Serge Noiret

Al termine dell’incontro che si è tenuto a Torino al Polo del ‘900 il 28 ottobre sul tema “Musei di  storia e Public History” sono riuscito ad intervistare il professor Serge Noiret.

Nell’ultimo periodo si parla sempre di più di Public History in che modo questa nuova concezione può aiutare la comunicazione della storia ad un pubblico più ampio?

La Public History non è soltanto comunicazione della storia, è anche formazione degli individui che porteranno la storia attraverso nuovi media a diversi pubblici. Si può benissimo pensare che una formazione in Public History, possa dare i mezzi ai musei e agli storici di confrontarsi con la narrazione all’interno di un museo, dunque con il linguaggio specifio che la storia attraverso il museo e le sue realizzazioni potrà fare. Cosicchè pubblici specifici di età, di comunità, di genere, di diverse etnie, pubblici diversi potranno conoscere la storia. La presenza della Public History è soprattutto il rivelare, che un campo disciplinare tocca molti mezzi di comunicazione, diversi pubblici, e che ha la capacità di agire insieme a questi pubblici, sia per parlare di storia che agire nel pubblico e nella società.

 

La Public History è nata negli anni settanta, cosa è cambiato nella Public History di oggi?

C’è una percezione del Public Historian diversa in base alle diverse culture dei paesi, in base anche all’esperienza storiografica nazionale e, dunque, ogni pase vede ciò in modo diverso. Anche nel tempo queste pratiche sono cambiate; per esempio, oggi abbiamo parlato di musei, è ovvio che il museo sia molto di attualità e, oggi, con un impatto delle tecnologie notevoli, il mutamento è dovuto all’impatto delle nuove tecnologie, il web, la condivisone possibile attraverso di esso. Vi è quindi, la possibilità finalmente, di far parlare le persone che hanno delle conoscenze e di metterle insieme di filtrarle e  farle partecipare a dei progetti. Questo ovviamente nel tempo è cambiato moltissimo.

 

In Italia si è iniziato a trattare di Public History negli ultimi anni, quali sono le motivazioni di questo ritardo?

La Public History è una cosa molto americana. L’idea della Public History nasce da una crisi della storia come veniva insegnata nelle università negli anni 70. E’ una crisi soprattutto del mercato della storia e degli storici all’interno dell’accademia; da qui quindi, la necessità di reinventare degli spazi professionali per gli storici professionali che venivano dall’università. Questo è successo negli Stati Uniti negli anni 70; da allora hanno strutturato dei programmi per formare il Public Historian. Stranamente non è passato in Europa perché in Europa la Public History si faceva già, senza sapere di fare Public History. C’erano molti storici che facevano una comunicazione nei musei, nelle biblioteche, negli archivi, nelle scuole, dove ci sono molti storici di professione, che praticavano la loro conoscenza della storia. Questo però non è mai stato riconosciuto come Public History, perché le diverse tradizioni nazionali non vedevano la Public History in quanto tale. Come diceva lei, sei, sette, forse dieci anni fa, si sono cominciate a vedere soprattutto in Italia; personalmente ho fatto molto per avvicinarmi alla Public History Nord americana, per vedere come questa Public History potesse funzionare all’interno delle strutture, culturali e storiche anche nel nostro paese. Mi sono reso conto che molte persone reagivano in modo diverso quando si parlava di Public History e non più di uso pubblico della storia, non nei media, ma di uso pubblico della storia per sottostare a delle volontà politiche ideologiche momentanee per creare delle memorie attive ad un certo punto. Quando siamo usciti da questo e abbiamo inizato a parlare di storia, con chi lavorava in diversi ambiti, si sono riconosciuti nella Public History sul modello americano, nel senso che tutte le persone avevano in comune il modo di trattare di storia con i pubblici più diversi, grandi e diversificati. È come una scintilla il concetto della Public History, che rivela alle persone che già da trent’anni lavorano. Io ho sentito tantissime volte qualcuno dirmi “quello che mi sta spiegando io lo faccio da trent’anni”, solo che magari questa persona era un archivista. Io spiegavo che l’archivista fa parte della Public History e che ha una sua posizione professionale, che lavora con la storia nel suo ambito. Si rivelava allora a queste persone, che erano parte di qualcosa di più grande di loro, che aveva delle problematiche epistemologiche e metodologiche comuni e, che dunque, potevano fare insieme della storia come il ministero in Italia che raggruppa turismo, musei, archivi, biblioteca, le gallerie. Quindi ha appreso che l’associazione internazionale di Public History, che è stata fondata nel 2012 ha nei suoi compiti quello di favorire la creazione di associazioni nazionali per tenere insieme questi professionisti .

