We the People rivendichiamo il diritto a ricercare la nostra felicità

Noi (il popolo) riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità;

Queste parole dal valore universale, provengono da uno dei documenti più importanti del XVIII secolo, la dichiarazione di indipendenza delle tredici colonie britanniche dell’America settentrionale.

Questo documento venne elaborato in seno al secondo congresso continentale, che ebbe luogo a Filadelfia nel 1776, in quella che oggi è nota al mondo come la Indipendece Hall e fu in fine firmato e successivamente ratificato dai cinquantacinque delegati del congresso, tra il 2 ed il 4 luglio del 1776.

Ma la firma di questo documento epocale la firma della dichiarazione di indipendenza, non rappresenta soltanto l’atto fondativo di una nazione nuova e borghese, totalmente aliena alle tradizionali gerarchie sociali, la firma di questo documento non si limitò ad indicare la rottura definitiva tra la nascente nazione americana e l’antico impero britannico, no, sarebbe troppo semplice se fosse solo così.

La dichiarazione di indipendenza, con la sua stessa esistenza e con i propri principi, mise in luce l’ineluttabile ed inevitabile cambiamento imminente che da lì a poco avrebbe stravolto il mondo intero, e questo forse è l’elemento più importante, più incisivo, più significativo della dichiarazione, poiché con questa dichiarazione il popolo americano prima, e successivamente il mondo intero, rivendicava l’esistenza di alcuni diritti universali e ritenuti inalienabili e tra questi vi erano il diritto alla Vita alla Libertà e al perseguimento della Felicità.

Ed è proprio su quest’ultimo punto che vorrei sviluppare la mia riflessione, il perseguimento della felicità, già, perché la dichiarazione non parla di Diritto alla felicità, ma parla invece, di diritto al perseguimento della felicità, parla di diritto alla ricerca della felicità, e questo significa che la ricerca è un diritto, ma trovarla è tutta un altra storia.

Personalmente credo che la ricerca della felicità, e in termini più ampi, la ricerca dell’amore, sia qualcosa di implicito negli esseri umani.

Ricerchiamo la felicità non perché ne sentiamo il bisogno, ma perché il solo atto di cercarla, di inseguirla, ci da speranza e questa speranza ci pone in uno stato di benessere che rende tutti un po’ più felici.

Personalmente sono un po’ come un bambino al parco, ad una fiera, che vede il venditore di palloncini, vede tutti quei palloncini colorati che volano, e ne desidera uno, anche se non ne ha bisogno, anche non gli serve assolutamente a nulla e sa, sa perfettamente che se lo avesse, non potrebbe farci praticamente nulla se non tenerlo legato al polso, guardarlo e contemplarlo.

Ma è proprio lì, in quell’atto genuino e disinteressato, totalmente fine a se stesso che è guardare il palloncino, contemplarlo, che il bambino sorride, il bambino è felice ed è felice grazie ad un qualcosa che è assolutamente inutile e di cui in realtà non ha alcun bisogno.

E allora, io forse non sarò felice, perché non ho un palloncino che mi rende felice, ma non ho motivo di nascondermi dietro un falso e freddo grado di necessità, non ho bisogno di dire, ripetere a me stesso che non ho bisogno di quel palloncino, se bene ne sia consapevole, se bene sappia perfettamente di non averne alcun bisogno, ma non per questo non lo desidero, o mi nascondo dietro un illusoria maschera di utilitarismo e funzionalismo, per cui, se qualcosa è inutile, se qualcosa è fine a se stessa, allora non serve.

Perché vedete, per me non è così che funziona, non è così che vanno le cose, non voglio accontentarmi di avere solo ciò di cui ho bisogno, io voglio anche, e soprattutto, ciò di cui non ho bisogno, ma che mi rende felice, io voglio il mio palloncino e credo che tutti dovrebbero cercare il proprio palloncino, perché ne abbiamo il diritto, perché inseguire e ricercare la propria felicità non è uno spreco di tempo, ma forse è l’unica vera ragione della nostra esistenza.

Per rendere più semplice questa riflessione, voglio provare a fare un esperimento e fare un analogia con il cibo, con l’alimentazione (i nutrizionisti mi perdonino se nel mio esempio sarò impreciso, la mia è solo una generalizzazione).

