Perché non festeggiamo il 20 settembre?

Il 20 settembre è una giornata importantissima per la storia italiana, è il giorno in cui, nel 1870 ebbe compimento il processo unitario con la presa di Roma, all’epoca ancora autonoma e indipendente, nonché capitale dello stato pontificio nato in seguito al congresso di Vienna del 1814.

Il 20 settembre, con la breccia di Porta Pia ebbe inizio l’ultima delle battaglie delle guerre di indipendenza italiane avvenute nel XIX secolo e prima della partecipazione alla grande guerra nel 1915, e pure, per qualche ragione, una data così importante, così centrale nella nostra storia, nella storia del regno d’italia, nella storia dell’italia unitaria, non è celebrata come festa nazionale ed è ricordata solo indirettamente attraverso il nome di alcune strade presenti in quasi tutte le grandi città italiane.

Ma perché il 20 settembre, il giorno in cui l’Italia raggiunse la sua forma definitiva, il giorno in cui terminò l’esperienza politica e temporale dello stato pontificio, non è una festività laica del nostro paese? Perché il 20 settembre non è un giorno di festa nazionale?

La risposta a questi interrogativi è più semplice di quello che si possa immaginare, non vi è alcuna dietrologia, non vi è alcuna cospirazione massonica e di sicuro non vi è nascosta dietro la volontà di cancellare una fetta della nostra storia. Semplicemente, agli albori della repubblica, una repubblica che ricordiamo era nata dal famoso referendum del 2 giugno 1946 che mise fine al Regno d’Italia, una repubblica nata all’indomani di una dolorosissima guerra civile che aveva visto italiani combattere, uccidere e morire, contro e per mano di altri italiani, una guerra civile che aveva accompagnato gli ultimi anni del regno d’Italia e che da molti era percepita come una conseguenza diretta del fallimento politico e culturale del regno d’Italia, e in questo clima, non c’era spazio per celebrazioni canoniche troppo legate all’esperienza del regno d’Italia.

La nuova Italia che nasceva nel dopoguerra aveva deciso di cambiare volto e lasciarsi il passato alle spalle, un passato in cui alcuni capitoli erano stati particolarmente cupi e dei quali gli italiani non andavano particolarmente fieri, in particolare l’ultimo ventennio era un qualcosa che gli italiani avevano fretta di lasciarsi alle spalle e di dimenticare pur non dimenticando ciò che era stato, e allora, in questo clima di profondo cambiamento e di rinnovamento delle tradizioni l’italia, spinta soprattutto da alcune correnti politiche più vicine alle classi operaie, come il PCI, puntarono alla costruzione di una nuova tradizione popolare volta a rinnovare quel sentimento di unità nazionale che la guerra civile aveva cancellato.
Si punta quindi la lente sulle date fondamentali della nuova italia repubblicana, si celebrano gli eroi e le battaglie decisive di quella guerra “di liberazione”, si celebra la riunificazione dell’italia e la sua liberazione dall’occupazione nazi-fascista, si cerca insomma di mettere da parte il risentimento legato alla guerra, si cercava di rimettere in piedi l’italia e di farla ripartire senza che gli italiani odiassero altri italiani per quello che era stato e in questa voglia di pace, espressa da tutte le forze politiche del paese (sia dalla Democrazia Cristiana che dal Partito Comunista), si venne a creare quello che alcuni storici italiani, molti anni dopo, avrebbero definito come un enorme equivoco storico.
La volontà politica di lasciarsi alle spalle la seconda guerra mondiale, il fascismo e i loro orrori, ebbe un effetto alienante sulla popolazione italiana, portando in alcuni casi a depenalizzare e dimenticare, troppo rapidamente quanto era accaduto, si finì quindi per indicare come unici responsabili delle sofferenze dell’italia e degli italiani gli occupanti tedeschi e che gli italiani, anche quelli che avevano continuato a seguire Mussolini nella “repubblica di Salò“, erano stati vittime innocenti del nazismo, dimenticando forse troppo presto  che moltissimi italiani si arruolarono volontari tra le fila della RSI.

Tornando al discorso sul 20 settembre e sul perché questa giornata, con la fine del regno d’Italia, smise di essere celebrata, va detto che non è l’unica festività laica appartenente al regno d’italia che fu cancellata in favore di nuove festività laiche legate alla nascita della repubblica.

Il 20 settembre, all’indomani del 2 giugno 1946, lasciò il passo al 25 aprile, il giorno della “presa di roma” che sanciva la fine delle guerre di indipendenza e la definitiva unificazione italiana, lasciava il passo al giorno simbolo della liberazione italiana dall’occupazione straniera e la riunificazione del paese sotto un unico simbolo, quello della nascente repubblica italiana.
Allo stesso modo, anche il 17 marzo, venne sostituito da nuove celebrazioni, il 17 marzo era una giornata importantissima nella storia del regno d’italia, celebrata ogni anno fin dal 1861 quando, proprio il 17 marzo, fu istituito il “parlamento italiano” la cui nascita sancì la nascita ufficiale del Regno d’Italia, ma dopo la fine del regno d’Italia, quando ormai l’Italia non era più un regno ma una repubblica, celebrare il giorno in cui Vittorio Emanuele II era stato incoronato come primo Re d’Italia, non aveva più alcun senso, anche perché in quella data si celebrava la nascita di una dinastia reale che dopo il 2 giugno 1946 non era più la benvenuta in italia, e allora il 17 marzo lasciò il passo al 2 giugno, giorno in cui nasceva ufficialmente la repubblica Italiana dalle ceneri del regno d’Italia bruciato e devastato dalla guerra.

Il motivo per cui giornate come il 20 settembre o il 17 marzo non sono più celebrate come festività nazionali è dunque molto semplice da capire, sono date importantissime per la storia italiana, ma sono date legate ad un passato che l’Italia si è lasciata alle spalle, sono date in cui si ricorda un passato che non esiste più e che se bene appartenga alla nostra storia, non appartiene alle nostre vite. L’Italia, come nazione, è in continua evoluzione, è in continuo mutamento e con essa muta il suo popolo, mutano le sue tradizioni ed ha la necessità fisiologica di un continuo rinnovamento delle proprie tradizione e della propria cultura.

Quando parlo di rinnovamento culturale, a scanso di equivoci, non dico che che bisogna dimenticare o cancellare il passato, assolutamente no, non sto dicendo questo, sto invece dicendo che, semplicemente, arriva un momento in cui il passato deve essere consegnato alla storia per permettere al presente di evolvere e la storia ci insegna che, vivere fuori dal tempo, rievocando un passato mitico, è sintomatico di una civiltà in decadenza prossima al collasso ponendo i popoli e le nazioni di fronte ad una scelta, evolvere o morire.

 

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