Un sogno che è in bianco e nero presto tornerà a colori

Il nome di questa rubrica è Storia Leggera, ma i temi, gli argomenti e soprattutto le canzoni scelte fino a questo momento sono state tutt’altro che leggeri.

Abbiamo parlato di rivoluzioni, di ideali, di sogni e ambizioni, abbiamo parlato di guerre e sacrifici, abbiamo parlato di morte e non abbiamo mai parlato di vita, e soprattutto, non abbiamo mai parlato di vite ordinarie, di vite popolari, non siamo mai entrati nelle stanze della vita quotidiana, e pure, la musica e in particolar modo la musica leggera, vive di attimi quotidiani, vive di ordinati rituali dalla precisione svizzera e sono proprio quei rituali, quei momenti di vita vissuta, a portare la storia, quella reale, nella canzone.

Stavo riflettendo proprio su questo la scorsa settimana quando non ho pubblicato il solito articolo del lunedì, e l’ho fatto, o meglio, non l’ho fatto, non l’ho pubblicato, con cognizione di causa, volevo porre una separazione tra la grande storia, la storia dei grandi eventi, dei grandi avvenimenti e dei grandi personaggi storici da una parte e la storia quotidiana, la storia vissuta e raccontata, attraverso gli occhi di un ragazzo, figlio di una casalinga e di un impiegato, che negli anni cinquanta e nei primi anni sessanta scoprì la musica, scoprì il potere comunicativo ed espressivo della canzone e circa trent’anni più tardi avrebbe portato quell’esperienza, quel ricordo, quegli attimi, in una canzone, forse in maniera inconsapevole, ma neanche troppo inconsapevole; Avrebbe permeato quella canzone di storia, rendendola un vivido ricordo di una quotidianità perduta, di una quotidianità dimenticata, di una quotidianità che apparteneva ad un altra epoca, ad un altro tempo, ad un altro mondo.
Quel ragazzo era (ed è) Edoardo Bennato e la canzone a cui mi riferisco è Viva la Mamma.

Quando si pensa ad una canzone che parla di storia non pensiamo di certo a “canzonette come questa”, quando pensiamo a canzoni che parlano di storia la nostra mente corre verso brani come la canzone del bambino nel vento, verso il cuoco di salò o verso le innumerevoli canzoni scritte in ogni lingua e condite in ogni salsa, che parlano di questa o di quell’altra guerra, combattuta chissà dove, chissà quando e chissà per quale ragione o da chi, di certo non pensiamo ad una canzone così travolgente e allegra che per più di un’estate risuonò nelle sale da ballo (c’erano ancora le sale da ballo negli anni novanta?) o sulle spiagge, e che ancora oggi, riecheggiano nei lunghi viaggi in auto in compagnia dei nostri genitori (soprattutto se avete la mia età).

E pure, questa “canzonetta” non è affatto una canzonetta, Viva la mamma è in realtà una testimonianza diretta della vita quotidiana nel secondo dopoguerra, ci racconta la vita, semi urbana, del figlio di un impiegato e di una casalinga, cresciuto in uno dei tanti quartieri periferici, di una qualsiasi città italiana, una vita che apparteneva alla maggior parte degli italiani nati e vissuti in quegli anni e negli anni a venire, ci racconta una vita comune, ordinaria, mediocre, una vita di fantozziana memoria, ma ci racconta la vita dei film con Franchi e Ingrassia, la vita dipinta e raccontata dal Neorealismo di Fellini, De Sica, Rossellini e Visconti. Come dicevo, ci racconta l’Italia del secondo dopoguerra, l’Italia degli anni cinquanta e sessanta, l’Italia che insegue il boom economico appena prima della sua piena manifestazione.

Con questa canzone Bennato riesce a raccontare questo, riesce a raccontare tutto in pochi versi, in poche strofe, in poche parole, senza però dire nulla di ciò che sta raccontando, non ne ha bisogno, non ha bisogno di sofismi e artificiosi giri di parole per impressionare i benpensanti, perché la quotidianità che racconta, la vita che racconta, è una vita, una quotidianità semplice, umile, immediata e bastano poche parole per descriverla, perché fa già parte dell’ascoltatore, dei suoi ricordi, della sua vita, della sua memoria. È una canzone forte, è una canzone d’impatto, è una canzone che parla di storia dando voce ad una memoria storica, ad una memoria collettiva, senza parlare direttamente di storia, non ha bisogno di parlare del boom economico, non ha bisogno di parlare delle influenze culturali che in quegli anni arrivavano da oltreoceano, e pure questa canzone ci parla del boom economico, ci parla dei primi fermenti studenteschi e delle influenze culturali che in quegli arrivavano da Londra e da oltreoceano. Ce ne parla attraverso i rituali ordinari della vita di un ragazzo cresciuto negli anni cinquanta, un ragazzo che alla mattina semplicemente veniva svegliato e mandato a scuola da sua madre, un ragazzo ancora troppo giovane per “21” musica dai jukebox, e si affacciava al mondo canoro di quegli anni attraverso la sua personale spacciatrice di musica, una madre che come tutte le madri cantava per accompagnare la propria quotidianità, cantava in ogni momento, mentre lavava, stirava o cucinava, cantava perché la TV non c’era ancora e quando c’era, nel migliore dei casi aveva un solo canale, nel peggiore, neanche quello, e allora per ingannare il tempo si cantava e quando si cantava si cantava di tutto, dai canti popolari ad Elvis e nel cantare si viveva, e nel vivere si diventava storia e nel diventare storia si plasmava la memoria di un’intera generazione.

Una storia ordinaria dunque, una storia quotidiana, una storia come un’altra che forse non sarebbe servito scrivere, non serviva raccontare, ma il cui racconto ha permesso la sopravvivenza di un ricordo generazionale, di una memoria collettiva, ha permesso la sopravvivenza di un mondo e di un modo di vivere oggi dimenticato ed ha dato a noi, oggi, la possibilità di rivivere per quei tre o quattro minuti che dura la canzone, la vita ordinaria di un figlio del secondo dopoguerra, di un figlio degli anni cinquanta.

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