L’uso strategico dell’urbanistica in età Romana

Tra le tante, infinite, meraviglie storiche che il nostro tempo ha ereditato dalla civiltà romana, la posizione di alcune importanti città europee è forse l’eredità più grande perché la loro fondazione ha determinato l’evolversi stesso delle civiltà europee e mediterranee, ma perché i romani scelsero di fondare le proprie città proprio in quei luoghi invece che in altri?

Perché se guardiamo una mappa delle città fondate dai romani, notiamo una serie di agglomerati urbani nelle regioni più esterne dei territori imperiali e nell’entroterra invece, al sicuro da invasioni barbariche e scorribande troviamo solo poche città sparse e molto lontane le une dalle altre?

Guardando questa carta che mostra la moderna disposizione di città romane, una domanda sorge spontanea, perché ci sono così tante città di romane ai confini dell’impero così poche nell’entroterra francese o ispanico ?

Non dovrebbero esserci più città nelle regioni “sicure” e meno in quelle più “pericolose”?

La risposta più immediata è , “certamente si” chiunque dotato di buonsenso andrebbe a costruire le proprie città in regioni sicure e non sulla linea del fronte ad un passo dalle barbariche tribù germaniche, e pure, Roma non agì in questo modo e fondò molte più città in territori pericolosi.

Guardando questa carta più attentamente possiamo notare che le città in area germanica non sono città sparse, ma anzi, sono molto vicine tra loro, sono così vicine che è quasi difficile capire dove finisce una città e dove inizia la successiva, sembra quasi che formino una linea continua, sembra quasi una barriera urbana, una muraglia di città posta lì, per qualche motivo, una muraglia urbana situata al confine estremo dell’’impero, costruita proprio sotto il naso delle vicine tribù germaniche con cui Roma era in guerra.

Deve esserci una ragione di qualche tipo, e di teorie sul perché Roma abbia fondato così tante città al confine delle regioni belligeranti ce ne sono effettivamente tantissime. In questo articolo non andrò ad esporle tutte ma mi soffermerò sulla combinazione di teorie che personalmente ho sempre trovato più interessante e prenderò le battute da due delle teorie più interessanti e maggiormente accreditate, che riguardano l’economia militare e la strategia militare.

Per quanto riguarda la teoria dell’economia militare questa prende in considerazione soprattutto l’età imperiale e l’ultimo secolo della repubblica, ovvero il periodo che va dalla riforma dell’esercito di Mario in avanti.
La riforma dell’ordinamento militare di Mario come sappiamo, aveva reso l’esercito professionistico e non più volontario e questo significava che i soldati romani vivevano per anni in accampamenti “al fronte” impegnati a pattugliare i confini dell’impero ed impedire eventuali invasioni barbariche.

La presenza di terre oltre i confini romani ad oriente e l’oceano ad occidente può aiutarci a comprendere perché nelle regioni occidentali Roma investì meno sulle frontiere, limitandosi a pattugliare le coste e allo stesso tempo ci da un importante indizio sul perché il fronte orientale fosse decisamente più militarizzato.
Iniziamo col dire che l’oceano rappresentava di per sé un importante difesa naturale per l’impero, mentre dall’altra parte, la presenza di terre significava anche la presenza di altri popoli non sempre amichevoli o pacifici e proprio la presenza delle belligeranti popolazioni germaniche ad oriente ci aiuta a fare chiarezza.

Un impero che teme i propri nemici tende ad allontanare le proprie città dai confini, o meglio, tende ad espandere i propri confini creando un cuscinetto di terre disabitate tra il confine dove sono stanziati i soldati e le proprie città, questo è il motivo per cui vengono costruite fortificazioni e si sceglie di fondare città dove è presente una minima difesa naturale, la stessa Roma non è da meno e nella sua prima fase espansionistica, soprattutto nella prima età repubblicana, si è comportata esattamente in questo modo. Roma per secoli ha vissuto protetta da delle mura e da un fiume, tuttavia, l’espansione di Roma e l’assorbimento di numerose civiltà molto avanzate, in alcuni casi persino più avanzate della stessa civiltà romana, e il sempre maggiore allontanamento dei confini permise all’impero romano di compiere un enorme balzo in avanti sul piano urbanistico, tecnologico e militare. Non a caso la maggior parte delle città interne, fondate in età imperiale, è sprovvista di mura e fortificazioni, questo perché de facto si era creata un enorme disparità di forza tra l’esercito romano ed i primitivi eserciti delle tribù che per un motivo o per un altro, non erano state inglobate nell’impero, e soprattutto perché si erano messi molti chilometri tra quelle città ed i potenziali nemici, ma allora, ancora una volta, perché ci sono così tante città vicino i territori popolati dalle tribù germaniche?

