La fine della Cultura- l’ultima fatica di Eric Hobsbawm

Eric Hobsbawm lo sapete, è il mio storico preferito, amo le sue opere in maniera quasi morbosa e tra i tanti libri che ha scritto, il secolo breve è sicuramente il più iconico e famoso, ma probabilmente è anche il meno importante.
Hobsbawm è stato uno storico sociale, di formazione marxista, significa che nel suo lavoro ha sempre tenuto gli occhi puntati sull’elemento sociale, sulla società, in particolar modo sulla società ottocentesca che poi è stato l’oggetto privilegiato di gran parte della letteratura prodotta dallo stesso Hobsbawm e solo negli ultimi anni di attività, diciamo negli ultimi 2 decenni, Hobsbawm ha in qualche modo dipanato le ali e dato uno sguardo dall’alto anche al Novecento.
Il secolo breve rappresenta in qualche modo un punto di rottura con il passato, il 1991 rappresenta la fine di un epoca ma anche di un modo di scrivere. Senza girarci troppo intorno, dopo il Secolo Breve Hobsbawm ha iniziato a rivolgere lo sguardo su temi più ampi, producendo opere più intime e personali, in un certo senso più riflessive che analitiche.
Nell’età degli Imperi che cronologicamente copre il periodo immediatamente precedente l’inizio del secolo breve, Hobsbawm propone una ricostruzione storica delle dinamiche sociali, economiche e politiche del mondo in quegli anni, propone un analisi storica e critica di quel mondo, mentre, in opere come il secolo breve e ancora di più in “la fine della cultura” Hobsbawm si lascia andare molto di più alle proprie osservazioni e considerazioni personali, il tutto sempre condito da un profondo rispetto per l’argomento studiato e con la maestria di cui solo uno dei più grandi storici del secolo scorso potrebbe fare, e questo ci porta al soggetto di questo post.

Il libro “La fine della cultura. Saggio su un secolo in crisi d’identità” pubblicato nel febbraio 2012, pochi mesi prima della sua scomparsa nell’ottobre di quello stesso anno.
Si tratta de facto dell’ultimo libro di Eric Hobsbawm, della sua ultima fatica, del suo ultimo capolavoro, e in quanto tale ha per me, che amo Hobsbawm, un enorme valore affettivo e significativo, al di la del suo contenuto sul quale sono state spesso mosse critiche di varia natura, dal fatto che il libro sia “troppo personale” molto più giornalistico che storico, per intenderci, al fatto che sembra quasi un opera incompiuta e data in stampa prematuramente.
E se per quanto riguarda la prima osservazione posso essere in parte d’accordo, considerando però, questa soggettività che ci viene dichiarata esplicitamente dall’autore nella prefazione del libro, come un valore aggiunto e non un elemento discriminatorio, poiché si tratta del punto di vista di un icona della storiografia del novecento, non condivido invece la seconda critica, il libro a mio avviso è completo e preciso, puntuale, pungente e ironico, tratto distintivo della penna di Hobsbawm che è forse uno dei motivi principali per cui ho iniziato ad amare questo grandissimo storico.

Per quanto riguarda il libro in se comunque, non è un libro semplice da leggere, non è un libro per tutti gli utenti e di sicuro non per lettori inesperti, per comprenderlo a pieno è necessario conoscere Hobsbawm, conoscerlo bene e conoscere il suo pensiero, un pensiero espresso più o meno velatamente nelle varie prefazioni ai suoi libri e in maniera dichiarata nella sua autobiografia “Anni interessanti” pubblicata nel 2002, autobiografia che almeno nella sua cronologia editoriale si colloca esattamente a metà strada tra “il secolo breve” (1992) e “La fine della cultura” (2012), e che nella sua cronologia interna condivide gran parte della strada percorsa con il secolo breve, nella cui prefazione lo stesso Hobsbawm ci dice che quel periodo (1914-1991) coincide quasi completamente con la sua vita.