Lei prima parlava di una funzione civile della Public History per sostituirsi all’uso pubblico della storia. Questa funzione civile però la storia l’ha sempre avuta perché ora questo concetto riemerge?

La storia ha sempre avuto una funzione civile, ma era molto poco presente nei vari pubblici e mancavano gli agganci con la popolazione, con le comunità locali con le problematiche delle comunità locali che non erano così evidenti come oggi lo sono.  Dunque quando si dice che gli storici universitari in grande parte, a parte quelli che escono dal laboratorio universitario per scrivere articoli sui giornali per commentare o  in una trasmissione televisiva come esperti, questi storici hanno una visione pubblica della storia e sono visibili pubblicamente. A parte questo la storia è fatta in stragrande parte da persone che dentro l’università scrivono non pensando alla diffusione, all’interazione con i pubblici più vasti, differenziati e anche pubblici qualificati, non sto parlando solamente di divulgazione, loro parlano tagliando fuori la popolazione e dunque, quello che la Public History ha fatto, è stato quello di ridiventare sociale reinventando un  ruolo sociale dello storico, ponendolo al centro della comunità nella quale e con la quale riflettere di storia. Questo è l’elemento centrale e civile della Public History: è la capacità di portare verso la gente una riflessione e un metodo storico, che è quello professionale dell’accademia, ma che l’accademia ha concentrato verso i libri che leggono in pochi, e che si stampano in poche copie e che servono a riprodurre la propria riflessione storica, accademica indipendentemente dall’impatto che questi lavori potrebbero avere verso un pubblico più vasto, sono rintanati e rinchiusi all’interno dell’università per produrre anche dei lavori, per passare da ricercatore ad associato ad ordinario, quindi dei lavori fatti soprattutto in funzione di questo cursus honorum nelle università. Non pensando all’impatto che questi lavori, se diffusi, potrebbero avere su diversi media e diversi pubblici.

 Che rapporto c’è tra Public History e il web e come può intervenire?

Diciamo che il web stimola la dimensione partecipativa, soprattutto del web 2.0 che nasce prima con Wikipedia nel 2001; perché la persona che contribuisce a Wikipedia, non è più solo un lettore diventa autore, quindi il pubblico interagisce con lo strumento del web. Questa modalità si è sviluppata dopo il 2004 con le varie piattaforme sociali i social software che noi chiamiamo socialmedia. Queste piattaforme, questa capacità tecnologica all’interno del progetto, ha dato una dimensione straordinaria perché ha diffuso quello che era l’essenza stessa della Public History, cioè il web e la rete hanno dato delle possibilità di realizzare progetti di Public History per la comunità, come progetti locali sul territorio, ma poi legati alla tecnologia del web, per costruire percorsi di conoscenza che vanno oltre alle persone del territorio stesso e integrare progetti di rete, musei e mostre degli archivi di rete che hanno rivoluzionato completamente la Public History. La Public History da quando è in rete è diventata Digital Public History cioè storia pubblica digitale e questa storia pubblica digitale ha le capacità di fare per il pubblico e con il pubblico dei lavori per la storia.

 

 

Qual è stato il suo percorso personale? Ha qualche consiglio di lettura su questo argomento?

 

Il mio è un percorso tradizionale: ho fatto il dottorato di storia contemporanea su delle tematiche molto tradizionali come la crisi dello stato liberale in Italia e la nascita del fascismo, poi mi sono occupato di storia comparata dei sistemi elettorali in Europa. Ho insegnato per l’università di Urbino. Quando è nato internet, visto che io lavoravo come storico in una biblioteca all’Istituto universitario europeo di Firenze, ho iniziato a costruire siti web per la bibliteca e l’istituto universitario e mi sono reso conto delle nuove problematiche di accesso all’informazioni, e alla documentazione del pubblico e soprattutto degli storici. Da quel momento,metà degli anni 90, sono più di vent’anni adesso, io mi sono dedicato a capire come le nuove tecnologie stavano cambiando il mestiere dello storico il rapporto con le fonti, la scienza della documentazione, le tecnologie, la critica dei documenti come questo cambiava. Andando avanti ho scoperto la Public History americana, che di questo anche cominciava a parlare e faceva i primi grandi progetti copartecipati come “September eleven” che è un progetto fatto da storici su modello locale a Mannhatan, nazionale negli Stati Uniti, ma mondiale, per ciò che la guerra contro il terrorismo a livello internazionale. Quindi aveva livelli diversi e, solo la rete, e la capacità di avere le memorie e l’esperienze di tutti, avrebbe potuto fare questo. Questo è stato il mio percorso che dalla storia pubblica è diventato di storia pubblica digitale. All’interno della Public History, che è fatta di pratiche diverse e di conoscenze personali diverse, io posso, se voglio dare qualcosa di personale. questa cosa la dò attraverso la storia pubblica digitale. Cioè questo impatto delle tecnologie nel cambiare la Public History stessa e di lì la mia expertise.

