Per il Vicepresidente USA, J.D.Vance, se domani ci fosse un Watergate, la notizia farebbe il suo corso in 12 ore, senza però alcun effetto politico, e forse ha ragione, del resto il presidente Trump è stato colpito da profondi scandali, la sua impopolarità è ai massimi storici, e pure, la sua presidenza tiene… più o meno. Il congresso non ha abbastanza voti per attuare l’impeachment, e il gabinetto del presidente è attaccato al presidente con una presa più salda di quella di una zecca affamata.

Vance su Nixon
Partiamo dal contesto in cui Vance ha detto queste parole, era il 25 giugno 2026, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance si trovava alla Richard Nixon Presidential Library di Yorba Linda, in California, per promuovere il suo nuovo libro “Communion”. Dove il vicepresidente degli USA, nel bel mezzo dei negoziati con l’Iran, abbia trovato il tempo di scrivere un libro è un mistero, e di andare in giro a presentarlo rimane un mistero, mi tornano alla mente le parole di Dick Cheney, vicepresidente di Bush dopo l’11 settembre, che racconta mesi di lavori intensi e la totale assenza di tempo privato, ma Vance non è chiaramente Cheney.
Tornando alla presentazione del libro, durante l’incontro il numero 2 del governo degli USA ha detto che “Se Watergate accadesse domani, sarebbe come una notizia da 12 ore. L’idea che avrebbe fatto cadere una presidenza è pazzesca.” aggiungendo poi che “Se guardate la storia di come il deep state ha fatto cadere Richard Nixon, non è molto diversa da ciò che gli stessi gruppi di persone, le stesse istituzioni hanno cercato di fare a Donald Trump.“
Quali siano questi gruppi di persone non è chiaro visto che tutti i funzionari di alto livello rimossi da Trump in questo mandato, erano stati nominati da Trump nel precedente mandato, e mantenuti da Biden. Ma non devo divagare.
Durante l’intervento Vance si paragona a Nixon dicendo che “Giovane senatore, vicepresidente, scrive libri bestseller, è odiato dai media. Assomiglia un po’ a JD Vance. Mi è sempre piaciuto Richard Nixon.“
Le parole di Vance sono state riprese dalle varie agenzie di stampa presenti, e fortunatamente alla Nixon Library non vige il divieto di Trump per alcune agenzie di stampa, abbiamo così potuto avere una trascrizione completa dell’intero intervento, non tagliato o censurato ad hoc. Potete recuperare l’intervento di Vance da AP, Washington Post, New York Times, Guardian, NBC, ABC, USA Today. Scegliete voi.
Lo scandalo Watergate è forse lo scandalo politico più famoso e importante di sempre, tutti sanno cos’è Watergate, le sue implicazioni, ma … pochi sanno cosa accadde.
Cerchiamo allora di ricostruire i fatti di quella notte, e poi trarre le nostre conclusioni.
La notte del Watergate
17 giugno 1972. Frank Wills, guardiano notturno del Watergate Office Complex di Washington D.C., durante il suo lavoro nota qualcosa di strano: una porta sul retro è tenuta aperta con del nastro adesivo. La sistema. Poco dopo, trova un’altra porta bloccata allo stesso modo. A questo punto non ha dubbi sul dafarsi, chiama la polizia. Il nastro con la sua registrazione è ancora oggi conservato al National Archives.
La polizia arriva sul posto dopo qualche minuto e trova cinque uomini armati di cimici, rullini fotografici, e migliaia di dollari in contanti. Sono dentro il quartier generale del Comitato Nazionale Democratico. Il giorno dopo, il Washington Post titola “5 Held in Plot to Bug Democrats’ Offices Here” — l’articolo è firmato Alfred E. Lewis, Bob Woodward e Carl Bernstein.
