La congiura dei Pisoni | L’inizio della follia di Nerone?

Nel 65 a.c. Nerone sventa la congiura dei Pisoni diventando sempre più paranoico e diffidente.

Nerone inizia a governare in maniera sempre più autoritaria, si circonda di persone accondiscendenti, fornisce poteri speciali e protezione imperiale, a miliziani che rispondono esclusivamente a lui. Dichiara internamente guerra allo stato romano, mette in discussione alleanze “internazionali” e dilapida il tesoro imperiale per ragioni futili e personali. E in fine, nel 68 a.c. una nuova cospirazione metterà fine al principato. Da un certo punto di vista l’ultimo di un era, l’ultimo della dinastia giulio claudia.

Alla morte di Nerone segue una nuova fase di guerra civile, conflitti, violenze, come non se ne vedevano a Roma da oltre un secolo, da cui uscirà vittorioso Vespasiano che inaugurerà unna nuova dinastia.

Quella della congiura di Pisone e l’inizio della follia di Nerone è una storia vecchia di 2000 anni, e pure, l’eco di quelle vicende arriva fino a noi e si riversa nell’attualità come un inquietante profezia.

La congiura

Anno 65 d.C. Nerone regna e governa su Roma, quasi convinto di essere un dio vivente. E nella realtà è l’uomo più potente del proprio tempo. Ma se c’è una cosa che la mitologia ha insegnato agli antichi, è che anche gli dei possono cadere.

Tra l’incendio di Roma, le persecuzioni dei cristiani, Nerone si fa tanti nemici, ma riesce comunque a tenere buono il popolo romano, a spese dei senatori e del senato. In questo contesto, alcuni senatori, cavalieri, pretoriani e letterati si uniscono contro Nerone mossi da rancori personali e il desiderio di un principe migliore o ancora meglio, tornare alla repubblica. 

Tacito, negli Annales racconta che i cospiratori, sostenuti da Fenio Rufo e Suburio Flavio, designarono Gaio Calpurnio Pisone come nuovo imperatore, e si prepararono ad assassinare Nerone, durante i giochi al Circo Massimo. Secondo il piano, Plauzio Laterano avrebbe finto di supplicare Nerone per poi colpirlo, con i complici che acclamavano Pisone.​

La congiura venne però scoperta, uno dei liberti di Flavio Scevino, denunciò il padrone per avergli ordinato di affilare un pugnale e preparare bende, rivelando legami con Antonio Natale e Pisone. 

Negli Annales Tacito racconta che Natale, sotto tortura, confessò la congiura e fece i nomi di diversi congiurati, tra cui anche Seneca. 

Diversamente, la liberta Epicari, denunciata da Volusio Proculo, non cedette alla tortura e si suicidò eroicamente senza tradire nessuno.

Cassio Dione tuttavia, fornisce una versione leggermente diversa della storia. Secondo la sua Storia Romana, la congiura venne scoperta grazie ad alcune confessioni (non ottenute sotto tortura) e voci riguardanti alcune divergenze sul futuro imperatore. Dione sostiene infatti che vi fossero anche piani per sostituire Pisone con Seneca dopo l’uccisione di Nerone. 

La reazione di Nerone quando scoprì la congiura fu brutale. Ordinò esecuzioni sommarie e suicidi: Pisone e Seneca si tolsero la vita, Tacito ci dice che Seneca fu costretto al veleno  quanto a pisone, invece, abbiamo meno informazioni.

Secondo le fonti ufficiali, la congiura coinvolse almeno 41 persone, tra cui circa 19 senatori. 

Dopo la Congiura, Nerone accentuò le proprie paranoie, diventando sempre più sospettoso, diffidente, e agendo in maniera sempre più autoritaria e irrazionale, cosa che avrebbe portato ad una nuova congiura nel 68 d.C. con cui avrebbe avuto fine la Dinastia Giulio Claudia, innescato una nuova fase di guerra civile, ma questa è un altra storia.

Fonti:

Tacito – Annales
Svetonio – Vita Neronis
Cassio Dione – Storia romana ( Libro LXII)

Vannacci racconta la “sua verità” sul fascismo a Il Giornale

Sabato 15 Novembre 2025, su Il Giornale è uscito un articolo a firma Roberto Vannacci, in cui l’eurodeputato della Lega ed ex generale italiano racconta la propria verità sul fascismo, l’articolo si intitola per l’appunto “Vi racconto la mia verità sul fascismo”.

Già che l’articolo propone una lettura soggettiva del fascismo è qualcosa di profondamente sbagliato e antistorico, da cui, probabilmente, persino Indro Montanelli, padre de Il Giornale, che fascista lo è stato davvero quando il fascismo governava l’Italia, ne avrebbe preso le distanze.

Si tratta di un articolo carico di contraddizioni ed errori, permeato da una narrazione soggettiva e parziale della storia italiana, in particolare del ventennio fascista. Un articolo che si apre e chiude con una serie di parole e pensieri vuoti che contraddicono tutto ciò che viene detto nel mezzo.

Vannacci contesta il “pensiero unico” chi lo contesta evidenziando allo stesso tempo le nostalgie e simpatie di Vannacci, per un sistema che si regge sul pensiero unico. Il Fascismo. Nostalgie e simpatie che ammette tra le righe e mai direttamente, ma che non contesta, non nega, e che rivendica nel difendere i propri eroi, che eroi non furono, i militari della Decima Mas, che per l’Italia Repubblicana furono criminali di guerra, traditori e disertori.

Il cuore dell’articolo è attacco diretto a chi, come me, ha contestato i suoi continui sproloqui e le sue affermazioni errate, mistificatrici e parziali sul Fascismo, un fascismo che Vannacci dimostra di non conoscere e non comprendere.

Vannacci sostiene che tra il 1923 e il 1938, Mussolini venne eletto e governò nel rispetto dello Statuto Albertino. Questa affermazione è apparentemente vera, ma non lo è del tutto, e serve comprende il contesto di quegli anni, la realtà storica e politica di quegli anni, il come e perché venne eletto e rieletto. Tutti dettagli che per Vannacci non sembrano rilevanti. Ciò che per lui conta è che Mussolini venne eletto e nominato capo del governo. Che quella nomina venne estorta, che le successive elezioni furono una farsa in cui agli italiani era consentito scegliere tra votare per il fascismo o essere pestati, o uccisi di fronte alla propria famiglia, non sembra essere un dettaglio rilevante.
A questi si aggiunge un gravissimo e pericolosissimo utilizzo di anacronismo, concetti e modelli che in quel mondo non erano in uso.

Vannacci prova a tracciare un parallelo tra la nostra costituzione e lo Statuto Albertino, la “costituzione” del regno d’Italia, ed applica in questo parallelismo principi repubblicani e concetti propri della nostra democrazia, tra cui in primis il peso, il significato e il valore di una costituzione che non era presente in quell’Italia. Vannacci guarda a quel sistema politico, quello del regno d’Italia, che era profondamente diverso dal nostro, come se si reggesse sugli stessi meccanismi che l’Italia repubblicana ha adottato proprio perché quel sistema aveva permesso l’ascesa di Mussolini e del Fascismo.

Vannacci nel proprio intervento dice che Mussolini venne eletto e governò nel rispetto dello Statuto Albertino, ma omette di dire che dal 23 al 38, venne eletto non per effetto di un voto libero, e che governò con la forza, sulla base di leggi scritte dai Fascisti, che si sovrapponevano totalmente allo statuto albertino e che modificarono profondamente sia lo lo statuto che le istituzioni italiane dell’epoca. Omette di dire che il parlamento venne depotenziato prima con la Legge Acerbo(che per inciso, fu una legge voluta e scritta non solo dai Fascisti) e poi con altre riforme tra cui l’istituzione del Gran Consiglio del Fascismo avvenuta nel gennaio del 23, a pochi mesi dalla Marcia su Roma.