Se dovessi mangiare e bere solo ciò di cui ho bisogno, solo ciò che mi serve per sopravvivere, per non morire di fame e di sete, se mi limitassi ad assumere soltanto i nutrienti basilari di cui il mio l’organismo ha bisogno, nelle precise dosi di cui il mio corpo ha bisogno, se mi limitassi ad assumere proteine, vitamine, carboidrati, grassi e i nutrizionisti non me ne vogliano se non sono preciso in questo elenco, se dovessi assumere queste sostanze nutrienti in maniera misurata e calcolata al milligrammo, il mio corpo certo, starebbe bene, probabilmente starebbe d’incanto perché avrebbe esattamente ciò di cui ha bisogno nella misura esatta di cui ha bisogno, ma a quel punto, nutrirmi sarebbe solo un atto dovuto, qualcosa di necessario, un azione meccanica finalizzata alla mera sopravvivenza.

E allora, allora mi chiedo, perché affannarsi tanto per stare al mondo e in cosa noi uomini siamo diversi da un automa, da una macchina, da una bestia che non sa apprezzare il sapore di un buon cibo e la fragranza di un buon vino, che non sa riconoscere la bellezza quando la incontra, che non sa distinguere il profumo di un fiore dal tanfo immondo di un tombino scoperto.

Di fatto noi, non abbiamo bisogno di sapori, di bellezza, di profumi, non abbiamo bisogno dell’amore, e pure li cerchiamo, e cercarli, trovarli, gustarli, con gli occhi e, anche un po’ con la mente, ci riempie il cuore di gioia, ci rende felici e nel renderci felici ci eleva.

E un esempio di questa elevazione ci è dato dal racconto di fantascienza L’uomo bicentenario, di Isaac Asimov, pubblicato nel 1977 nella raccolta Antologie del Bicentenario e da cui, nel 1999 sarebbe stato tratto anche il film omonimo, l’uomo bicentenario, con protagonista Robin Wiliams.

L’uomo bicentenario del racconto è in origine una macchina, una macchina con un malfunzionamento, un guasto, un imperfezione che la rende paradossalmente umana, perché grazie a questo malfunzionamento la macchina è in grado di provare emozioni, è in grado di comprendere la bellezza, è una macchina che impara che cos’è l’amore, e pur di vivere a pieno tutte le esperienze sensoriali proprie dell’uomo, apporta a se stesse una serie di modifiche che l’avrebbero resa sempre più umana, e qui sorge il problema, perché la crescente umanità della macchina le costerà la propria immortalità meccanica.

La macchina immortale si fa uomo e da uomo conoscerà la gioia, la felicità e la morte.

Ora, l’uomo bicentenario sceglie la vita e con essa accetta la morte, ma l’uomo non ha questa possibilità di scelta, l’uomo è condannato alla vita, e nel suo vivere limitato ha compreso una verità importantissima, ha imparato che cercare la felicità non significa necessariamente trovarla, ma in questa prospettiva, l’uomo ha inventato il paradiso.

E cos’è il paradiso, se non la promessa estrema, eterna e inconfutabile, di una futura conquista della felicità che supera e sconfigge la morte.

E allora cerchiamo ostinatamente la felicità anche se sappiamo che l’atto di cercare non implica necessariamente la possibilità di trovarla, perché magari la nostra felicità, il nostro palloncino, è così grande, così inafferrabile e irraggiungibile che un intera vita non è sufficiente a raggiungerla, e allora abbiamo due alternative.

Possiamo arrenderci, smettere di cercare e sprofondare nell’oblio più oscuro e profondo, oppure possiamo continuare a lottare, provando a raggiungerla nonostante gli ostacoli e le difficoltà, nonostante l’apparente impossibilità di successo, e anche se quel palloncino non diventerà mai nostro, il solo atto di cercare di afferrarlo ci dona già, un primordiale senso di benessere che ci aiuta a stare meglio, la promessa di un futuro migliore di cui forse non abbiamo bisogno, ma di cui non possiamo fare a meno, di cui non abbiamo necessità, ma che è fondamentale per sentirsi vivi.

Magari qualcuno, in vita, non riuscirà a raggiungere il proprio palloncino, un po’ come Achille cje non avrebbe mai raggiunto la tartaruga, e pure, anche senza riuscirci, senza mai raggiungerlo, qualcuno proverà ad avvicinarsi fino al limite estremo, fin quasi al punto di sfiorarlo e questo qualcuno sarà pronto a tutto, anche a sacrificare se stesso, anche ad iniziare una vera e propria guerra contro il mondo, se il mondo proverà ad impedirgli, non di afferrare, ma di inseguire il proprio palloncino.

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