Ci sono diversi testi usciti in italiano, a parte i testi in inglese che sono importanti. In italiano esiste il mio fascicolo di memoria e ricerca del 2011 “ Public History una disciplina senza nome” che tratta di quello che dicevo prima, e cioè che ci sono diverse persone interessate, perché riguardano argomenti diversi. Un altro saggio secondo me importante che è stato pubblicato da ricerche storiche nel 2009 è il numero sui ”media e la storia”, in cui io ho parlato proprio della storia e la rete e la fotografia digitale. Dopo questi due in Italia, segnalo quello prima del convegno di Ravenna di questo Giugno, dell’Associazione italiana di Public History. Uno si intitola “Public History” (Mimesis,  2017) con delle pratiche, che è stato elaborato da chi fa il master in Public History a Modena e un altro è una raccolta di saggi di Maurizio Ridolfi intitolato “Verso la Public History” (Pacini, 2017). Dopo di questo c’è la partecipazione al numero della rivista Zapruder “ Di chi è la storia” che è un saggio sulla storia pubblica digitale che viene pubblicato inglese, spagnolo, portoghese, cinese russo e anche in italiano. Questa è stata la dimensione più importante. Nel 2015 c’è stata un’altra interpretazione della Public History in Italia, da parte di Angelo Torre in un numero monografico di Quaderni storici.

Divulgazione e Storia: Intervista al professor Barbero

 

Alessandro Barbero scrittore e storico italiano. Laureato in Storia Medioevale con Giovanni Tabacco, nel 1981, ha poi perfezionato i suoi studi alla Scuola Normale di Pisa sino al 1984.  Diventa professore associato all’Università del Piemonte Orientale a Vercelli nel 1998, dove insegna Storia Medievale.

Ha pubblicato romanzi e molti saggi di storia non solo medievale. Con il romanzo d’esordio, Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle gentiluomo, ha vinto il Premio Strega nel 1996.
Collabora con La Stampa e Tuttolibri, con la rivista “Medioevo”, e con i programmi televisivi (“Superquark”) e radiofonici (“Alle otto della sera”) della RAI. Tra i suoi impegni si conta anche la direzione della “Storia d’Europa e del Mediterraneo” della Salerno Editrice. Tra i suoi titoli più recenti ricordiamo: Lepanto. La battaglia dei tre imperi (Laterza 2010), Il divano di Istanbul (Sellerio 2011), I prigionieri dei Savoia (Laterza 2012), Costantino il vincitore (Salerno 2016).

1-Ultimamente, grazie anche all’opera di molti storici, il connubio tra storia e narrativa sta riscuotendo un successo sempre più crescente. Nell’opera di gestazione di un testo, qual è il rapporto che vuole che si instauri tra lei ed un ipotetico lettore?

Quando scrivo, in realtà scrivo esclusivamente per me, per il piacere di costruire il libro. Però un libro dev’essere costruito in modo diverso a seconda del pubblico a cui si rivolge. Quando scrivo saggi io cerco innanzitutto la massima chiarezza espressiva, e lo faccio ormai anche quando scrivo saggi scientifici destinati agli specialisti; e questo è a maggior ragione l’obiettivo quando mi indirizzo a un lettore non specialista: vorrei che potesse leggere dall’inizio alla fine senza mai doversi fermare per decifrare quello che ho scritto.

2-  Per lungo tempo la divulgazione della storia è stata soprattutto affidata ai giornalisti  quali sono le motivazioni che l’hanno spinta a divulgare la storia prima alla radio e poi alla televisione?