Dei cinque, tra sono esuli cubani anti-Castro (Eugenio Martínez, Frank Sturgis, Virgilio González), oltre loro abbiamo Bernard Barker, ex agente CIA che aveva partecipato al fallito sbarco nella Baia dei Porci e James McCord, capo della sicurezza del Committee to Re-Elect the President — il comitato per la rielezione di Nixon, noto come CREEP.
Fin da subito è evidente a chiunque che non fosse una semplice rapina, ma il 18 giugno il portavoce della casa bianca Ron Ziegler, liquida la vicenda etichettando come “Un tentativo di furto di terz’ordine.” mentre il presidente Nixon, in quel momento in vacanza in Florida, ordina alla sua squadra di insabbiare tutto.
Per Vance, l’insabbiamento oggi avrebbe successo, la gravità della vicenda verrebbe sminuita quasi immediatamente e non si arriverebbe alle dimissioni del presidente.
Lo scandalo
Uno scandalo come il watergate non nasce in una notte. Il solo tentativo di furto non è sufficiente a far saltare un presidente, ma è l’intero contesto in cui quel tentativo di furto avviene che gli dà potere.
Facciamo allora un altro passo indietro e cerchiamo di ricostruire il contesto.
Richard Nixon viene eletto nel 1968 e uno dei motivi della sua elezione è la promessa, fatta in campagna elettorale, di porre fine alla guerra del Vietnam. Ma dopo la sua elezione la guerra non solo non finisce, ma anzi, si allarga, per ordine diretto di Nixon. Nel maggio del 1969 ordina di bombardare e invadere la Cambogia, un paese neutrale, e da quest’ordine all’insaputa del congresso. Il paese, congresso incluso, viene a sapere degli attacchi dal New York Times.
Qui il primo seme dello scandalo, il primo tassello che avrebbe portato alla notte del 17 giugno 1972. Nixon, su tutte le furie per la fuga di notizie, ordina intercettazioni telefoniche di giornalisti e potenziali informatori della stampa.
Per due anni il governo USA spia cittadini americani, giornalisti e propri funzionari, sospettati di aver informato la stampa di un’operazione illegale del presidente.
Si arriva così al 13 giugno 1971, il New York Times inizia a pubblicare i Pentagon Papers più di 7.000 pagine di documenti segreti del Pentagono trafugati, che rivelano come i vari governi USA, sia democratici che repubblicani, abbiano mentito al popolo americano sull’entità del coinvolgimento in Vietnam.
Si scoprirà in seguito che questi documenti arrivati al NYT, stati trafugati da Daniel Ellsberg, all’epoca analista della RAND Corporation.
In un primo momento Nixon non sembra preoccupato, i Pentagon Papers riguardano le amministrazioni precedenti, tuttavia, il suo consigliere per la sicurezza Henry Kissinger lo persuade ad interessarsene, facendogli realizzare che lui non è arrivato dal nulla, parte del suo entourage è coinvolto in quelle vicende così come chi ha finanziato la sua campagna elettorale. Insomma, è vero che i file riguardano direttamente i precedenti governi, ma indirettamente riguardano anche lui.
Spinto alla reazione, Nixon e la casa Bianca ottengono un’ingiunzione contro il NY Times, a questo punto però la palla passa al Washington Post che inizia a sua volta a pubblicare i documenti. Nel frattempo il NYT fa ricorso alla corte suprema, che dà ragione al quotidiano. Non si tratta di documenti classificati, ma atti pubblici nascosti, potremmo dire dal Deep State, che la stampa ha portato alla luce.
Nixon è furioso e pronuncia una fra che sarebbe entrata nella storia. Rivolgendosi al collaboratore Chuck Colson dice”Dobbiamo combattere. Non mi importa come viene fatto, fate tutto il necessario per fermare queste fughe di notizie.”
Gli Idraulici di Nixon (The Plumbers)
Per Nixon il fine giustifica i mezzi e il fine in questo caso è la sua sopravvivenza politica. Fa istituire la Special Investigations Unit, soprannominata dalla stampa “Plumbers”, gli idraulici di Nixon che avevano il compito di chiudere le perdite.