Parlando della marcia su Roma sostiene che questa “non fu un colpo di stato” ed è vero, la marcia in se non fu un colpo di stato, ma per completezza storica e nell’ottica di una narrazione chiara, imparziale, oggettiva e fattuale, Vannacci dovrebbe dire che la marcia fu parte del colpo di stato Fascista, fu un tassello essenziale al colpo di stato.

Vannacci racconta la Marcia su Roma come un momento unico che ebbe un inizio e una fine, scollegato dal tempo e dal mondo, scollegato dalla politica di quegli anni, e in questa narrazione faziosa, omette di dire che quei circa 15.000 fascisti accorsi a Roma, e ampiamente fomenti dal Congresso di Napoli, erano andati a Roma per fare un colpo di stato, con l’intento di fare un colpo di stato. Erano partiti per prendere il potere e governare sull’Italia, che il re fosse d’accordo o meno. Vannacci non dice che Mussolini si recò dal re chiedendo di governare, non perché avesse il sostegno della maggioranza dei parlamentari, anche perché non aveva la maggioranza del parlamento dalla propria parte e all’atto pratico i fascisti erano una minoranza quasi del tutto irrilevante in quel parlamento, ma perché fuori dalle mura di Roma vi erano a suo dire 40.000 uomini, anzi, 40.000 fascisti, pronti a marciare su Roma, saccheggiare la città, deporre la monarchia e prendere il potere.
Mussolini non diventò capo del governo perché uscito “vincitore” dalle elezioni, ma perché minacciò il re, e il re ignavo Vittorio Emanuele III, cedette a quelle minacce pur di mantenere i propri privilegi.

Vannacci omette di dire che nei 20 anni successivi il Re venne esautorato da qualsiasi ruolo e compito, mantenne formalmente il potere di nominare e deporre il capo del governo, ma non esercitò quel potere prima del 1943.

Si limita a guardare alla Marcia come un evento assestante, scollegato da tutto ciò che portò alla marcia su Roma. E in questo non posso non chiedermi come sia possibile che un ex generale, che per formazione e addestramento dovrebbe essere abituato a guardare al quadro completo, in questa circostanza, e molte altre, non riesca ad avere una visione d’insieme, non posso non chiedermi se si tratti di incompetenza, ignoranza o malafede.

Vannacci in questo racconto mistifica e racconta un fascismo che semplicemente non esiste e non è mai esistito, che non è mai stato reale, se non nei ricordi distorti dei nostalgici di quel periodo e nella narrazione propagandistica che i fascisti sopravvissuti al regime, ci hanno propinato per decenni.

Si chiede sconcertato “come mai tanto accanimento per aver riportato l’opinione di uno studioso e per aver elencato fatti riscontrabili e facilmente verificabili tramite la consultazione di archivi o, magari, di qualche libro non facilmente reperibile nelle scuole”, fingendo di non comprendere la reale motivazione delle critiche mosse verso di lui. Ciò che è stato contestato non l’aver riportato dei fatti, ma che i fatti da lui riportati sono stati riportati in modo fazioso, e sarebbe sufficiente un minimo sforzo per verificare che ciò che dice non corrisponde alla realtà storica. Viene contestato per aver citato alcune osservazioni di Francesco Perfetti, perché quelle osservazioni sono decontestualizzate e stravolgono completamente ciò che lo storico ha scritto nelle proprie opere. Se da una parte è vero che anche Francesco Perfetti, come molti altri storici italiani, sostiene che la marcia su Roma non fu un colpo di stato, è anche vero che lo stesso Perfetti, non separa totalmente la Marcia su Roma dal colpo di stato fascista, ma la ricolloca al posto che le spetta, quello di elemento di pressione sulla monarchia, che contribuì al colpo di stato, e di elemento propagandistico per la costruzione del mito fascista. Vi è una profonda differenza tra ciò che Perfetti ha scritto sul fascismo, e ciò che Vannacci dice Perfetti abbia scritto sul fascismo, quasi come se non avesse idea di cosa Perfetti abbia detto, e citandolo impropriamente.

Vannacci attacca i propri contestatori che gli chiedono una narrazione onesta e completa sul fascismo, poiché nella propria mistificazione Vannacci tende ad omettere, a non dire, a decontestualizzare, e per lui questo è il fatto grave, che gli venga contestata una narrazione parziale. Su Il Giornale Vannacci scrive

L’accusa è implacabile: perché ha omesso di parlare del contesto, delle violenze, delle squadracce, dei manganelli, dell’olio di ricino, della dittatura, del delitto Matteotti, dell’Aventino e, così, ha giustificato una delle più vergognose pagine di storia che l’Italia abbia vissuto facendo apparire le leggi razziali (da me mai nominate) come democratiche e condivise. Quindi: condanna per “non aver detto“.

E se si limitasse a non dire, forse non ci sarebbe neanche troppo di cui parlare, il problema è che nella propria narrazione Vannacci non dice, e ricostruisce sulla base di elementi assento, fornendo una narrazione totalmente alterata della realtà storica. Il suo non dire non è un semplice assente, diventa negazione di passaggi fondamentali, una negazione che stravolge completamente la realtà storica dei fatti che cita. Un quadrato, se privato di un lato, non è più un quadrato, diventa una linea segmentata separata in tre parti, e con un ulteriore modifica, un triangolo equilatero. Ma un triangolo e un quadrato sono figure geometriche diverse. Così come lo sono la realtà storica, verificabile, e la narrazione propagandistica di Vannacci.

Per Vannacci, la tesi dell’accusa è “alquanto strampalata” poiché, a suo dire, cita “fatti storici incontrovertibili” , ma non è vero, e nel dire questo mente, mente perché i “fatti incontrovertibili” di cui parla sono irreali, alterati e privati di elementi che li definiscono.

Dire che Mussolini non uccise Matteotti è indubbiamente vero, ed è innegabile, non è stato Mussolini ad uccidere materialmente Matteotti, ma ciò non toglie che la morte di Matteotti dipese da Mussolini, che ordinò ad una banda di picchiatori, criminali e assassini, il rapimento e pestaggio del deputato. Il fatto che Mussolini non fosse presente non lo discolpa dall’aver ordinato e finanziato quel rapimento e quella aggressione, non vuol dire che non partecipò attivamente all’insabbiamento del caso, o che non che incontrò, la sera stessa del rapimento e dell’omicidio, nel proprio ufficio al Ministero degli Interni, Amerigo Dumini, che Matteotti lo aveva effettivamente pedinato, rapito, pestato e ucciso. E questo lo sappiamo dai registri del ministero degli Interni.

Vannacci punta il dito contro chi lo accusa di giustificare le leggi razziali scrivendo “Anche la tesi secondo cui avrei giustificato le leggi razziali del 38 asserendo che sono state approvate, come effettivamente lo sono state, da un Parlamento e firmate da un re ha del grottesco.

C’è ancora una volta una lettura anacronistica dei fatti che sovrappone le nostre istituzioni democratiche alle istituzioni del fascismo. Se da un lato è vero che le leggi razziali, nel regno d’Italia, furono legittime (nel senso di legali), perché appunto leggi prodotte dallo stato, non è propriamente vero che vennero approvate da un parlamento, poiché nel settembre del 38 il parlamento del regno d’Italia non era un “parlamento”, non discuteva le leggi che produceva, non permetteva la contestazione delle leggi che produceva e si limitava ad approvare le leggi che il gran consiglio del fascismo gli diceva di approvare, e allo stesso modo il Re, si limitava ad approvare le leggi che il gran consiglio gli diceva di approvare, sotto la costante minaccia di deposizione da parte dei fascisti che obbligava il re a sottostare ad un istituzione che teoricamente, era subordinata all’autorità del re. Ciò detto, nel rispondere alla contestazione per cui Vannacci giustificherebbe le leggi razziali, rimane un profondo non detto, ossia la presa di distanza dello stesso Vannacci dalle leggi razziali. Leggi che si limita a dire “erano legittime”. E si, erano “legittime” nel senso di legale, ma ciò non toglie che furono qualcosa di vergognoso, da condannare, rinnegare e da cui prendere le distanze in modo totale, assoluto, e senza ambiguità di sorta.