Cerchiamo di inquadrare la situazione e osservare i rapporti di forza tra Roma e le popolazioni germaniche. La dinamica militare che incontriamo è quella “classica” della guerra asimmetrica, in cui una delle due fazioni è tecnologicamente più avanzata dell’altra ed è dotata di un esercito più grande, meglio addestrato e meglio armato. In questo contesto la logica ci suggerisce che l’esercito “migliore” sia quello romano e che, di conseguenza, con più semplicità avrebbe ottenuto la vittoria in uno scontro diretto. Tuttavia, come sappiamo, dinamiche di questo tipo sono le più imprevedibili e molto spesso, l’esercito più piccolo e disorganizzato riesce ad avere la meglio su quello più imponente evitando lo scontro diretto ed utilizzando strategie alternative che, come sappiamo, permisero alle tribù germaniche di resistere per secoli nello scontro con Roma e a conferma di questo, come sappiamo, Roma non riuscì mai a sconfiggere totalmente le tribù germaniche.

Se bene l’esercito romano fosse militarmente superiore sotto ogni punto di vista alle milizie germaniche, le tribù germaniche riuscirono a resistere grazie a strategie e tecniche che oggi chiameremmo anacronisticamente “di guerriglia” (termine introdotto soltanto nel XIX secolo) compiendo raid improvvisi, assalti, sabotaggi ecc ecc ecc.

Nella guerra contro le tribù germaniche Roma era impegnata a combattere contro un nemico invisibile e letale, un nemico che era in grado di colpire e sparire prima ancora che Roma si accorgesse dell’attacco e per fronteggiare questo nemico Roma utilizzò quella che molti indicano come una strategia “psicologica”. Roma combatté contro le popolazioni germaniche mostrando al nemico di non temerlo, e per farlo, unì insieme economia militare e strategia.

Ai confini dell’impero i tantissimi soldati che lo proteggevano vivevano in accampamenti militari e fortini che gli permettevano di presidiare il confine. Oltre la linea di frontiera, al di la dei fortini, delle barricate e delle trincee, solitamente vi era un ampia area in cui i romani avevano abbattuto ogni albero per centinaia di metri, permettendo così ai soldati di sorvegliare un area estremamente vasta.
Sul fronte interno invece, vennero sviluppati numerosi villaggi, inizialmente con funzioni ausiliarie alle attività militari, in cui vi erano prevalentemente fabbri, artigiani, locandieri e prostitute e la vita economica di questi villaggi dipendeva quasi esclusivamente dalla presenza del vicino accampamento militare. Col passare del tempo questi villaggi iniziarono a svilupparsi autonomamente, con la creazione di fattorie e distillerie in cui venivano allevati maiali e si produceva prevalentemente più grano e birra.

Questi primitivi nuclei urbani, in cui grazie ai soldati romani circolava molto denaro, attiravano sempre più lavoratori, soprattutto contadini, mercanti e prostitute, ed i villaggi si espandevano sempre di più fino a diventare delle vere e proprie città, in cui, molto spesso, l’imperatore preferiva risiedere per stare vicino alle armate ma senza rinunciare alle comodità urbane che nella vita da campo gli erano negate.

Queste città nate in conseguenza alla presenza dei vicini accampamenti permanenti dei militari, vennero utilizzate sul piano strategico, in primo luogo dando al nemico l’idea che Roma non temesse minimamente le scorribande barbariche, poiché appunto, aveva costruito delle città ai confini, e queste città erano protette soltanto dalla presenza del vicino accampamento militare. In secondo luogo, queste città mostravano al nemico i comfort della vita urbana e le comodità che la civiltà romana aveva da offrire. Più o meno come quando durante la guerra fredda ai confini con l’Unione Sovietica venivano innalzati ripetitori radio e televisivi che permettevano nell’est europa di ascoltare e vedere i programmi TV e le serie televisive europee e americane, che davano l’idea di un occidente da sogno in cui vivere, ma questo è un altro discorso.
Tornando a Roma, questi elementi messi insieme davano al nemico un idea di invincibilità romana che molto spesso e per molti anni, fu sufficiente ad impedire tentativi di invasione e in alcuni casi spinse gli abitanti di villaggi germanici a passare il confine per vivere nei più sicuri e civilizzati territori romani.
L’efficacia della strategia urbana venne meno soltanto negli ultimi decenni dell’impero, quando la ricchezza e la grandezza di Roma era ormai soltanto un lontano ricordo e in molte città di frontiera le elité fuggirono via lasciandosi contadini, artigiani, soldati e prostitute alle spalle.

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Autore dell'articolo: Antonio Coppola

Antonio Coppola
Articolista Freelance, laureato in storia contemporanea specializzando in geopolitica e relazioni internazionali. Appassionato di musica, tecnologia e interessato ad un po tutto quello che accade nel mondo.