IL SAGACE VIGLIACCO BADOGLIO e la fuga di Brindisi

All’alba del 9 novembre del 1943, l’allora re d’Italia Vittorio Emanuele III e il capo provvisorio del governo, il generale Pietro Badoglio, lasciarono la capitale d’Italia per rifugiarsi a Brindisi.
Questo avvenimento è spesso indicato come fuga di Pescara, fuga di Ortona o fuga di Brindisi (e questo perché la strada da Roma a Brindisi passa per Pescara e Ortona).

Va però specificato che il re e Badoglio non fuggirono da soli e per iniziativa personale, con loro infatti si mosse l’intero stato maggiore del regio esercito e tutti i membri del governo e ci sono precise ragioni militari, storiche e politiche per cui si decise di lasciare Roma.
La criticità della fuga sta nella sua organizzazione, ma non nelle sue ragioni, e il mio intento è quello di spiegare perché era necessario evacuare la leadership del paese dalla capitale e trasferire il governo e lo stato maggiore in una sede provvisoria più sicura di quanto non fosse Roma nell’estate del ’43.
Va detto inoltre che molti attribuiscono alla frettolosa e disorganizzata fuga, l’assenza di precisi ordini e disposizioni, alle truppe e ai vari apparati statali, per la corretta esecuzione dell’armistizio annunciato soltanto il giorno prima tramite un comunicato radiofonico che però non aveva esposto con chiarezza cosa comportasse effettivamente l’armistizio. Di conseguenza molti ritennero la guerra finita e l’effetto diretto di questo enorme fraintendimento avrebbe caratterizzato in maniera estremamente significativa gli eventi bellici nelle successive 72 ore, ovvero tra l’annuncio dell’armistizio e l’istituzione di una sede provvisoria del governo a Brindisi e quindi l’invio di nuovi ordini e disposizioni.

A mio avviso, la responsabilità di questa situazione di caos in cui fondamentalmente non si sapeva esattamente chi fossero gli alleati e chi i nemici, poiché dopo anni di guerra i vecchi alleati erano diventati i nemici ed i vecchi nemici erano ora gli alleati, non è da attribuire totalmente a quella che fondamentalmente è una situazione di emergenza. La messa in sicurezza del re, del governo e dello stato maggiore è un’antica procedura militare ed è dettata da precise ragioni politiche e militari, e l’intera gerarchia militare, composta da numerosi gradi tra ufficiali e sotto-ufficiali, che collegano lo stato maggiore alle truppe di soldati ne è a conoscenza poiché è uno dei motivi fondamentali per cui esiste una così lunga catena di comando. Mi spiego meglio.

I vari gradi militari, dal soldato semplice al capo dello stato maggiore, esistono per ovviare all’assenza di ordini dall’alto, ogni soldato prende ordini dal suo diretto superiore e in assenza di ordini precisi è lui ad assumere il comando e la responsabilità delle decisioni che prenderà riguarderanno lui e tutti i suoi sottoposti. In questo caso specifico, una volta annunciato l’armistizio, e si presume che un ufficiale militare di carriera sappia esattamente cosa significa questa parola, se non si ricevono precisi ordini o disposizioni dallo stato maggiore, i vari ufficiali presenti sul campo dovrebbero prendere il comando, osservare la situazione e dopo un certo periodo di tempo, più o meno breve a seconda delle circostanze, ma che comunque non dovrebbe durare più di qualche ora, l’ufficiale o il sotto-ufficiale in comando ha il dovere di emanare degli ordini provvisori in attesa di precise disposizioni da ufficiali di grado superiore e questa cosa, nel settembre del 1943 non è stata fatta.
I vari ufficiali del regio esercito, in occasione dell’armistizio, si sono dimostrati inadatti al comando e incapaci di gestire una situazione di crisi e c’è una precisa ragione se non furono in grado di prendere una decisione che potesse sopperire all’assenza di ordini.
La maggior parte degli ufficiali non era qualificata, non era in grado di gestire effettivamente il comando e nella maggior parte dei casi erano stati addestrati e istruiti a non fare nulla in assenza di ordini diretti.