Vannacci continua dicendo che “Le azioni, gli atti, le leggi non sono giuste o sbagliate in base a chi le intraprende, a chi le approva o a chi le promulga. Sono vergognose in base a ciò che stabiliscono” questo è forse l’unico passaggio del suo intervento che mi sento di condividere, le leggi non sono giuste o sbagliate perché scritte da uomini giusti o malvagi, lo sono per il proprio contenuto. Principio che però, lo stesso Vannacci tende ad applicare in maniera discrezionale.

Superata la parentesi dignitosa, Vannacci precisa che “In Italia, grazie a una legge della Repubblica approvata dal Parlamento, lo stupro era considerato un reato contro la morale sino al 1996.” Senza troppi giri di parole, questa dichiarazione è falsa, poiché la legge a cui fa riferimento Vannacci, ovvero l’articolo 544 del codice penale, rimasto in vigore fino al 1996, non è stato scritto ne approvato dal parlamento della repubblica Italiana. Tale articolo, così come tutto il codice penale, è stato “ereditato” dal precedente Codice Rocco, ovvero il codice penale introdotto dal fascismo nel 1930.

Vannacci parla anche del “delitto d’onore“, articolo 587 del codice penale, abrogato nel 1981), anche in questo caso ereditato dal codice rocco, anche in questo caso risalente al 1930. 

In entrambi i casi quindi non leggi della repubblica, ma leggi di epoca fascista, sopravvissute (insieme all’intero codice Rocco) in età repubblicana per una questione di necessità, con l’istituzione della Repubblica, non era possibile riscrivere totalmente il codice penale dall’oggi al domani, si decise quindi di mantenere il codice Rocco, con alcune modifiche, demandando agli anni a venire l’epurazione di eventuali norme incompatibili con la nuova costituzione italiana, come i sopracitati articolo 544 e 587, che il parlamento dell’Italia repubblicana, già dagli anni 60, cercò di abrogare. La storia di questi articoli è molto interessante perché in entrambi i casi la Democrazia Cristiana ed il Movimento Sociale Italiano, si opposero nettamente alla loro abrogazione poiché contrari, alla morale cristiana e alla tradizione italica.

Come giustamente dice Vannacci, le leggi non sono giuste o sbagliate in base a chi le scrive, ma per ciò che contengono, e in questo caso abbiamo delle leggi sbagliate che qualcuno ha strenuamente difeso per oltre 20 anni in nome della tradizione, e tra loro, anche persone che si dicevano apertamente eredi del Fascismo.

L’articolo di Vannacci continua con un altro errore, sostiene che ad essere condannato per legge sia un periodo storico, ciò non è vero, anche perché non ha alcun senso “condannare per legge un periodo storico”. Ciò che è condannato per legge è il fascismo, che in Italia governò con la forza e istituì un regime dittatoriale, un sistema politico che considera la violenza un valore  e l’eliminazione materiale degli oppositori un dovere.

Vannacci sostiene che non si può condannare a prescindere quegli anni, ed è vero, non si può condannare a priori ciò che accadde tra anni 20 e 30 del novecento senza conoscere la storia di quegli anni, e dice il vero Vannacci quando sostiene che tale periodo va contestualizzato. Il problema è che chi non contestualizza ciò che accadde in quegli anni è proprio Vannacci ed è Vannacci stesso, in quello stesso articolo, a puntare il dito contro chi chiede di contestualizzare quei “fatti” a suo dire “incontrovertibili” che cita in maniera arbitraria e decontestualizzata.

Segue a questa parentesi, quello che non posso definire se non come un delirio nostalgico, in cui citando Alain de Benoist, sostiene che la società moderna basata sul trionfo del pensiero unico, non risparmia neanche la storia. E lo dice chi chiude alle diversità, chi rifiuta l’integrazione, chi non accetta il confronto, chi fa un uso arbitrario, soggettivo e parziale della storia, per ragioni politiche e propagandistiche.

L’articolo, nel proprio insieme, si configura come un trionfo di disonestà intellettuale, carico di contraddizioni e deliri, che guarda con ammirazione a momenti cupi e oscuri della storia italiana, che tra le righe legittima la dittatura fascista, pur non dicendolo direttamente, ma ripetendo che “il governo di Mussolini era legittimo”. La stessa giustificazione che a Norimberga venne utilizzata da molti imputati, e che la corte ritenne non una valida argomentazione.

L’Italia del dopoguerra, nel tentativo di pacificare il conflitto sociale derivato dalla secessione voluta dai fascisti a sostegno dell’occupazione Naziasta, immersa in una rinnovata paura del comunismo sovietico, ha concesso l’amnistia a molti uomini, tra cui numerosi criminali, che negli anni hanno continuato a lavorare contro la Repubblica nel tentativo di restaurare lo stato fascista che li aveva plasmati. Uomini che come Giorgio Almirante e Juno Valerio Borghese hanno provato in ogni modo a corrodere le istituzioni democratiche e prendere il potere con la forza. Tali individui, va ricordato, sono considerati da personaggi come Vannacci (e voglio sperare non da Vannacci) degli eroi, dei riferimenti da seguire, dei modelli da imitare.

Vannacci attacca i propri contestatori perché promotori del pensiero unico, ma poi difende e giustifica le azioni di uomini che ritengono sia giusto picchiare a morte un deputato perché aveva osato contestare una legge proposta dal proprio partito. E non mi riferisco al delitto Matteotti, ma a deputati della Repubblica Italiana in corpo alla Lega, il partito di Roberto Vannacci, mi riferisco ad Igor Iezzi, ad oggi ancora vice-capogruppo vicario della Lega alla Camera dei Deputati, che in questa Legislatura, in aula, nel 2024, ha aggredito, ferito e minacciato il deputato Leonardo Donno del Movimento 5 Stelle.

L’articolo di Vannacci si intitola “vi racconto la mia verità sul fascismo” e per tutto l’articolo incalza contro chi chiede una narrazione oggettiva, fattuale e contestuale del fascismo, ritenendo che la propria interpretazione parziale e soggettiva debba essere non solo accettata, ma anche imposta come verità dogmatica.

La storia di Adriano II – L’uomo che disse di no. Costretto a diventare Papa

Quella di Papa Adriano II è una storia affascinante e complessa, fatta di intrighi, tradimenti, cospirazioni, rapimenti e omicidi. Il protagonista è un uomo che per due volte rinunciò ad essere papa, e la terza volta venne costretto a fare il papa, un uomo cha quando diventò Papa aveva una moglie e una figlia adolescente, che vennero rapite e uccise pochi mesi dopo la sua nomina a capo della chiesa cattolica.

Il tutto, nel vivo di una delle fasi più accese dello scontro politico tra papato ed impero, in anni in cui nacque ed è ambientata la leggenda della Papessa.

Sono anni particolarmente complessi dal punto di vista politico, anni in cui l’elezione del papa non avviene ancora attraverso il conclave e la sua nomina era fortemente influenzata da correnti politiche e dall’influenza di alcune famiglie nobiliari romane, dalla corona imperiale, ma anche e soprattutto, dall’approvazione del popolo romano.

L’elezione del papa in effetti, in questa fase, è molto simile alla procedura per l’elezione dell’Imperatore dell’Impero Romano, spesso il futuro papa era scelto dal papa morente, a cui affidava un incarico importante vicino alla curia romana, ma questo non garantiva comunque la sua elezione poiché la nomina effettiva spettava al clero e al popolo romano che lo acclamavano. La nobiltà romana non ha un ruolo attivo, almeno in apparenza, tuttavia aveva l’influenza e il potere di dirigere applausi e i fischi dei romani.