A capo della SIU vengono nominati E. Howard Hunt e G. Gordon Liddy. Hunt è un ex agente CIA, reduce dal colpo di stato in Guatemala (1954) e dalla Baia dei Porci (1961), Liddy invece è un ex agente FBI, descritto come uno squilibrato geniale. Due personaggi degni di un romanzo di spionaggio.
Qui le acque si fanno torbide, la SIU opera fuori dai canali ufficiali, abbiamo poche tracce documentate del loro lavoro, sappiamo però che una delle prime operazioni fu quella di scassinare lo studio dello psichiatra di Daniel Ellsberg, l’analista della RAND Corporation che aveva trafugato i fascicoli del pentagono. Il loro obiettivo è trovare materiale compromettente da usare contro Ellsberg per screditarlo e compromettere la credibilità dei documenti. L’operazione fallisce, non trovano nulla di utile per i loro fini, ma segna un precedente importante, il governo degli Stati Uniti, su ordine diretto del Presidente, compie furti con scasso contro cittadini americani.
Come la letteratura e il cinema ci insegnano, se le prove non ci sono, inventale, decidono così di alzare il tiro, screditare Ellsberg e altri dissidenti e contestatori, giornalisti, attivisti, politici, ecc, facendoli passare per drogati, e per essere certi che questa volta funzioni, decidono di rapire e forzare all’uso di LSD, diversi dissidenti politici, sabotare l’aria condizionata della convention democratica, usare una barca piena di prostitute per ricattare delegati democratici. Questo piano delirante viene battezzato Operation Nacht und Nebel — come la direttiva di Hitler. Questo piano non verrà attuato perché il procuratore generale John Mitchell lo boccerà definendolo «irrealistico».
Il nastro segreto
Nel febbraio del 1971, il presidente Nixon ordina al Secret Service di installare microfoni nascosti nello Studio Ovale, nel suo ufficio dell’Executive Office Building e a Camp David. I soli a sapere di questi microfoni sono il presidente e il Secret Service ed è tenuto segreto a chiunque altro, inclusa Rose Mary Woods, la segretaria personale di Nixon.
Oggi sappiamo che i microfoni registrarono, tra febbraio 1971 e luglio 1973, 3.432 ore di conversazioni. Quei nastri saranno la rovina di Nixon.
Facciamo un passo in avanti, gennaio 1972, G. Gordon Liddy viene trasferito al CREEP (Committee to Re-Elect the President), il comitato per la rielezione. Il vicedirettore Jeb Magruder lo presenta come «il nostro uomo per i dirty tricks».
Liddy, insieme ad Howard Hunt mette a punto l’Operation Gemstone. Si tratta di un piano articolato che prevede un furto con scasso e il bugging degli uffici del DNC al Watergate. Questo piano viene approvato — secondo la ricostruzione generalmente accettata — dall’ex procuratore generale John Mitchell, che nel frattempo è diventato direttore della campagna elettorale di Nixon.
Non è invece chiaro il movente del furto e ancora oggi si dibatte su tre possibili opzioni.
– La ricerca di informazioni su Larry O’Brien, presidente del DNC, che avrebbe potuto avere materiale compromettente su Nixon legato al miliardario Howard Hughes.
– Un’operazione di sexpionage.
-Una squadra di dilettanti che non sapeva cosa stava facendo.
L’insabbiamento
Dopo lo scandalo la Casa bianca si mobilita immediatamente, Nixon torna a Washington e il 23 giugno, in una conversazione segreta con il capo di stato maggiore H.R. Haldeman … La conversazione è segreta ma grazie ai nastri di Nixon sappiamo esattamente cosa venne detto. Non vi tedierò quindi con interpretazioni, vi lascio la trascrizione del nastro (23 giugno 1972, conversazione 741-002)
Haldeman: “The way to handle this now is for us to have Walters call Pat Gray and just say, ‘Stay the hell out of this… this is a business here we don’t want you to go any further on it.'”
