Morir per niente, però tra i fiori, di Waterloo – Storia Leggera

Sono passati quasi sei mesi da quando ho iniziato a cercare e selezionare canzoni da utilizzare come pretesto per parlare di storia e l’idea era quella di restringere il campo in modo da avere meno difficoltà al momento della scelta di una specifica canzone di cui parlare. In questi mesi però di canzoni ne ho ascoltate e selezionate così tante da essere tornato quasi al punto di partenza, le canzoni che ho scelto sono diventate così numerose da rendermi difficile sceglierne soltanto una alla volta, anche perché sono canzoni a cui in qualche modo voglio bene, mi ci sono affezionato perché le ho ascoltate e riascoltate centinaia di volte, soprattutto in questi mesi, e allora, riflettendo sulla mia indecisione e la difficoltà nello scegliere una canzone per questa settimana, alla fine sono riuscito a trovarne una.

La canzone che ho scelto è una canzone “rara”, nel senso che non è stata mai pubblicata dall’autore in un vero e proprio disco, ma figura soltanto in una raccolta di canzoni inedite e cantate al Club Tenco che è stata pubblicata nel 1999 con il titolo “Roba di Amilcare” in onore ad Amilcare Rambaldi, storico fondatore del club della canzone d’autore italiana, in onore e memoria di Luigi Tenco.
La canzone che ho scelto si intitola Waterloo, è stata scritta ed interpretata Roberto Vecchioni che, a modo suo e con il suo stile unico è riuscito ad intrecciare la realtà musicale, il sogno di Amilcare e la storia di una delle più grandi e importanti battaglie del secolo XIX.

Il brano si dipana nel lontano 1815, all’indomani della storica battaglia che avrebbe segnato la definitiva disfatta di Napoleone, raccontando lo sguardo affranto di un soldato che in qualche modo è sopravvissuto alla battaglia ed ha assistito alla fine di un sogno, perché in fondo Waterloo non è altro che questo, l’ultimo grido di un piccolo gigante che inseguiva il proprio sogno.

La battaglia di Waterloo in un certo senso rappresenta l’atto conclusivo del grande spettacolo bonapartista che nel piccolo teatro europeo aveva chiamato in scena nuovi attori e aveva messo all’angolo i vecchi burattini e burattinai. Waterloo rappresenta il punto di contatto con la realtà di migliaia per4 sognatori che, come quelli venuti prima di loro, avevano scelto di seguire Napoleone in un’ultima marcia, questi soldati erano stati allettati dai racconti fantastici dei veterani, erano stati tentati dalla promessa di gloria, fama e libertà, marciavano al seguito di napoleone in nome di un ideale di libertà e uguaglianza e assetati di avventure straordinarie, sognavano di diventare eroi e di camminare un giorno, con indosso l’uniforme imperiale, fieri tra le strade di una Parigi in festa che celebrava il loro trionfo.

Napoleone non era solo un uomo, Napoleone era un sogno, l’incarnazione stessa del sogno rivoluzionario, Napoleone era una promessa, una visione, ma nei lunghi anni del suo impero, in suo nome era stato versato tanto sangue, forse troppo sangue e quel sogno che un tempo aveva rinvigorito le cariche della cavalleria napoleonica, permettendogli di scagliarsi impavida contro i colpi di cannone, di mortaio e di moschetto del nemico, quella furia cieca che era stata alimentata dal senso rivalsa nei confronti dell’aristocrazia europea, col tempo si era affievolita perché il nemico era mutato e con esso anche le masse popolari che un tempo rinfoltivano le fila dell’esercito napoleonico. La coalizione antifrancese o forse è meglio dire anti-napoleonica aveva imparato dalle proprie sconfitte, dai propri insuccessi e dai propri errori e ne aveva fatto tesoro, Inglesi, Prussiani e Tedeschi avevano capito che il solo, vero punto di forza di Napoleone e delle sue armate affondava le proprie radici negli ideali rivoluzionari, era la forza delle masse popolari che combattevano e morivano per la propria rivalsa e che vivendo in nome di un sogno di pace e libertà universale. E pure, quel sogno che un tempo riempiva i cuori dell’intera popolazione europea, all’alba della caduta di Napoleone appariva nitido soltanto a tratti, soltanto nel fuoco dei falò che si accendevano dopo le battaglie, quando il vino scorreva a fiumi, quando il battere incessante di tamburi e tamburelli sostituivano le raffiche di artiglieria e la musica a festa quasi copriva il ricordo dei caduti, quando l’aria già pesante per i respiri affannosi dei soldati e satura dell’aspro aroma odore della cordite, si diradava, quando all’alba i i raggi primi raggi di sole illuminavano i corpi gelidi dei caduti ed i soldati riuscivano per un istante a rivedere la miseria della vita quotidiana del mondo contadino, un mondo dal quale proveniva la maggior parte dei soldati che combattevano tra le fila di napoleone, quando la festa era ormai lontana, ciò che restava della era soltanto un forte mal di testa, puzza di piscio e l’amaro in bocca per la perdita di cari amici, fratelli e commilitoni.