In questo contesto complesso e fumoso avviene la nomina a vescovo di Roma di Adriano II, un uomo sposato, che aveva una figlia e che fu eletto “Papa” per tre volte, ma che rifiutò l’incarico per due volte.

La prima elezione di Adriano II

Nel luglio dell’855 Papa Leone IV morì, e la curia romana fu chiamata ad eleggere un nuovo vescovo di Roma. La scelta delle correnti imperiali cadde sul cardinale di San Marcellino, che in barba ai richiami di Leone IV si era auto insediato ad Aquileia nell’853, insediamento che lo aveva portato ad un passo dalla scomunica, mentre i papisti puntarono su Adriano, membro di una nobile famiglia romana, che prima di prendere i voti era stato sposato ed aveva avuto una figlia.

Parte dei nobili romani, fedeli alle correnti imperiali, spingevano affinché Anastasio diventasse il nuovo papa, dall’altra parte, il resto della nobiltà e del clero romano, puntarono su Adriano e così Adriano divenne centoquattresimo papa della chiesa cattolica, o almeno così è che avremmo scritto se Adriano, all’epoca sessantatreenne avesse accettato. Ma così non fu e Adriano rinunciò all’incarico.

Non sappiamo se per pressioni politiche da parte degli imperiali o per altri motivi, la versione ufficiale e che rinunciò per “umiltà”.

La strada per Anastasio sembra libera da ostacoli, ma così non fu, e conto ogni pronostico, il clero romano nominò Benedetto come nuovo vescovo di Roma, lasciando la corrente imperiale con l’amaro in bocca.

Papa Benedetto III

Parte della nobiltà romana a quel punto acclamò comunque Anastasio come nuovo papa, ma trattandosi di un elezione abusiva, Anastasio fu sostanzialmente un antipapa sostenuto dall’impero, considerato dal clero un usurpatore del potere legittimo di Benedetto III.

La seconda elezione di Adriano II

Benedetto III governò la chiesa cattolica romana per soli tre anni, tra 855 ed 858, un triennio particolare in cui, secondo la leggenda, alla guida della chiesa ci sarebbe stata la leggendaria papessa che prese il nome pontificale di Giovanni VIII.

Noi oggi sappiamo che nella chiesa romana, ci effettivamente un papa Giovanni VIII nel nono secolo, un papa di origini longobarde la cui elezione risale al 14 dicembre 872 e fu il 107° papa della chiesa romana.

Tornando ad Adriano, alla morte di Benedetto III avvenuta nel 858, il clero e il popolo romano furono chiamati ad accogliere un nuovo papa, e anche in queste elezioni, la corsa fu tra l’antipapa Anastasio III che ambiva a diventare il legittimo papa, e Adriano, che poco più di tre anni prima aveva rinunciato alla nomina.

Anche questa volta il clero romano sceglierà Adriano e anche questa volta Adriano, ormai sessantacinquenne, rinuncerà all’incarico. Al suo posto venne acclamato Niccolò I.

Le informazioni su Niccolò, prima che diventasse Papa sono poche e fumose, si dibatte sull’anno della sua nascita tra 800 e 820, si ipotizza che fosse membro di una nobile famiglia romana e che suo padre fosse Teodoro, un funzionario della corte pontificia nella prima metà dell’800.

Niccolò I fu un pontefice molto carismatico che regnò in modo energico e in aperta ostilità con l’Impero, riuscendo a conquistare il titolo di “Magno” che prima di lui era stato riconosciuto solo ai papi Leone I e Gregorio I.

Niccolò regnò sulla chiesa per quasi 10 anni e il suo pontificato finisce con la sua morte nel novembre 867.

La terza elezione di Adriano, quella definitiva

Sono passati 12 anni da quando nell’855 per la prima volta il clero romano aveva nominato Adriano papa, e in questi anni la sua fama di uomo buono, giusto e caritatevole erano cresciute ulteriormente. Il popolo romano amava era molto affezionato ad Adriano, l’uomo che per due volte aveva scelto, per umiltà, di non diventare papa, e quando fu il momento di nominare un nuovo vescovo di Roma dopo la morte di Niccolò, il clero ed il popolo romano puntarono ancora una volta su Adriano, ormai 75enne.

Durante il pontificato di Niccolò I, complice anche il modo energico in cui Niccolò esercitò il proprio ministero, le tensioni e rivalità tra le varie correnti politiche interne alla chiesa si erano fortemente intensificate.

I due candidati di punta nel 867 erano Giovanni e Formoso, il primo guidava la corrente imperiale, il secondo si proponeva come continuatore della politica energica di Niccolò.

Entrambi i candidati risultavano inaccettabili all’altra fazione, si rese quindi necessario trovare un nome di compromesso che noto e apprezzato dal popolo romano, che mettesse fine alle lotte politiche e alla fine quel nome arrivò. Era il nome di Adriano, l’uomo che per due volte aveva rinunciato all’incarico. Un candidato ideale sia per l’Impero, che non potendo avere un imperiale come papa, quantomeno si accontentava di un papa che non avesse ambizioni politiche, sia per i continuatori di Niccolò, che non potendo avere come papa uno dei loro, quantomeno si accontentavano di non avere un papa imperiale.

Per la terza volta ad Adriano viene proposto di diventare Papa, ma questa volta ha le mani legate, ed è costretto ad accettare.

Succede così che nel dicembre del 867 Adriano assume il nome pontificale di Adriano II, e al suo insediamento sono presenti anche sua moglie Stefania e si ipotizza sua figlia, di cui però, non ci è pervenuto un nome.

Il pontificato di Adriano II

Adriano II fu eletto pontefice al fine di ricucire uno strappo politico interno alla chiesa, e fin dai primi giorni del proprio pontificato iniziò immediatamente a ricucire. Una delle sue prime azioni politiche fu una sorta di negoziato che portò alla revoca di condanne e scomuniche, di prelati scomunicati da Niccolò I e condannati dall’Imperatore Ludovico II.

Tra i prelati reintegrati tra le fila della chiesa ci fu anche l’Antipapa Anastasio II che venne nominato Bibliotecario della chiesa cattolica. Incarico che gli valse il nome di Anastasio il Bibliotecario.

La leggenda della papessa

Non sappiamo di preciso quando nacque il mito della papessa, sappiamo tuttavia che, nei secoli successivi, il potere temporale francese, in crescente conflitto con il potere temporale del papato, rilanciò in più occasioni questa storia.

Secondo la leggenda, per due anni, tra 855 e 857, a capo della chiesa ci sarebbe stata una donna inglese educata a Magonza, che grazie ai propri travestimenti riuscì ad ingannare sacerdoti, monaci, vescovi e persino papa Leone IV, ai quali si presentò come il monaco Johannes Anglicus, e non solo, riuscì anche a conquistare il favore della curia romana, facendosi eleggere pontefice nel 855.

La leggenda della papessa però non si ferma qui, secondo il mito infatti, la donna non era solita praticare l’astinenza e anzi, si narra che avesse molteplici rapporti sessuali, rimanendo incinta. Secondo la leggenda alla papessa si ruppero le acque durante la processione di pasqua a Laterano, poco dopo la messa celebrata in San Pietro.

Scoperto il segreto della papessa, la folla romana fece trascinare la donna, legata per i piedi ad un cavallo, tra le strade di Roma e in fine lapidata a morte nei pressi di Ripa Grande e in seguito sepolta tra San Giovanni Laterano e San Pietro in Vaticano, all’incirca nel luogo in cui la folla romana aveva scoperto essere una donna.

Sebbene questa sia la versione più diffusa, probabilmente per via dell’epilogo violento, vi sono anche altre versioni della leggenda, in una delle più note, riportata nelle cronache di Martino Polono, la papessa morì di parte, secondo altre versioni, una volta scoperta venne rinchiusa in un convento di clausura.