Nixon: “Um huh.”
Poi più avanti:
Haldeman: “They say the only way to do that is from White House instructions. And it’s got to be to Helms and… what’s his name? Walters.”
Nixon: “All right. Fine.”
Haldeman: “And the proposal would be that Ehrlichman and I call them in…”
Nixon: “All right, fine.”
Haldeman: “…and say…”
Nixon: “You call them in. Good. Good deal! Play it tough. That’s the way they play it and that’s the way we’re going to play it.”
Dopo questa conversazione l’FBI rallenta e si vocifera che il CREEP abbia distribuito denaro ai ladri per il loro silenzio.
La rielezione
Nonostante lo scandalo, la sfiducia e l’opinione pubblica contraria, Nel 1972 Nixon viene rieletto alla Casa Bianca, durante il suo secondo e ultimo mandato, il presidente inizia uno scontro frontale con la stampa e i media.
Le elezioni del 72 sono tra le più strane della storia americana. Il presidente più contestato di sempre, è anche quello che ha vinto in maniera più assoluta, vincitore su 49 stati su 50. Solo Massachusetts e District of Columbia votano McGovern.
Nonostante la rielezione, l’8 gennaio 1973 iniziò il processo per il furto al Watergate. Il giudice John J. Sirica — che verrà poi chiamato “il giudice che salvò l’America” — è scettico, non crede alla versione ufficiale. Convinto che Liddy e McCord stiano mentendo, minaccia pene severissime (fino a 40 anni). Le pressioni funzionano e il 23 marzo 1973, Sirica legge in tribunale una lettera di James McCord in cui rivela che c’è una cospirazione più ampia, che testimoni hanno spergiurato, che ai ladri è stato pagato il silenzio.
Pochi giorni prima, il 21 marzo 1973, John Dean, consigliere legale della casa bianca, incontra Nixon nello Studio Ovale. Anche questa conversazione è registrata. La conversazione è registrata, dura 37 minuti.
In breve Dean dice: “Abbiamo un cancro — dentro — vicino alla presidenza — che cresce.” e spiega che servono fino a un milione di dollari in contanti per continuare l’insabbiamento.
Cambio di rotta.
Il 6 aprile John Dean inizia a collaborare con i pm. Il 27 aprile, l’FBI annuncia che il direttore ad interim L. Patrick Gray ha distrutto documenti forniti da Dean. Il 30 aprile, Nixon appare in TV per la prima volta: annuncia le dimissioni di Haldeman e Ehrlichman e il licenziamento di Dean.
Il 17 maggio, il Senato istituisce il Comitato Ervin (Senate Select Committee on Presidential Campaign Activities) e per evitare ulteriori insabbiamenti, le udienze vengono trasmesse in diretta nazionale.
Per giorni si susseguono domande inconcludenti e risposte fuorvianti, finché il senatore Howard Baker non chiede a John Dean: “Cosa sapeva il presidente, e quando lo ha saputo?”. Una domanda secca, diretta, inequivocabile.
Seguono 2 anni di ulteriori indagini e audizioni e nel mezzo il congresso produce la war power resolution, inizialmente respinta dal presidente Nixon che esercitò il proprio diritto di veto, ma poi approvata in override con oltre due terzi dei voti a favore di camera e senato.
Il cambio di passo vero e proprio arriva nel 1974. Nell’aria c’è odore di Impeachment, e il nuovo procuratore speciale Leon Jaworsa è deciso ad arrivare alla fine della vicenda. Chiede al presidente registrazioni e documenti, Nixon fornisce documenti fortemente censurati, Jaworsa a questo punto si rivolge alla corte suprema che, il 24 luglio 1974 decide all’unanimità che il Presidente deve consegnare i nastri integrali.
Tra il 27 e 30 luglio 1974 la Commissione Giudiziaria della Camera approva tre articoli di impeachment, Ostruzione della giustizia, Abuso di potere e Oltraggio al Congresso.
Circa una settimana più tardi, Nixon consegna il nastro del 23 giugno 1972. Quello in cui dice a Haldeman di usare la CIA per bloccare l’FBI.
La prova è inequivocabile. I repubblicani al Congresso ritirano il proprio appoggio al presidente, il senatore Barry Goldwater gli dice che al Senato, Nixon ha al massimo 10 voti.
Richard Nixon appare in televisione dallo Studio Ovale. Dice “I shall resign the Presidency effective at noon tomorrow.”
È il primo — e unico — presidente degli Stati Uniti a dimettersi.
Sei settimane dopo, il nuovo presidente Gerald Ford — che Nixon stesso aveva nominato vicepresidente dopo le dimissioni di Spiro Agnew — concede a Nixon una grazia piena e incondizionata per qualsiasi crimine commesso da presidente.
Ford inizialmente molto popolare e apprezzato, pagherà duramente questa grazia, nella corsa alla casa bianca del 1976 contro Jimmy Carter.
Alla fine di questa vicenda, 69 persone furono incriminate e 48 furono condannati.
Nixon vittima del Deep State?
Torniamo a JD Vance e le sue dichiarazioni su Trump e Nixon. Se guardiamo alla storia reale dietro lo scandalo Watergate, quello che viene fuori non so se possiamo vederlo come una crociata del deep state contro il presidente, anzi, forse è vero il contrario.
In quella vicenda vi è una profonda presenza del “deep state” ma non è contro Nixon, al contrario, il deep state lavora per lui, insabbia, commette crimini, corrompe funzionari, agisce al di fuori della legalità per preservare gli interessi di Nixon e i suoi finanziatori.
E qualcosa di analogo lo abbiamo visto e lo stiamo vedendo anche con Trump, che continua ad attaccare un presunto Deep State che rema contro di lui, nonostante lui stesso abbia nominato la maggior parte degli alti funzionari di stato.
Dall’inizio del suo secondo mandato Trump ha licenziato oltre 24 generali di stato maggiore, e altrettanti altri funzionari e dirigenti di FBI, Intelligence, Secret Service, CIA, DOJ, e così via, segnando la più ampia e vasta riorganizzazione dello stato di cui si abbia memoria.
Negli ultimi 25 anni, il presidente USA ad aver rimosso più generali è stato Obama, ne ha rimossi 4 in due mandati. Trump 24 in meno di mezzo mandato. Se guardiamo a tutta la storia USA ed escludiamo gli anni della guerra civile, forse Truman, con 7 generali licenziati durante la seconda guerra mondiale, è quello che più si avvicina, ma neanche troppo a Trump.
La verità è che Watergate non fu un colpo di stato del “deep state”, anzi, forse sventò un colpo di stato. I documenti mostrano un’indagine paziente, lenta, coraggiosa condotta da giornalisti ed editori che cedettero a pressioni politiche e minacce; un Senato che fece udienze pubbliche trasmesse in TV; un sistema giudiziario che arrivò fino alla Corte Suprema per far valere la legge; e un Congresso che antepose la Costituzione alla fede partitica.
L’arma vincente contro Nixon fu il suo sistema di registrazione, installato su suo ordine, per pura paranoia e possiamo dire, senza ulteriori indugi, che fu proprio la sua paranoia a determinare la sua fine.
Se Nixon non avesse spiato, minacciato, corrotto, insabbiato, probabilmente lo scandalo Watergate sarebbe durato, come dice Vance, appena 12 ore. Ma le cose sono andate diversamente, e in un certo senso è vero che Nixon fu vittima del Deep State, ma non perché questo fosse contro di lui.
Fonti:
Records of the Watergate Special Prosecution Force [WSPF]
https://www.fbi.gov/history/cases-and-criminals/watergate
https://vault.fbi.gov/watergate/
https://vault.fbi.gov/mark-felt/
Watergate Trial Tapes
Nixon Tapes — digitalizzati
The Watergate Story (archivio completo
50th Anniversary (Washington Post)