C’era stato un tempo in cui l’arrivo dei bonapartisti era percepito dalle popolazioni europee come un momento di festa, un momento di gioia, c’era stato un tempo in cui il loro arrivo era percepito come il preludio all’inizio della rivoluzione che avrebbe ribaltato gli equilibri europei, il preludio alla fine dell’oppressione delle masse popolari da parte dell’aristocrazia e le uniformi imperiali erano più che delle semplici uniformi, erano un simbolo di libertà, di grandezza, di opportunità, i bonapartisti erano delle vere e proprie rockstar, vivevano una vita da sogno, densa di avventure vissute in giro per il mondo, in giro per l’europa e quelle uniformi, le loro uniformi profumavano di libertà, di sogni, ambizioni e speranza, ma quei tempi erano ormai lontani e in alcune realtà erano stati persino già dimenticati.
Già prima della battaglia di Lipsia del 1813 l’arrivo dei bonapartisti aveva smesso di essere percepito con gioia, orgoglio e speranza ed era diventato sinonimo di guai, la presenza nei villaggi e nelle città di soldati bonapartisti significava soldati da sfamare, dissetare e soddisfare, significava nascondere i maiali e le riserve di grano, di alcolici e le donne, soprattutto quelle più giovani e carine, significava tenere lontano dagli occhi dell’esercito il proprio futuro perché di quei maiali, di quel grano e di quel vino le forze imperiali aveva bisogno, ne avevano bisogno per il proprio sostentamento, per difendere la libertà di tutti, o almeno così dicevano, ne avevano bisogno per difendere i privilegi che la borghesia europea era riuscita a conquistare, riempendo il vuoto di potere lasciato dalla caduta delle vecchie teste coronate, ed era una libertà il cui prezzo era pagato non da quella stessa borghesia che dalle campagne napoleoniche aveva tutto da guadagnare e da perdere, ma dai piccoli contadini, mercanti ed allevatori, che non possedevano ricchezze ed i cui figli si erano arruolati per seguire quel sogno di libertà ed avventura, i cui raccolti erano stati requisiti per sfamare le forze imperiali e le cui figlie avevano giaciuto con quei soldati, figli di chissà chi, venuti da chissà dove, per difendere un ideale a cui non le masse popolari, già da tempo, non sentiva più di appartenere.

A Waterloo le uniformi dei soldati non profumavano più di libertà e di avventura, non erano la rappresentazione di sogni, ambizioni e speranze, quei temi erano già lontani, a Waterloo quelle uniformi puzzavano di sudore, piscio e sterco di cavallo.

Waterloo ci racconta tutto questo in poche strofe e lo fa attraverso gli occhi di un soldato sopravvissuto alla battaglia finale del grande imperatore, una battaglia alla quale il soldato era sopravvissuto perché fuggito, ed era fuggito non per codardia, per vigliaccheria o paura della morte, perché la morte l’aveva vista da vicino in mille occasioni e lì a Waterloo la morte l’aveva guardata negli occhi, l’aveva già vista cavalcare sull’Europa e falciare soldati così come suo padre falciava l’erba vecchia prima di una nuova miserevole semina di cui forse non avrebbe visto il raccolto.

Di fronte a quell’immagine proveniente dal mondo contadino, il soldato, figlio probabilmente di allevatori o contadini, si era interrogato sul senso di quel massacro, sul senso di quella guerra, di quelle innumerevoli battaglie e si era interrogato sul perché lui stesse lì a combattere e morire, si era chiesto se quelle idee in cui credeva fossero realmente le sue o se le aveva accettate, ascoltate da chissà chi, chissà quando e dove e mentre tutte queste domande attraversavano la sua mente sotto una pioggia di frecce e palle di cannone si era reso conto che quella rivoluzione che tanto aspettava e in cui credeva di credere, non era realmente la sua, che gli ideali per cui si batteva con tanto ardore non erano i suoi, che quella guerra non era la sua guerra e con la lungimiranza di chi conosce già il susseguirsi degli eventi futuri, si era reso conto che lui era un contadino e indipendentemente dall’esito della battaglia, per lui non sarebbe cambiato nulla, non sarebbe diventato un generale, non avrebbe marciato per le strade di Parigi come un eroe, o forse si, magari sarebbe stato celebrato come un eroe, uno dei tanti che aveva combattuto con onore per il grande imperatore ma poi, a guerra finita, sarebbe dovuto tornare ad una terra che forse non possedeva, per completare una semina che qualcuno forse aveva incominciato e allora il soldato, stringendo la propria vita forte al petto, decidere di combattere per se, decide di combattere la propria battaglia e non quella di qualcun’altro.
Il soldato scappa, comincia a correre il più forte possibile, il più lontano possibile e continua a correre finché ha fiato in gola e forza nelle gambe, corre come nemmeno Forrest Gump ha mai corso in vita sua, corre per l’unica cosa che gli appartiene veramente, corre per se, per la propria vita e per il proprio futuro, e nel correre ci mostra forse un anticipazione del fallimento dei moti rivoluzionari del 20/21, quei moti troppo borghesi per coinvolgere realmente le masse popolari, troppo elitari per i contadini che da quella rivoluzione non avrebbero ottenuto nulla se non, come a Waterloo, un vano sacrificio ed una morte onorevole. E allora il soldato preferisce vivere piuttosto che morire per niente tra i fiori di Waterloo.

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Autore dell'articolo: Antonio Coppola

Antonio Coppola
Articolista Freelance, laureato in storia contemporanea specializzando in geopolitica e relazioni internazionali. Appassionato di musica, tecnologia e interessato ad un po tutto quello che accade nel mondo.