La figlia del papa

Adriano II assume il titolo di vescovo di Roma e capo della chiesa romana, diventando il 106° papa della chiesa cattolica. All’epoca, per il diritto canonico, non vi era nessuna norma che impedisse ad un uomo sposato di prendere i voti, a condizione che, una volta fatto si praticasse l’astinenza (che poi venisse praticata o meno lo sa “solo dio”).

Adriano prende i voti in età avanzata, da uomo sposato e, secondo alcune fonti, da padre di una bambina che, si dice fosse ancora viva quando divenne papa. Sappiamo per certo che sua moglie Stefania fu presente al momento dell’insediamento e si ipotizza lo fosse anche sua figlia, ma di questo non vi è traccia.

A differenza di altri papi che ebbero figli e figlie illegittime, frutto di rapporti clandestini consumati dopo l’iniziazione sacerdotale o da pontefici, la figlia di Adriano è una figlia legittima del papa, poiché nata prima che questi prendesse i voti sacerdotali.

La figlia di Adriano è protagonista di una curiosa vicenda che si verificò nel 868, pochi mesi dopo la sua elezione.

Nel marzo del 868 Eleuterio, nipote di Arsenio vescovo di Orte, follemente innamorato della figlia di Adriano, la rapì e con lei rapì anche Stefania, sua madre e moglie di Adriano.

Il papa, che a differenza dei suoi predecessori, stava ricostruendo i rapporti di amicizia tra papato ed impero, chiese immediatamente aiuto all’Imperatore e proprio grazie ai messi imperiali, Eleuterio venne catturato, ma purtroppo era già troppo tardi. Vedendosi perduto e senza speranze, e ossessionato dalla donna, Eleuterio uccise sia la figlia che la moglie del papa.

Secondo alcune teorie, Eleuterio fu istigato da Anastasio e mandante del rapimento e assassinio delle due donne, teoria che tuttavia ha come unico supporto, le dicerie sulle losche amicizie dell’ex antipapa, e il suo profondo odio e rancore nei confronti di Adriano che non solo gli aveva “rubato” il titolo di papa, ma era stato anche il fautore del suo reintegro nella comunità cristiana e nei ranghi della chiesa cattolica.

Qualunque sia la verità dietro il rapimento, aver ucciso moglie e figlia del papa, una volta trovato, Eleuterio fu scomunicato e giustiziato “senza appello” per tramite decapitazione, ma immagino siano cose che capitano quando rapisci moglie e figlia del papa e fai infuriare anche l’imperatore perché le uccidi prima di essere catturato.

Fonti e consigliati:

Claudio Rendina I papi. Storia e segreti
Benedetto III
Niccolo I
Adriano II
Storia medievale
Gesta sanctae ac universalis octavae synodi quae Constantinopoli congregata est Anastasio bibliothecario interprete – C. Leonardi – A. Placanica – Libro – Sismel – Ediz. nazionale dei testi mediolatini | IBS
The Cardinals of the Holy Roman Church – Biographical Dictionary – Cardinals first documented in the Roman Council of 853

L’impero Moghul e le conquiste militari

All’inizio del XVI secolo si formarono tre grandi imperi islamici che subentrarono al posto di piccoli stati islamici. Questi tre grandi regni erano quello in India dei Moghul, quello persiano dei Safawidi e quello turco degli Ottomani. Si trattava di governi profondamente radicati nel medioevo islamico a causa dell’aspetto religioso, ma tutti esposti in primo piano all’epoca moderna europea, caratterizzata da una ripresa dei commerci e dall’espansione coloniale degli stati europei, fattori che porteranno a dei cambiamenti economici anche all’interno di questi imperi.

La Fondazione dell’Impero Moghul in India

La storia della presenza islamica in India è molto antica e si può far risalire almeno al regno di Muhmud di Ghaznì fondato nella provincia di Khurasan nel 999, anche se le prime invasioni islamiche in India avvennero precedentemente dall’ Afghanistan. A partire dall’inizio del XIII secolo dominò il sultanato di Delhi, governato da una dinastia militare afghano-turca. La presenza islamica in India diventò rilevante nel periodo dell’impero dei Moghul.

L’impero fu un grande regno che nel periodo di massima espansione governò su tutto il subcontinente indiano, senza precedenti. Nel periodo che va tra il 1556 e il 1658 l’impero islamico dei Moghul è stato un potente stato centralizzato, organizzato con una capillare burocrazia, un esercito e un impero con una fede aperta e tollerante, dove vi fu una sintesi religiosa tra induismo e islamismo.

La fondazione risale al regno Zahir-ud-Din Muhammad Babur, un condottiero turco erede in linea materna di Gengis Khan, e in linea paterna, da Tamerlano, che riuscì a stabilire un regno nel nord dell’India nel 1526, sfruttando le rivalità tra gli emiri locali e il disordine provocato dalle guerre dei Safavidi con gli Uzbechi. Oltre ad essere un conquistatore insaziabile, fu un grande uomo di cultura: le sue memorie – scritte in prosa – sono considerate un’opera importante dell’intera letteratura turca. Nel 1504 e nel 1506 Babur conquistò rispettivamente Kabul e Kandahar e nel 1526 anche l’intera India del nord, grazie ad una cavalleria e ad una tecnica bellica nettamente superiori.
Il regno di Babur durò solo quattro anni a partire dalla conquista della città di Agrae e la proclamazione d’imperatore dell’Hindustan, ma gli eredi riuscirono a consolidare il regno. In particolare due suoi eredi: Humayun e soprattutto Akbar.

L’Era di Akbar: Consolidamento e Apogeo dell’Impero Moghul

Akbar, il terzo padishah, fu il vero creatore della potenza Moghul e regnò dal 1556 al 1605: è considerato il più importante all’interno di una dinastia dove vi erano personaggi straordinari, tanto da essere ricordato come una delle figure più rappresentative della storia indiana.

I primi anni del regno non furono tali da far presagire tale grandezza: fino al 1560 fu governato con durezza dal reggente Bairam Khan. Sotto la sua guida, vennero sconfitti gli ultimi principi Sur e i Moghul occuparono alcuni centri chiave come Lahore, Multhan, Jaunpur che si aggiunsero a Delhi e Agra. Questa espansione si arrestò per i contrasti tra Akbar e Bairam Khan stesso, che si conclusero con la rimozione dall’incarico di quest’ultimo nel 1560. Successivamente a questi avvenimenti la gestione della nuova linea politica venne lasciata ad una fazione capeggiata dalla nutrice di Akbar e da suo figlio Adam Khan. Egli riprese l’espansione con la spedizione contro il sultanato del Malwa. Presto però i rapporti tra il padishah e Adam Khan si deteriorano e le tensioni tra i due esplosero quando Adam Khan uccise il primo ministro, una delle figure più vicini ad Akbar.

Le cronache raccontano che Adam Khan si recò all’ingresso dell’harem sporco di sangue della vittima e l’imperatore lo affrontò a mani nude, stordendolo e poi dando l’ordine di gettarlo da uno dei balconi del palazzo: dopo tale episodio la madre si suicidò. Tutto ciò è descritto nelle cronache dell’epoca e rappresentato anche nelle miniature.

Riorganizzazione dello Stato e Strategie Militari di Akbar

Il dominio Moghul in quella parte dell’India del Nord continuava ad essere quello di un esercito d’ occupazione in un territorio vasto ed ostile: era circondato da una moltitudine di stati in armi e anche la società indiana era fortemente militarizzata. L’esercito in questa fase era poco organizzato e con forti limiti strutturali, formato da 51 distaccamenti al servizio di nobili legati al sovrano da vincoli di fedeltà. La maggior parte di essi, essendo di origine turca e uzbeca, considerava il sovrano un primus inter pares, quindi questo non assicurava la loro fedeltà al sovrano, che doveva essere guadagnata ogni volta.

La minoranza – formata da circa 16 nobili – era di origine persiana, influenzata quindi dall’ideologia imperiale, cui si doveva fedeltà e obbedienza al sovrano. Akbar per modificare questa situazione, attuò una politica che aveva due obbiettivi: il controllo sulla nobiltà e uno stato in grado sbarazzarsi di ogni possibile avversario.

Queste strategie comportarono la possibilità di concentrare tutte le risorse per alcune battaglie rilevanti condotte dal padishah in persona, che si rivelò un ottimo stratega e conquistò prima del 1562 tutta l’India del Nord, l’Afghanistan e il Kandesh. La battaglia di Panipat, per quanto vinta di stretta misura, diede la fama a Akbar di essere invincibile nelle battaglie in campo aperto, mentre la conquista di alcune fortezze importanti tra il 1658 e il 1569 dimostrarono la sua abilità anche nella guerra di posizione.
La fama di Akbar – e dell’esercito Moghul – fu di essere invincibili sia nella guerra di posizione che in quella in campo aperto. Ciò è dimostrato anche dal fatto che alcuni nobili e regni accettarono di sottomettersi a lui in cambio della nobiltà Moghul.

Articolo a cura di Sbalchiero Francesco Sunil

Fonti

Hans Kung, Islam, Bur, Milano, 2015
Michelangelo Torri, Storia dell’India, Laterza, Bari, 2010
Raffaele Russo, Islam: storie e dottrine http://www.academia.edu/1900477/Islam_storie_e_dottrine

Breve storia di Pozzuoli dalle origini alla conquista romana

La storia di Pozzuoli è una storia lunga almeno 2500 anni e come per molte città antiche, anche le sue origini si perdono nel mito. Pozzuoli sorge infatti in un area di grande rilevanza storica e culturale, totalmente immersa nella mitologia greco romana, ma curiosamente, la sua fondazione, non sembra essere legata a particolari miti e questo perché sorge in “età storica” e tra i primi a parlarci della sua fondazione abbiamo Erodoto in persona, colui che secondo Cicerone fu il “padre della storia”.

Grazie agli scritti di Erodoto sappiamo tantissimo sulla fondazione e le origini di quel piccolo insediamento che sarebbe divenuto nei secolo successivi un elemento chiave dell’economia romana al punto da essere considerata “il porto di Roma” e non solo, sappiamo che Pozzuoli ha maturato una certa importanza simbolica anche nella tradizione cristiana attraverso i vangeli che raccontano Pozzuoli come la città in cui approdò San Paolo, in viaggio verso il martirio a Roma.

Da un certo punto di vista, Pozzuoli è una delle città di cui conosciamo meglio le origini e la sua evoluzione storica, soprattutto in epoca pre-romana, ed è proprio la sua evoluzione che da sempre alimenta alcune domande, come ad esempio, come è possibile che Pozzuoli, una città che sorgeva tra crateri di vulcani attivi, incastrata tra importanti insediamenti greci come Cuma e Napoli, sia diventata così importante e centrale nella storia di Roma? E soprattutto, come è possibile che a differenza della più antica Cuma, Pozzuoli sia sia sopravvissuta fino ad oggi, nonostante innumerevoli terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche e il fenomeno del Bradisismo che da almeno 40.000 anni accompagna le terre dei campi flegrei.

In questo articolo cercheremo di dare una risposta a questa domanda, e andremo alla scoperta delle origini di Pozzuoli, una città particolare, poiché praticamente priva di “miti della fondazione” nonostante sia totalmente immersa in una terra “mistica”, fortemente legata per diverse ragioni alla mitologia greco-romana. Basti pensare che, alle spalle di Pozzuoli sorge il Lago d’Averno, che nell’Eneide è descritto come la porta d’accesso agli inferi in cui Enea, l’eroe greco, è accompagnato dalla Sibilla Cumana, oracolo legato a diversi miti delle origini di roma.

Le origini mitiche di Pozzuoli

Come anticipato, a differenza di molte altre città antiche, nonostante sia totalmente immersa nella mitologia greco-romana, Pozzuoli non ha un vero e proprio mito delle origini, questo perché pochi decenni dopo la sua fondazione, Erodoto, storico, geografo e cartografo greco, ci ha fornito una ricca narrazione delle origini della città.

Secondo la tradizione Pozzuoli venne fondata nel 528 a.c. da esuli di Samo, un isola del Mar Egeo, in quel temo governata dal tiranno Policrate, che si rifugiarono nella Megale Ellas (Magna Grecia) e sappiamo per certo che non furono i soli, durante la tirannide di Policrate infatti, in molti lasciarono Samo per rifugiarsi nelle colonie dell’Italia meridionale. Tra i gli esuli illustri di Samo è importante citare anche Pitagora che trovò ospitalità a Crotone dove fondò la sua scuola.

Come Pitagora, molti degli esuli di Samo trovarono rifugio in varie colonie e altre città greche, altri invece decisero di fondare un nuovo insediamento, che non fosse solo una “colonia” anche perché da esuli i rapporti con la madre patria erano abbastanza compromessi. In ogni caso, secondo la tradizione, una delle nuove città fondate dagli esuli di Samo fu proprio Pozzuoli, o meglio Δικαιάρχεια (Dicearchia), il nome Pozzuoli sarebbe arrivato più tardi. Il nome originale dell’insediamento rifletteva le intenzioni dei suoi fondatori che puntavano a creare un qualcosa di nuovo. Il suo nome significa “luogo in cui regna la giustizia” e almeno in origine è un autentico esperimento politico, non lontano da alcuni importanti centri urbani con cui con molta probabilità intratteneva rapporti commerciali e nutre l’ambizione di diventare un autentica città stato con le proprie leggi e il proprio sistema di governo.

Una delle grandi domande che storici e archeologi si pongono quando si parla di Pozzuoli e le sue origini, è perché lì. L’Italia meridionale, da Crotone a Napoli offriva innumerevoli tratti costieri in cui era possibile insediarsi, con terre fertili, e vicini con cui commerciare, ma per qualche ragione scelsero di stabilirsi proprio lì, in una terra apparentemente non particolarmente ospitale.

Il paesaggio che i fondatori di Pozzuoli si trovarono d’avanti era tutt’altro che ospitale, l’aria sapeva di marcio, la terra trasudava tremava di continuo e trasudava fumi. Ma non solo, le vicine Cuma e Partenope (Napoli) erano impegnate in una guerra commerciale, per l’egemonia sul golfo di Napoli, contro gli Etruschi. Guerra che appena 4 anni dopo la tradizionale fondazione di Pozzuoli confluì in una battaglia nota come Battaglia battaglia di Cuma del 524 che segnò la fine di Partenope da cui i Cumani uscirono sconfitti e presumibilmente Partenope venne distrutta. E in questa furia distruttiva, Pozzuoli appariva come un piccolo insediamento, forse poco più di un villaggio, circondato da giganti in guerra tra loro.

Secondo alcune ipotesi (non confermate, e di natura abbastanza speculative, che riporto solo perché divertenti) è possibile che i fondatori di Pozzuoli non fossero interessati alle lotte di potere e le battaglie commerciali o per il controllo del golfo di Napoli, erano esuli politici desiderosi di un posto tranquillo in cui vivere in pace e armonia, e in questa prospettiva, gli apparentemente poco ospitali Campi Flegrei, offrivano un rifugio ideale, inoltre la presenza di innumerevoli vulcani rendevano la terra estremamente fertile e il mare ricco di pesci, e a chiusura del cerchio, l’area ricca di zolfo era particolarmente adatta alla coltivazione della vigna, permettendo così di produrre vino. Se a questo aggiungiamo la presenza di ricchi vicini con cui commerciare, l’area dei Campi Flegrei in cui venne fondata Pozzuoli si presentava come una realtà idilliaca, un’autentico paradiso terrestre, poco appetibile al resto del mondo a causa delle esalazioni di zolfo che rendevano l’aria non particolarmente gradevole… ma nulla che un paio di boccali di vino non potessero correggere.