Il fatto che me l’hanno chiesto! un editore, Giuseppe Laterza, mi ha chiesto di scrivere dei libri rivolti non agli specialisti ma al grande pubblico, come Carlo Magno o La battaglia. Storia di Waterloo, e poi di prendere parte ai cicli di Lezioni di storia che la Laterza organizza ormai da anni in teatro con grande successo; Sergio Valzania, allora direttore di Radio3, mi chiese di partecipare a quel bellissimo programma che era Alleottodellasera; Piero Angela mi ha proposto di partecipare a Superquark. Ogni volta l’ho presa come una sfida inaspettata che accettavo con divertimento.

3- Negli ultimi la divulgazione della storia è cambiata, questo può portare ad una progressiva semplificazione dei contenuti. Come è possibile evitare questo fenomeno?

Ma anche prima la semplificazione era sempre in agguato nella divulgazione; l’opera divulgativa di più grande successo mai uscita in Italia, la Storia d’Italia di Montanelli e Gervaso, era tutta una semplificazione e una banalizzazione. Finché la divulgazione è fatta da studiosi, la consapevolezza del rischio può aiutare ad evitarlo, anche se, beninteso, una certa dose di semplificazione è inseparabile dalla divulgazione, soprattutto televisiva.

4- Come è cambiato il suo modo di fare divulgazione nei programmi televisivi rispetto alla sua esperienza alla radio?

La radio consente molto più approfondimento, praticamente lo stesso che si può avere in un libro divulgativo, e infatti diversi miei programmi radiofonici sono diventati libri (Il giorno dei barbari, Federico il Grande, Il divano di Istanbul) e viceversa (Carlo Magno). In televisione i tempi sono spaventosamente ristretti, si deve ridurre tutto in pillole, e lì la concisione e l’efficacia dell’espressione sono tutto.

5- Secondo Lei anche i romanzi storici possono contribuire  in qualche modo alla diffusione della storia ?

Certamente sì. Un buon romanzo storico deve far rivivere l’esperienza vissuta del passato. Peccato però che la stragrande maggioranza dei romanzi storici siano scritti da gente magari di talento, ma che non conosce il mestiere dello storico e quindi non sa far rivivere la cosa più importante – la mentalità, i comportamenti, i modi di parlare…

6- Per lei come storico,  è stato difficile e ha dovuto rinuciare a qualcosa  nella scrittura dei romanzi storici?

L’unica cosa difficile è valutare fin dove può spingersi l’invenzione, che è anche la cosa più faticosa!

7- In molti suoi saggi si è occupato di storia militare, Secondo lei perché la storia militare pur trovando successo nella divulgazione, trova poco spazio a livello accademico in Italia?

Banalmente, perché non esistono cattedre di storia militare; ma del resto non so neanche se dovrebbero esistere: la storia ha così tanti aspetti! Del resto oggi non è più vero che in Italia ci siano pochissimi specialisti di storia militare, o comunque storici che si occupano anche di questo aspetto: in realtà ce ne sono moltissimi.

8- Nell’ultimo periodo si parla sempre di più di Public History in che modo questa nuova concezione può aiutare la  comunicazione della storia ad un pubblico più vasto?

Mah. Io non ho mai capito cosa voglia dire Public History, e se non sia solo un modo più snob di dire “divulgazione”.

9 – Vorrei concludere adesso con una domanda un po’ personale. E’ consuetudine di “Historical Eye” chiedere agli studiosi intervistati un po’ del loro percorso personale e delle motivazioni che li hanno spinti a intraprendere il difficile mestiere di storico. Crediamo sia molto importante capire “perché” si studi la storia o si diventi storici. Quindi, in definitiva, professore , quali furono le motivazioni che la portarono a scegliere di studiare storia?Ha qualche consiglio di lettura di storiografia e di letturatura?

Ma la storia è la cosa in assoluto più divertente ed emozionante che ci sia. Del resto io incontro continuamente medici, notai o fisici nucleari che mi confessano che la loro vera passione è la storia. E dunque la vera domanda va fatta a tutti quelli che non fanno lo storico: come mai non lo fanno? Io faccio semplicemente quello che fin da bambino ho capito che mi appassionava più di qualsiasi altra cosa. Quanto alle letture, bisogna leggere tutti i libri, o quasi: per cominciare, in ambito storico Marc Bloch, La società feudale; e in letteratura Bulgakov, Il Maestro e Margherita. Chi ha letto quei due libri sa cos’è un saggio e cos’è un romanzo…

 

 

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