Turchia : dopo il fallimento del golpe

Il quindici luglio 2016 la Turchia, l’Europa ed il mondo sono andati a letto sconvolti dalla notizia di un golpe in corso in Turchia. All’indomani mattina la notizia del fallito colpo e del lento ritorno all’ordine del paese sotto la guida del presidente regolarmente eletto Recep Tayyip Erdoğan il quale prometteva e allo stesso tempo minacciava, una severa e rigida repressione dell’insurrezione, e di fatto nei giorni successivi il numero di arresti, feriti e morti sarebbe cresciuto esponenzialmente, andando a delineare un profilo oscuro per la nuova Turchia sopravvissuta al golpe.
Andiamo con ordine e cerchiamo di capire esattamente cosa è successo e in quale situazione si trova attualmente la Turchia ed il suo leader Erdogan.

Nelle prime ore dall’inizio delle insurrezioni, il colpo di stato militare, organizzato da alcuni alti ufficiali dell’esercito turco, sembrava riuscito nelle piazze la popolazione accoglieva i militari come degli eroi nazionali mentre il presidente Erdogan era in fuga, a bordo dell’aereo presidenziale in cerca di asilo all’estero.

Verso le tre del mattino tuttavia il presidente, rientra ad Istanbul dove una folla è pronta ad accoglierlo, in quel frangente Erdogan si mostra in pubblico, probabilmente per la prima volta nella sua storia, quasi completamente privo di scorta, un gesto sicuramente simbolico e ricco di significato, si stava mostrando parte del popolo, un presidente in mezzo alla sua gente, alla quale prometteva giustizia, protezione e sicurezza. Ed è soprattutto su questo terreno che si è combattuto e si è realmente giocato il destino della Turchia, il terreno del consenso e della sovranità popolare, in nome della quale, lo stesso esercito diceva di agire contro un tiranno che da anni opprimeva il popolo ed aveva tradito la laicità della nazione.

In questo senso le prime parole pronunciate dai leader mondiali, da Obama alla Merkel, espressi in difesa della democrazia e della legalità, ma non esplicitamente in difesa del presidente Erdogan, neanche quando il colpo di stato sembrava scongiurato, e anzi, diventano particolarmente severe nei confronti di Erdogan, invitandolo a più riprese a rispettare le leggi esistenti e agire nel nome dei diritti civili.

Particolarmente iconico il divieto quasi imposto da Europa e USA nel procedere all’esecuzione dei golpisti, in quanto, le leggi attualmente esistenti in Turchia non prevedono la pena di morte sia nel codice civile che in quello militare. La condanna a morte dei golpisti si tradurrebbe in una violazione delle norme del diritto sia nazionale che internazionale, ed esporrebbe il leader turco a potenziali accuse per crimini di guerra.

Ad una settimana dal tentato colpo di stato, Erdogan si ritrova in una situazione precaria, da una parte in dovere nei confronti della sua popolazione nel mantenere la promessa fatta tramite FaceTime mentre era in fuga, e quindi garantire la non impunità ai responsabili di quello che molti reputano un attacco alla democrazia, mentre altri lo reputano una pressa di posizione in favore della democrazia; allo stesso tempo però non può agire al di sopra delle leggi attualmente esistenti in Turchia, trascinando così il paese in un massiccio braccio di ferro con il resto del mondo, e soprattutto con i suoi alleati.

La situazione precaria in cui la Turchia ed il suo governo stanno vivendo questi giorni, lascia aperti mille interrogativi che tendono ad allinearsi alla logica di due differenti teorie, secondo la prima di queste teorie, il Golpe sarebbe stato pilotato dallo stesso Erdogan , in modo da epurare il paese dai propri oppositori, teoria alla quale io stesso ho pensato nelle prime ore, ma che, priva di dati concreti, si lascia mettere in discussione con troppa semplicità, la mancanza di appoggio e sostegno offerti ad Erdogan, gli scontri prolungati nella capitale e in molte aree del paese, ed il numero di arresti che, se bene ancora in crescita, è molto limitato rispetto al totale delle forze armate del paese, l’esercito turco si compone di oltre un milione e mezzo di soldati, di cui appena qualche migliaio sono stati coinvolti direttamente nel golpe ed in seguito messi agli arresti.

Dall’altra la tesi di un colpo di stato pilotato dall’estero e supportato da Stati Uniti o Russia, teoria affascinante ma ancora piena di lacune e di interrogativi. Certamente nessun presidente democraticamente eletto avrebbe mai potuto schierarsi ufficialmente al fianco dei golpisti, e di sicuro un colpo di stato in Turchia, paese NATO ed importante alleato degli USA organizzato dagli stessi stati uniti, significherebbe alimentare una crisi diplomatica senza precedenti nella storia, dall’altra l’appoggio russo ai golpisti sarebbe quasi più logico, ma ancora una volta fuori scala. Sicuramente tra Mosca ed Ankara non corrono buone acque, le tensioni, i conflitti e la rivalità tra Putin ed Erdogan sono sicuramente molto forti, ma allo stesso tempo, la situazione interna di Turchia e Russia sono molto simili, e se il colpo di stato fosse andato a buon fine, avrebbe sicuramente alimentato le insofferenze di quella parte della popolazione, ben radicata in alcune aree del paese, che non si riconosce nella leadership di Putin.

Nonostante il golpe sia fallito, l’area del Caucaso è stata comunque attraversata da forti correnti antigovernative, che, nel caso in cui il golpe turco fosse riuscito, sarebbero state sicuramente più forti ed intense.

Sono perfettamente consapevole che questi ragionamenti in realtà non vadano da nessuna parte, di certo il fallito golpe ha rafforzato , almeno momentaneamente, e in politica interna, la leadership di Erdogan, ma questo non credo si traduca in un vero e proprio trionfo per il presidente, e scongiura la deriva presidenzialista che alcuni sembrano dare per certa.

Se si guarda a quanto abbiamo scritto fino ad ora, un dato emerge in maniera estremamente significativa, ovvero il ruolo centrale del popolo turco.

Da una parte abbiamo un presidente che si mischia con la popolazione, privo di guardie del corpo, dall’altra abbiamo un esercito che, se pur stia compiendo un colpo di stato, si rifiuta di sparare sulla popolazione e che anzi, depone le armi difronte ai manifestanti, e in fine, ancora una volta, abbiamo un presidente che rivendica il desiderio popolare come un ordine da eseguire senza possibilità d’appello da parte dei leader mondiali, e mentre Erdogan sembra intenzionato a voler incarnare questa volontà popolare, presentando la Turchia ed il popolo turco come un unica entità, un solo popolo, una sola bandiera, un solo corpo, il primo ministro Binali Yıldırım non dimentica di sottolineare che quel corpo è tenuto insieme dalla legalità, e dal diritto.

Commenti
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: