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Discorso integrale di Mario Draghi al senato

Italian Prime Minister Mario Draghi leaves his home to head to the Senate for communications for his new government, Rome, Italy, 17 February 2021. ANSA/ANGELO CARCONI

Durante il primo discorso di Mario Draghi al senato, nel giorno in cui chiedeva la fiducia per il proprio governo, il presidente del consiglio ha ricordato all’Italia, cosa significa la parola democrazia in una repubblica parlamentare.

Vi lascio di seguito la versione integrale del primo discorso del presidente del Consiglio Mario Draghi, tenuto nell’aula del Senato oggi, 17 febbraio 2020, seguito da un mio commento/analisi del discorso.

Mario Draghi al senato della repubblica italiana, 17 Febbraio 2020

Il primo pensiero che vorrei condividere, nel chiedere la vostra fiducia, riguarda la nostra responsabilità nazionale. Il principale dovere cui siamo chiamati, tutti, io per primo come presidente del Consiglio, è di combattere con ogni mezzo la pandemia e di salvaguardare le vite dei nostri concittadini. Una trincea dove combattiamo tutti insieme. Il virus è nemico di tutti. Ed è nel commosso ricordo di chi non c’è più che cresce il nostro impegno. Prima di illustrarvi il mio programma, vorrei rivolgere un altro pensiero, partecipato e solidale, a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari. Conosciamo le loro ragioni, siamo consci del loro enorme sacrificio. Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni. Ci impegniamo a informare i cittadini di con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole.

Il Governo farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza. Non esiste un prima e un dopo. Siamo consci dell’insegnamento di Cavour: «…le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano». Ma nel frattempo dobbiamo occuparci di chi soffre adesso, di chi oggi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività.

Nel ringraziare, ancora una volta il presidente della Repubblica per l’onore dell’incarico che mi è stato assegnato, vorrei dirvi che non vi è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia. Ringrazio altresì il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia.

Si è discusso molto sulla natura di questo governo. La storia repubblicana ha dispensato una varietà infinita di formule. Nel rispetto che tutti abbiamo per le istituzioni e per il corretto funzionamento di una democrazia rappresentativa, un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il governo del Paese. Non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca. Riassume la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti, anche dell’opposizione, dei cittadini italiani tutti. Questo è lo spirito repubblicano di un governo che nasce in una situazione di emergenza raccogliendo l’alta indicazione del capo dello Stato.

La crescita di un’economia di un Paese non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Gli stessi fattori determinano il progresso di un Paese.

Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo. Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità.

Nei momenti più difficili della nostra storia, l’espressione più alta e nobile della politica si è tradotta in scelte coraggiose, in visioni che fino a un attimo prima sembravano impossibili. Perché prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza. Siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile, senza perdere tempo, senza lesinare anche il più piccolo sforzo, per combattere la pandemia e contrastare la crisi economica. E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il proprio Paese, tutti ugualmente consapevoli del compito che ci è stato affidato. Questo è lo spirito repubblicano del mio governo.

La durata dei governi in Italia è stata mediamente breve ma ciò non ha impedito, in momenti anche drammatici della vita della nazione, di compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti. Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo.

Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una Nuova Ricostruzione.

L’Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro. Ma soprattutto grazie alla convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti. Nella fiducia reciproca, nella fratellanza nazionale, nel perseguimento di un riscatto civico e morale. A quella Ricostruzione collaborarono forze politiche ideologicamente lontane se non contrapposte. Sono certo che anche a questa Nuova Ricostruzione nessuno farà mancare, nella distinzione di ruoli e identità, il proprio apporto.

Questa è la nostra missione di italiani: consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti.

Spesso mi sono chiesto se noi, e mi riferisco prima di tutto alla mia generazione, abbiamo fatto e stiamo facendo per loro tutto quello che i nostri nonni e padri fecero per noi, sacrificandosi oltre misura. È una domanda che ci dobbiamo porre quando non facciamo tutto il necessario per promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura. Una domanda alla quale dobbiamo dare risposte concrete e urgenti quando deludiamo i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato una effettiva parità di genere. Una domanda che non possiamo eludere quando aumentiamo il nostro debito pubblico senza aver speso e investito al meglio risorse che sono sempre scarse. 

Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti. Esprimo davanti a voi, che siete i rappresentanti eletti degli italiani, l’auspicio che il desiderio e la necessità di costruire un futuro migliore orientino saggiamente le nostre decisioni. Nella speranza che i giovani italiani che prenderanno il nostro posto, anche qui in questa aula, ci ringrazino per il nostro lavoro e non abbiano di che rimproverarci per il nostro egoismo.

Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori.

Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione. Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. Dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano alla crescita e allo sviluppo dell’Unione europea. Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia.

Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere.

Siamo una grande potenza economica e culturale. Mi sono sempre stupito e un po’ addolorato in questi anni, nel notare come spesso il giudizio degli altri sul nostro Paese sia migliore del nostro. Dobbiamo essere più orgogliosi, più giusti e più generosi nei confronti del nostro Paese. E riconoscere i tanti primati, la profonda ricchezza del nostro capitale sociale, del nostro volontariato, che altri ci invidiano.

Commento di Antonio Coppola

Sarò breve nel commentare e cercare di spiegare, dove necessario, i concetti che traspaiono dal discorso di Mario Draghi al Senato, fatto nella giornata in cui il terzo governo della XVII legislatura chiedeva il voto di fiducia al senato, e l’ho trovato davvero molto interessante.

Il discorso ha una chiara ispirazione politica, di quella politica non piegata dalle ideologie e forte delle proprie idee. è un discorso che esatta il concetto democratico e prova a rimettere ordine nel confuso panorama politico italiano, ribadendo, a più riprese, che l’esercizio democratico nel nostro paese ha come prodotto il parlamento, di cui il governo è espressione.

Nel suo discorso Mario Draghi rimette la palla al centro e ricorda, a tutti i partiti che in una democrazia parlamentare non esistono “vincitori” ne “vinti” e, chiunque segga in parlamento, ha il dovere di contribuire al progresso del paese. Sottolinea in tal senso, che il compito principale dei partiti è quello di dare pluralità di voci ai gruppi parlamentari, così che gli elettori di tutti gli schieramenti, siano equamente rappresentati.

Il discorso di Draghi condanna e critica aspramente la mancata volontà di collaborare con “gli oppositori” ed eleva invece quelle forze politiche inclini al dialogo e ben disposte a trovare un compromesso, compromesso che viene presentato non come un passo in dietro, ma bensì come un passo in avanti.

Con le proprie parole il presidente del consiglio tiene, letteralmente, una lezione di buona politica al senato, e nel farlo, non manca di fare riferimenti e citazioni a grandi protagonisti della storia politica italiana, da Cavour che cita direttamente a Moro, padre del compromesso storico, passando inevitabilmente per i padri costituenti che nel dopoguerra ricostruirono dalle ceneri questa nazione.

Draghi si pone quindi in continuità con gli uomini e le donne che hanno costruito e ricostruito l’Italia, un Italia che nasce nel solco della sinistra storica, di matrice liberale, di Mazzini e si concretizza grazie al lavoro della destra storica, di matrice liberale, di Cavour, un Italia che si rinnova e ricostruisce nel fiore dell’assemblea costituente, punto di incontro di esponenti di ogni partito politico presente in Italia nel dopoguerra.

Il compromesso per Draghi è segno di maturità e di progresso, l’unico modo per poter vivere in armonia con gli altri e nel rispetto dei diritti di tutti. Una visione romantica, erede del pensiero illuminismo e giusnaturalista di cui l’occidente è figlio.

Nel proprio discorso però, Draghi non guarda solo al passato, ma anzi, guarda soprattutto al futuro, un futuro pieno di insidie e di ostacoli che l’Italia dovrà affrontare, e, come nella favola della formica e della cicala di Esopo, un futuro al quale è bene giungere preparati come la formica, o i nostri figli e nipoti si rischieranno di ritrovarsi nella condizione della cicala.

Non c’è da sorprendersi se nel proprio discorso Draghi, ex presidente della BCE rivendica con forza l’importanza della moneta unica e dell’unità europea, arrivando a proporre, sognante, un Europa molto più unita e coesa di quanto non sia, un Europa che non condivide quindi solo una bandiera, una moneta e dei valori, ma un Europa che unisce i popoli, pur mantenendo vive le loro differenti identità e storie.

Nell’Europa che è possibile scorgere dal discorso di Draghi tutti i popoli europei condividono non solo le proprie risorse, materiali e umane, ma anche il proprio bilancio pubblico e le proprie spese, ed è un Europa che, un paese come l’Italia, dovrebbe desiderare con tutta se stessa.

Nella visione di draghi non c’è posto per sovranisti che vogliono disgregare l’Europa e tornare alle monete precedenti, c’è però ampio argine di manovra per i critici di un Europa che è ancora in costruzione e che non è perfetta, ma anzi, è ricca di criticità e contraddizioni, un po’ come un “America un po’ speciale” per citare il brano “L’Europa” de I Nomadi.

Conclusione

Il discorso di draghi in conclusione, è il discorso di un pragmatico sognatore che sembra volersi impegnare per la creazione di un mondo futuro che possa essere più equo e giusto per tutti ed è un discorso che ho apprezzato molto.

Alcuni passaggi in particolare li ho sentiti miei, perché esprimevano idee che condivido in modo totale, come ad esempio quando dice “Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, […], ne fa uno avanti…” in riferimento alla conformazione di questo governo “originale” e in un certo senso anomalo, perché policromatico, rispetto agli standard italiani degli ultimi 30 anni almeno. O ancora, quando “attacca duramente” il sovranismo italiano dicendo che “Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere“, definendolo sostanzialmente qualcosa di “inutile” in un paese come l’Italia, inutile perché per quella che è la dimensione del nostro paese, molte delle teorie e ambizioni sovraniste, non si muovono realmente nell’interesse Italiano.

Certe argomentazioni, come ad esempio una ferrea opposizione alla condivisione della spesa pubblica europea, per intenderci, possono avere un senso in paesi con una spesa pubblica molto snella, ma non in un paese in cui gli sprechi del servizio pubblico pesano sulle spalle dei contribuenti come un macigno, soprattutto se, gli stessi fautori di questo rifiuto, sono i primi promotori di uno “snellimento” del sistema fiscale e riduzione delle tasse.

Questo discorso ci dice molto sulle intenzioni di Draghi, ci dice che il suo, come si ipotizzava, sarà un governo molto diverso dal governo Monti, sarà un governo in cui ci saranno tanti investimenti mirati ed oculati, probabilmente ci sarà un incremento del debito pubblico italiano, debito che verrà riassorbito nel medio lungo periodo attraverso la crescita economica del paese.

Draghi da questo punto di vista è stato estremamente chiaro, il suo intento è quello di creare, come fu per i primi governi dell’Italia repubblicana, le premesse affinché in Italia avvenga un nuovo Boom Economico, questa volta di matrice non industriale, ma tecnologico, un “eco boom” che renda vada ad esaltare il verde della nostra bandiera.

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