Uno dei motivi per cui “la fine della cultura” non è un libro semplice è perché fondamentalmente non è un vero e proprio libro, si tratta più di una raccolta di saggi, circa venti saggi elaborati dall’autore nel corso della sua vita, e che condividono un tema comune, i ragionamenti, le osservazioni, le osservazioni e le critiche espresse da Hobsbawm sul suo tempo, sul tempo in cui viveva e la società in cui viveva, e alla luce di ciò appare evidente perché conoscere la chiave di lettura del mondo adottata da Hobsbawm.

Leggere la fine della cultura consapevoli del fatto che Hobsbawm sia uno storico sociale, inglese e di formazione marxista, ci permette di comprendere quei saggi fin nel profondo del loro essere e se ci soffermiamo a riflettere sul fatto questo libro è il frutto di quasi mezzo secolo di riflessioni storiche dell’autore, può viene quasi naturale commettere l’errore di ricercare un qualche un parallelismo con “l’apologia della storia” di March Bloch, che ricordiamo essere un opera postuma data alle stampe per volontà di Lucien Febvre, in cui sono raccolte le riflessioni e le osservazioni che hanno accompagnato la vita di Bloch sul mestiere di storico e non è su questo che riflette il testo di Hobsbawm.

In questa raccolta, a differenza dell’Apologia della Storia, si pone l’attenzione sulla società, sul mondo e sulla cultura, osservando da una parte sulle nuove forme di espressione artistica nell’era della globalizzazione, sull’esiguo spazio che oggi resta alla cultura del passato e dall’altra parte riflette su moltissimi altri aspetti dell’arte e della cultura contemporanea, dal ruolo degli intellettuali a quello della scienza, dai rapporti tra arte e politica alla pop art, all’emancipazione femminile al ruolo delle religioni nel mondo contemporaneo, sul fallimento delle avanguardie e su quella che definisce come la “tradizione inventata” del cowboy americano, tema a cui è dedicato un intero saggio, posizionato in chiusura del libro, quasi come se questo saggio volesse essere la sua ultima sfida dello storico inglese, la sua ultima grande provocazione, l’ennesimo scossone dato alla storiografia dall’uomo che aveva inventato il secolo breve.

L’autore non a caso osserva che la rivoluzione scientifica e tecnologica del ventesimo secolo ha totalmente mutato le tradizionali modalità con cui si scandiva il ritmo delle giornate e gli uomini comuni si guadagnavano da vivere e se in questo nuovo mondo dalle infinite potenzialità le masse popolari, dopo aver fatto la propria irruzione nella storia nel secolo precedente ora, nel novecento, fanno la propria irruzione sulla scena politica. Per Hobsbawm questa irruzione ha abbattuto «il muro tra cultura e vita, tra venerazione e consumo, tra lavoro e tempo libero, tra corpo e spirito», ed ha portato ad un progressivo svuotamento del ruolo privilegiato riservato alle arti nel passato, in quella che definisce come la vecchia società borghese.
Nel mondo contemporaneo per Hobsbawm è venuta a mancare l’estetica tradizionale, l’estetica borghese e di conseguenza, la cultura dell’accezione borghese deve «lasciare il posto alla cultura nel significato antropologico puramente descrittivo» spingendo verso un progressivo imbarbarimento della cultura, della politica e della società, anticipando, con estrema lucidità quello che sarebbe successo su scala globale negli anni successivi, con l’avvento e l’affermazione dei vari e numerosi partiti populisti, spesso di estrema destra, in Europa e nelle Americhe.

La fine della cultura è un libro che inizia la sua storia editoriale nel 1964 e che vede la sua stampa soltanto nel 2012, raccogliendo al proprio interno le considerazioni e le osservazioni di uno dei più fini e attenti osservatori del novecento nonché uno dei più grandi storico del ventesimo e della prima decade del ventunesimo secolo.

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