Può sembrare questa una scappatoia politica, il classico scaricabarile con cui si attribuisce parte o la totalità delle responsabilità a “chi ricopriva quell’incarico in precedenza”, e in effetti, parte della responsabilità di ciò che accadde nelle 72 ore dopo l’armistizio fu proprio del precedente governo.
La politica fascista e la sua gestione autoritaria delle risorse e dell’esercito aveva creato una gerarchia fantasma in cui l’assenza di un ordine diretto dallo stato maggiore e quindi dalla leadership fascista, si traduceva in una situazione di stallo, di immobilità, i soldati italiani, a causa dell’autoritarismo fascista non sapevano essere soldati e senza ordini precisi non sapevano letteralmente cosa fare, non erano in grado di prendere una decisione e agire di propria iniziativa.
La situazione che si era creata in Italia dopo l’armistizio non era in realtà una novità per il regio esercito, già in altre occasioni, durante la stessa seconda guerra mondiale, si erano create situazioni analoghe con soldati impegnati in operazioni di occupazione che una volta compiuta effettivamente l’occupazione, non ricevendo ulteriori ordini, invece di continuare l’occupazione come logico che sia, abbandonarono le operazioni di controllo e rimasero lì a non far nulla, o quasi. La campagna italiana nei Balcani, che come sappiamo fu un totale disastro, è piena di esempi di questo tipo, con intere regioni conquistate e poi abbandonate a loro stesse, permettendo così la riorganizzazione delle resistenze locali e delle forze partigiane che si sarebbero scontrate successivamente con i soldati italiani, i quali non erano in grado di respingerli perché sprovvisti di mezzi, armi e soprattutto di ordini. Di fatto non sapevano effettivamente se e fino a che punto combattere le milizie e questo in moltissime occasioni si tradusse in un coinvolgimento diretto degli alleati tedeschi nella gestione del territorio, cosa che avrebbe contribuito a dipingere un immagine dell’esercito italiano come di un esercito di inetti e di incompetenti, ed è vero, è assolutamente vero perché l’esercito italiano non era pronto, non era addestrato e non era in grado di autoregolarsi in assenza di ordini diretti.

Dopo l’armistizio l’assenza di ordini fu dovuta ad una frettolosa ritirata strategica che sotto molteplici aspetti fu necessaria, in primo luogo perché Roma era diventata negli ultimi anni e in particolare negli ultimi mesi, un ricettacolo di soldati nazisti e militanti fedeli al fascismo, vi erano quindi troppe forze ostili nei paraggi e questo rendeva la città poco sicura per essere la sede del governo.
Sul piano politico restare a Roma avrebbe avuto certamente un grande valore simbolico, ma i rischi per la sicurezza del re, dei membri del governo e dello stato maggiore, erano troppi.

Col senno di poi sappiamo che soltanto 72 ore senza ordini misero in crisi il regio esercito, provate solo ad immaginare cosa sarebbe successo se lo stato maggiore fosse stato fatto prigioniero dai nazisti, se l’esercito italiano si fosse trovato definitivamente senza i propri comandanti. Spesso si dice che basta mozzare la testa perché il corpo muoia, e questo esempio è perfetto per descrivere cosa sarebbe successo all’Italia se la sua testa coronata fosse stata tagliata.

Pensate cosa sarebbe successo se il re e i membri del governo fossero stati catturati e fatti prigionieri. Sarebbero stati certamente prigionieri politici di un peso enorme e questo peso avrebbe costituito, per i nazisti, un vantaggio enorme nei negoziati, nelle trattative e nella gestione dell’intero conflitto sul territorio italico, ed è per le medesime ragioni che da parte nazista fu dato l’ordine di liberare Mussolini per poi condurlo al sicuro in territori occupati dalle forze tedesche.

Il re, Badoglio e Mussolini ricoprivano ed avevano ricoperto un ruolo centrale nello stato italiano e di conseguenza erano tre potenziali prigionieri politici la cui presenza da un lato o dall’altro “del fronte” avrebbe assunto un valore politico e strategico enorme, probabilmente tale da cambiare non tanto le sorti della guerra ma il ruolo e la posizione dell’italia nel conflitto e nella fase finale del conflitto, nei successivi trattati di pace e negli anni postbellici della ricostruzione. Non dimentichiamo che l’Italia, ha avuto un destino politico molto diverso da quello della Germania dopo la fine della guerra.

Così come per le forze dell’asse Mussolini non poteva essere lasciato nelle mani degli alleati, per gli alleati non era accettabile la possibilità che Vittorio Emanuele e Badoglio cadessero nelle mani dell’asse.

Sempre sul piano politico non va dimenticato che la vita e la sicurezza di un rappresentante dello stato sono di vitale importanza, in particolar modo se si parla dei massimi vertici dello stato e non è un caso se ancora oggi, in tutto il mondo, esistono numerose procedura di emergenza per la messa in sicurezza di capi di stato, dignitari politici e capi militari e in alcuni casi leader di partiti politici.

