Il verbo si è fatto l’uomo. Racconto satirico a tema pasquale.

AVVERTENZE

Attenzione, il seguente racconto è satirico, ironico e contiene quella che credo sia black humor, ma non ne sono tanto sicuro. Si tratta di un contenuto che per alcuni potrebbe essere forte, amaro e indigesto, o una cazzata.
Se ne sconsiglia la lettura a chi potrebbe essere turbato da un racconto “blasfemo” in cui Gesù fuma erba, beve birra e scopa randomicamente con apostoli e legionari romani.
Alla fine di questo racconto, la frase “il verbo si è fatto uomo” assumerò tutto un altro significato.

Ultimo avvertimento. Da qui non si torna più in dietro.

Sei sicuro di voler leggere questo racconto? No sul serio? Sei proprio sicuro?

Guarda che se ti incazzi non è colpa mia, io ti ho avvertito.

Il verbo si è fatto l’uomo. Racconto satirico a tema pasquale.

La sera del giovedì santo Gesù e i suoi amici fecero una grande braciata a base cari bianche ed erbe amare, modo biblico per dire salsiccia e friarielli, Gesù aveva origini partenopee non dichiarate, il padre naturale, Arcangelo era originario di Napoli, ma questa è un altra storia.
Dopo la braciata, Gesù ed i suoi amici andarono a cazzeggiare e fumare in un giardino, convinti che questi appartenesse alla famiglia di Giuda, i quali però, lo avevano venduto per 30 denari. I nuovi proprietari, vedendo in giardino questo gruppo di balordi, guidati da un capellone seminudo, che fumavano e urlavano, chiamarono le guardie che intervennero repentinamente e portarono via Gesù, organizzatore del festino, accusato di schiamazzi notturni, non venne invece incriminato per la droga perché questa era stata prontamente nascosta da Pietro tra le proprie natiche.

Mentre Gesù seguiva le guardie in prefettura, i suoi amici corsero a nascondersi e si ritrovarono in uno stanzino, a casa di un loro amico, lì, manco a dirlo, ricominciarono a fumare.

Gesù trascorse la notte in cella, poi, rilasciato, si recò al punto di randevu, ma, mentre tornava, perché stanco e assetato, si fermò all’osteria da Pilato, lì incontrò un gruppo di legionari, a suo dire molto simpatici, e si ubriacarono insieme per poi andare ad appartarsi nella boscaglia.

Ormai ubriaco come una spugna, durante il tragitto Gesù cadde ripetutamente, ma i legionari lo aiutarono a rialzarsi, poi, raggiunta una grotta dove Gesù era solito appartarsi, iniziarono a fare alcuni giochetti tipici romani, i legionari infilzarono ripetutamente Gesù con i loro lunghi bastoni, in fine, esausto dalla lunga sessione di dick slap con i tre legionari, cadde in un sonno profondo dal quale si risvegliò con un enorme cerchio alla testa.

La domenica mattina, Gesù indossò degli abiti puliti che teneva nascosti nella propria grotta segreta e lasciò i legionari, ancora addormentati, per dirigersi al punto di randevu, dove i suoi amici attendevano il suo ritorno.

Quando arrivò, busso alla porta, ma gli amici, pensando fosse una guardia, perché nella confusione Gesù aveva indossato gli stivali di uno dei legionari, non gli aprirono, ma Gesù sapeva che loro erano all’interno, lo sapeva e lo percepiva dalla puzza di fumo che trasudava dalle pareti, così bussò più forte, ma loro rimasero ancora in silenzio, allora Gesù, in un ultimo gesto risoluto, bussò per la terza volta e mentre bussava disse a gran voce “a zi, so io, e dai aprite, ho portato le birre“.

Alcuni di loro riconobbero la voce, altri capirono solo “birre” e furono entusiasti, altri ancora, confusi dal fumo, capirono “so Dio, ho portato le birre” , una frase che, se fossero stati lucidi non avrebbe avuto alcun senso, lo sanno anche i bambini che a dio piace il vino, ma loro non erano lucidi e spalancarono la porta.

Ad uscire, per andare in contro al Dio con le birre fu Tommaso, detto il credulone, e il suo primo pensiero vedendo Gesù, fu “ma che cazz” poi vide anche le due anfore con le birre, e la sua delusione si tramutò nuovamente in gioia, gridò quindi al miracolo, poi disse “Cazzo zi, c’hai proprio le mani bucate eh“, Tommaso, era di origine romana, i nonni erano di Acilia, ma questa è un altra storia. Quindi i due italo palestinesi, presero insieme le anfore di birra ed entrarono, e fu subito festa.

Nuovamente ricongiunto il gruppo, Gesù e i suoi amici ricominciarono a bere e fumare e fare gran festa, chi ballava sul cubo, chi giocava con il proprio bastone, chi con quelli degli altri e in quella confusione Gesù insegnò loro alcuni dei giochetti con la lingua che gli erano stati mostrati dai legionari romani.

Quando erba e birra finirono, il gruppo si disperse, ognuno andò per la propria direzione, tornando alle proprie dimore, Gesù, lavoratore precario con una laurea umanistica, che in quel tempo viveva con i genitori, tornò alla casa del padre, che come ogni padre amorevole e severo, vedendolo frastornato e camminare in modo strano, con gli occhi rossi e gonfi come mongolfiere, gli chiese come avesse trascorso la pasqua. Gesù, per non dire a Giuseppe di aver bevuto, fumato e scopato con ogni forma di vita incontrata lungo la strada, perché temeva che questi lo avrebbe picchiato con una grossa trave, fece quello che ogni figlio trentenne e responsabile, che vive con i genitori avrebbe fatto al suo posto. Mentì spudoratamente.

Infamò Giuda, che tanto, a Giuseppe era sempre stato sul cazzo, e disse di essere stato infilzato dai romani, di essere morto e di essere risorto dopo tre giorni.

E Giuseppe, come ogni buon padre amorevole, capì che era una stronzata ed afferrò la grossa trave, poi si ricordò di avere quasi settant’anni e che il figlio passava le giornate in palestra e dunque finse di credergli, come già in passato aveva finto di credere alla storia di Arcanelo, l’amante di Maria che all’epoca aveva 16 anni mentre lui aveva già superato i quaranta, spacciato per emissario di Dio.

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