Al di la di questa simpatica teoria, sappiamo che almeno nel primo secolo di vita Dicearchia mantenne un forte legame con i cumani prima con Cuma e successivamente, a seguito della rifondazione di Partenope con il nome di Neapolis, Dicearchia si legò molto alla nuova città che governava sul golfo.

Le trasformazioni di Dicearchia: Da città greca a Puteoli romana

Il dominio dei cumani sul golfo di Napoli fino dopo le guerre etrusche durò poco. E già nel V secolo venne messo in discussione dall’avanzata sannitica che dall’area umbro adriatica si era spinta fino al basso Lazio e la Campania. Senza entrare nel merito delle guerre sannitiche, il loro arrivo segnò in un certo senso la fine dell’impero marittimo dei cumani e permise alla piccola Dicearchia di staccarsi dall’influenza cumana per rivendicare la propria autonomia e, secondo alcune ipotesi, in questa fase la città cambiò la propria denominazione adottando il nome di Fistelia (o “Fistlus”/”Fistulis”).

A questa fase della storia di Pozzuoli viene fatta risalire la “Phistluis” una moneta che secondo la tradizione venne coniata dalla città di Pozzuoli in una fase intermedia tra l’influenza cumana e la conquista romana. A proposito di questa moneta ci sono molte leggende e soprattutto molti falsi risalenti ad epoche molto recenti. Ciò che sappiamo di concreto è che, almeno fino al V secolo .a.c. la moneta in uso a Pozzuoli era la dracma cumana, e dal III secolo in poi, dopo la conquista romana, adottò la monetazione Roma. Non sappiamo invece se Pozzuoli abbia mai coniato moneta propria, nè se abbia mai coniato moneta cumana o romana.

Indipendentemente dalla moneta in uso, ciò che ormai è dato per certo è che a seguito dell’avanzata sannitica e con il declino dell’impero cumano, Pozzuoli acquisì una maggiore autonomia, sia politica che commerciale. Questa autonomia venne mantenuta almeno fino alla seconda metà del IV secolo a.c. più precisamente fino al 318 a.c.

Nel 318 a.c. la città di Puteoli, nome latino della città greca di e Dicearchia/Fistelia venne inclusa ufficialmente nel regime giurisdizionale di prefettura, insieme a Capua e Cuma. Non sappiamo per certo quando sia iniziato il processo di latinizzazione di Pozzuoli, ma alcuni studi indicano che potrebbe essere iniziato circa 20 anni prima della sua annessione ufficiale, ovvero nel 338 a.c.

Pozzuoli, ora inglobata nella rete di città, municipi e colonie romane, diventa un importante snodo commerciale, e la sua vicinanza strategica ad una ricca area termale, la renderà particolarmente apprezzata dai romani, ma il vero punto di svolta della città, lo avremo durante la seconda guerra punica quando la sua baia venne utilizzata come presidio navale contro la flotta cartaginese di Annibale.

La guerra aveva evidenziato la posizione strategica di Pozzuoli, e negli anni successivi alla seconda guerra punica la città portuale, divenne uno dei porti porti commerciali più importanti del mediterraneo romano, mentre la flotta militare venne trasferita sul versante opposto del golfo di Pozzuoli, a Capo Miseno, dove sappiamo era ancora stanziata, sotto il comando di Plinio il Vecchio, nel 79 d.c. ma questa è un altra storia.

Fonti

Cuma, la più antica colonia greca e l’antro della Sibilla
Pozzuoli – Enciclopedia – Treccani
Cenni storici – Comune di Pozzuoli
Cuma, la prima città greca in Italia | archeoFlegrei
Il commercio greco arcaico – Capitolo IV. Eoli a Cuma in Opicia – Publications du Centre Jean Bérard
Pozzuoli – Parco Archeologico Campi Flegrei
insediamento insediamento urbano Pozzuoli, VIII aC – 1207

Per approfondire

Magna Grecia. Colonie achee e pitagorismo (attualmente non disponibile)
Magna Grecia. Una storia mediterranea
Storia di Pozzuoli e della zona flegrea
Erodoto-Storie (PDF Gratis)

Oltre 2500 anni di Storia di Napoli, dal mito di Partenope alla città nuova

Napoli e Partenope sono la stessa città o sono città diverse? Nell’epoca dei social non è difficile imbattersi in post che parlano di Napoli e Partenope come se fossero città e realtà diverse, anche se vicine e in un certo senso legate tra loro, così come non è difficile imbattersi in post in cui i due nomi fanno riferimento alla stessa città in momenti differenti, ma qual è la verità? Napoli e Partenope sono la stessa cosa o sono città diverse ma molto vicine tra loro che col tempo si sono fuse insieme?

Per cercare di rispondere a questa andremo alla riscoperta delle origini di Napoli tra archeologia, storia, miti e leggende, e prometto che cercherò di essere il più breve possibile.

Le origini mitiche di Napoli

Come molte città antiche, anche l’origine di Napoli si perde nel mito e tra le tante versioni che si sono susseguite nei secoli in merito alla fondazione di Napoli, il mito di Partenope è forse uno dei più affascinanti che è giunto a noi in varie versioni.

Secondo la tradizione popolare Partenope era una sirena, raffigurata secondo i canoni della mitologia greca, un ibrido con il corpo di uccello e la testa di donna, dal canto melodioso. Molto simile esteticamente alle arpie, ma con caratteristiche differenti, nella mitologia greca infatti le arpie sono più violente e punitive, mentre le sirene sono creature seducenti. Per quanto riguarda Sirene e Arpie nella mitologia greca, va detto che ci sono diverse teorie secondo cui sarebbero la stessa creatura in momenti diversi.

Tornando alla sirena Partenope, secondo la leggenda questa fu la sirena che tentò di ammaliare Ulisse con il proprio canto, tuttavia, l’eroe, avvertito dalla maga Circe, si era fatto legare all’albero maestro della nave così da resistere al canto delle sirene. Secondo la leggenda napoletana, la sirena Partenope, non riuscendo nel proprio intento, si gettò in mare e il suo corpo fu trasportato dalle onde fino all’isolotto di Megaride, dove oggi sorge il Castel dell’Ovo dando origine alla città di Napoli.

La cosa più interessante di questo mito è che se si immagina la sirena moderna, creatura marina per metà donna e per metà pesce, non ha alcun senso, tuttavia, se si considera la sirena greca, per metà donna e per metà uccello, tutto cambia.

Questa versione prende le battute dalla tradizione omerica e dall’odissea ed è la versione più conosciuta del mito di partenope, soprattutto fuori da Napoli, vi sono tuttavia altre versioni del mito, proprie della tradizione locale.

Una di queste versioni, molto presente nella tradizione popolare napoletana, racconta di una sirena Partenope, che viveva nel golfo di Napoli, innamorata del centauro Vesuvio. Il loro amore è tuttavia ostacolato da Zeus, a sua volta invaghito di Partenope, decise di separarli per sempre. Vesuvio venne così trasformato in un vulcano e Partenope nella città di Napoli. I due amanti sono così condannati ad un supplizio, un amore eterno e impossibile, con il Vesuvio condannato a vegliare costantemente sulla città senza poterla mai raggiungere. La cosa interessante di questo mito è che non sappiamo a quando risalga, e nella tradizione popolare Partenope è generalmente descritta come una sirena “moderna” metà donna e metà pesce, elemento che potrebbe suggerire un origine medievale del mito, probabilmente derivato da un mito più antico.

Ultima versione del mito di Partenope che voglio riportare, ci arriva attraverso la raccolta “Le leggende napoletane” di Matilde Serao, ed è una versione molto particolare, molto legata alla fondazione della città e poco legata al “mito”. In questa leggenda infatti Partenope non è una creatura mitica ma una giovane donna greca innamora dell’eroe ateniese Cimone. Tuttavia, il padre di Partenope avendo promesso sua figlia in sposa ad un altro uomo, cercherà di ostacolare il loro amore. Cimone e Partenope decidono quindi di lasciare la Grecia e dopo un lungo viaggio approdano sulle coste del golfo di Napoli, qui costruiranno il proprio nido d’amore, e la loro discendenza darà vita al popolo napoletano. In questa versione del mito Partenope è sostanzialmente un antica colonizzatrice e madre mitica del popolo napoletano.