Restando in Italia e facendo un balzo in avanti di molti anni dal 1943 al 1978, chiamo in causa il rapimento di Aldo Moro, come sappiamo fu un evento drammatico e oscuro della più recente storia italiana, nonostante Moro fosse in quel momento “soltanto” un segretario di partito e non un capo di stato. Immaginiamo le conseguenze politiche per l’Italia se fosse stato rapito il presidente del consiglio dei ministri o il presidente della repubblica.
Sarebbe dilagato il panico, perché ne sarebbe derivata un immagine terrificante, se lo stato non è in grado di proteggere neanche i suoi massimi rappresentanti allora non può proteggere nessuno, allora ogni cittadino è in pericolo e in quel caso crollerebbe l’ordine. Verrebbe a mancare l’illusione di sicurezza che permette alle società di non implodere e ci si troverebbe nel caos più assoluto.

Ora, nel 1943 il caos già c’era, eravamo ancora nel pieno della seconda guerra mondiale e le cose per l’italia si sarebbero fatte ancora più dure per via della guerra civile, mi rendo conto che è quindi molto difficile immaginare uno scenario peggiore, e pure, è quello che sarebbe successo se Badoglio e il re fossero caduti nelle mani dei nazisti.

Difficilmente in epoca moderna dei capi di stato di nazioni di primo piano sul teatro planetario sono stati rapiti o assassinati e quando è successo ci sono state enormi implicazioni e conseguenze, basti pensare in questo senso all’assassinio di J.F.Kennedy, di cui ancora oggi si parla tantissimo nonostante siano passati più di 50 anni, o ancora, l’assassinio di Francesco Ferdinando d’Asburgo che nel 1914 diede inizio ad una guerra mondiale, pensiamo alle innumerevoli guerre civili che da decenni insanguinano l’Africa, un continente dove i capi politici cadono letteralmente come mosche. Pensiamo a tutto questo per renderci conto di quanto possa essere tossico per la sicurezza di una nazione e di un popolo, mettere in pericolo personalità al vertice della gerarchia statale.

Questa non è una novità del nostro tempo e nel 1943, già consapevoli di questi rischi e con un po di sano istinto di conservazione, il re, i membri del governo e dello stato maggiore lasciarono Roma, lasciarono una città pericolosamente circondata da forze ostili per ritirarsi al sicuro in territorio occupato dagli alleati, e così come loro milioni di italiani fecero lo stesso fuggendo da una parte all’altra della Linea Gustav e della Linea Gotica, e in questo modo poterono continuare a guidare la nazione nel tentativo di traghettare il paese fuori dalla seconda guerra mondiale.

Molto probabilmente la cattura del re d’Italia da parte delle forze dell’asse non avrebbe cambiato radicalmente le sorti della guerra, e alla fine, quasi certamente gli alleati avrebbero comunque trionfato sul Reich, tuttavia, è molto probabile che l’Italia ne sarebbe uscita diversamente, magari il re avrebbe salvato la faccia, una faccia che era difficilmente salvabile dopo un ventennio di dittatura fascista, ma Vittorio Emanuele non era di certo un eroe, era un re ignavo come l’ho definito in un altro articolo e preferì salvarsi la vita piuttosto che la faccia e questa scelta è forse la cosa migliore che abbia fatto per l’italia e per gli italiani negli ultimi vent’anni del suo regno.
Scegliere il sacrificio, scegliere l’onore, scegliere di mantenere la capitale a Roma avrebbe avuto un valore simbolico sicuramente importante, ma avrebbe anche richiesto il pagamento di un costo enorme espresso in vite umane, fuggendo a Brindisi il re e il governo sono apparsi come dei codardi, e quella stessa codardia che è costata tantissimo all’Italia, in realtà ha permesso al paese e al suo popolo di risparmiare tantissime vite. Nonostante i massacri e gli eccidi perpetuati del nazismo durante la guerra civile italiana siano tantissimi e siano costati la vita a milioni di italiani innocenti e come dicevo, è difficile immaginare uno scenario peggiore, la cattura del re e di Badoglio di fatto avrebbe costituito uno scenario peggiore e le vittime, potete starne certi, sarebbero state molte di più.

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Autore dell'articolo: Antonio Coppola

Antonio Coppola
Articolista Freelance, laureato in storia contemporanea specializzando in geopolitica e relazioni internazionali. Appassionato di musica, tecnologia e interessato ad un po tutto quello che accade nel mondo.