Ciò che questi tre miti hanno in comune, ma che in realtà lega insieme tutti i miti della fondazione di Napoli legati a Partenope, è il fatto che Partenope incarna l’essenza stessa di Napoli. La sua bellezza ammaliante, il suo fascino seducente, il suo legame indissolubile con il mare e la sua storia travagliata e appassionata, e solleva una domanda, ci fu davvero una “Partenope” nella storia di Napoli? E la risposta a questa domanda è si.

Cosa sappiamo sulla fondazione di Napoli

Mettendo da parte il mito e rivolgendo lo sguardo verso l’archeologia, noi oggi sappiamo che intorno all’VIII secolo coloni greci arrivarono nel golfo di Napoli, all’epoca chiamato kratèr, e fondarono un importante colonia con il nome di Kýmē (odierna Cuma) legata alla storia e al mito delle origini di Roma. Cuma divenne immediatamente un importante snodo commerciale per altre sub-colonie nella regione, tra cui la colonia mineraria di Πιθηκοῦσσαι (Pithecusa oggi Ischia) e una colonia commerciale tra Vesuvio e Campi flegrei, chiamata Παρθενόπη, ovvero Partenope.

Se Cuma sorge come avamposto, Partenope viene fondata per una ragione differente, la sua posizione strategica sul colle di Pizzofalcone offre il un ampio controllo litoraneo e del traffico marittimo nel golfo. E vista la sua posizione strategica fondamentale verrebbe da chiedersi, perché i greci si insediarono prima a Cuma e solo in seguito nel golfo di Napoli con la fondazione di Partenope?

Non abbiamo una risposta certa a questa domanda, ciò che sappiamo è che nell’area dell’attuale basilica di Santa Maria degli Agnelli a Pizzofalcone, dove sappiamo sorgeva l’acropoli della città greca di Partenope, sono stati rinvenute tracce di insediamenti risalenti al Neolitico e soprattutto all’Età del Bronzo. Questi reperti ci suggeriscono che l’area fosse già occupata prima della colonizzazione greca.

Nei secoli successivi, per almeno due o tre secoli, il nome della città greca che controlla il golfo di Krater (il golfo di Napoli) è Partenope, ed è un avamposto Cumano, estremamente importante per il controllo della regione e che tale espansione non fu esente da conflitti e scontri con gli altri popoli italici, in particolare latini ed etruschi. A tale proposito sappiamo che nel VI secolo, si ipotizza intorno al 524 a.c. le rivalità tra cumani ed etruschi culminarono nella battaglia di Cuma, che vide la sconfitta dei cumani e segnò l’inizio del declino della città di Partenope. In quello stesso periodo, tra Partenope e Cuma , esuli di Samo fondarono l’insediamento di Pozzuoli. Il declino di Partenope che durò circa mezzo secolo e approssimativamente intorno al 474 a.c. ci fu un nuovo scontro navale tra la flotta etrusca e quella cumana guidati da Ierone I di Siracusa. La coalizione delle colonie greche riuscì a sbaragliare le forze etrusche, permettendo alla città di Partenope di risorgere.

Secondo la tradizione il 21 dicembre 475 a.c. (data presumibilmente scelta in maniera simbolica) Partenope venne rifondata sore una Neapolis, adiacente alla Palepolis, ovvero una città nuova accanto alla città vecchia. In cui, il vecchio sito di Partenope rappresentava la Palepolis, mentre la nuova area urbanizzata divenne la Neapolis.

Da fonti del V secolo sappiamo che il nuovo insediamento di Neapolis, che inglobava la vecchia Partenope, non era considerato all’epoca una vera e propria espansione di Partenope, quanto più una nuova città, che sorgeva in qualche modo dalle ceneri di Partenope, motivo per cui la tradizione ci riporta come data di fondazione della città, la “rifondazione” del V secolo, con un nuovo nome, mentre il vecchio nome di Partenope è progressivamente abbandonato.

Perché Napoli ha cambiato nome ed ha abbandonato quello di Partenope?

A questo punto la domanda sorge spontanea, sappiamo che Napoli ha un forte legame con la tradizione e con il mito di Partenope, e sappiamo che i suoi abitanti non hanno mai ufficialmente dismesso il nome di “partenopei” sentendosi in qualche modo discendenti di Partenope. Partenope ancora oggi, lo vediamo nella narrazione di Matilde Serao, è considerata la Madre mitica di Napoli e dei suoi abitanti, ma allora perché Napoli non si chiama più Partenope?

Se avessimo una risposta chiara a questa domanda, sapremmo molte più cose sul nostro passato di quante non ne sappiamo effettivamente, perché purtroppo, una risposta chiara e netta non l’abbiamo, sappiamo che il nome cambia a seguito di una serie di scontri durati più di mezzo secolo, ma non sappiamo se tra la prima e la seconda battaglia di Cuma, la città di Partenope venne abbandonata o meno.

Secondo alcuni storici il motivo per cui il nome Partenope venne dismesso in favore di Neapolis è perché dopo la prima battaglia di Cuma la città di Partenope cadde completamente e solo dopo la vittoria cumana nella seconda battaglia di Cuma, la città venne effettivamente rifondata. Secondo altri il cambio di nome indica un a trasformazione, un cambio al vertice. Partenope era una colonia Cumana, Neapolis esiste grazie all’aiuto dei siracusani. Ma queste sono solo due delle innumerevoli ipotesi e leggende sul perché, nel V secolo Partenope si trasformò in Napoli, mentre i suoi abitanti continuarono a considerarsi “figli di Partenope”.

Se l’articolo è stato interessante ti invito a condividerlo. Facci sapere se vuoi approfondire la storia della fondazione di Cuma e il suo legame con la storia e i miti delle origini di Roma.

Per approfondire

Napoli nella storia. Duemilacinquecento anni, dalle origini greche al secondo millennio
Napoli prima di Napoli. Mito e fondazioni della città di Partenope
Storia di Napoli

Fonti

Parthenope: drie mythen over de oermoeder van de stad Napels | Archeologie Online
Partenope, Palepolis, Neapolis : origini e fondazione della città di Napoli
Comune di Napoli – Cultura – Cenni Storici sulla città

Taiwan : Storia di un’isola contesa tra Cina e Stati Uniti

Periodicamente l’attenzione dei media globali torna su Taiwan, il conflitto con la Cina per la sua “indipendenza” e gli interessi USA nella regione. MA perché un isola grande appena un decimo dell’Italia, con una popolazione di appena 24 milioni di abitanti e un PIL pari a 2/5 di quello italiano, è così importante per USA e Cina?

Taiwan è per la Cina quello che Fiume fu per l’Italia dopo la prima guerra mondiale. L’emblema di una “vittoria mutilata“, di una promessa tradita da parte degli alleati. O almeno questo è quello che la Cina nazionalista (come l’Italia dell’epoca) racconta a se stessa e ai propri cittadini.

Siamo nel pieno della seconda guerra mondiale, la Cina, al fianco degli alleati, combatte l’impero giapponese al fianco dell’asse. Per la Cina vincere significa riconquistare l’isola di Formosa, persa contro i giapponesi durante l’ultima guerra sino-nipponica (circa 50 anni prima) e garantirsi una maggiore influenza sul pacifico e il traffico tra pacifico e mar cinese meridionale.

La guerra finisce, l’isola è conquistata, ma neanche 5 anni più tardi, la rivoluzione di Mao cambia il volto del paese. La Nuova Repubblica Popolare Cinese controlla il continente, ma a Taiwan, dove la rivoluzione non attecchisce, si stabilisce il vecchio governo della Repubblica di Cina e per vent’anni entrambi i governi rivendicano la propria sovranità sull’intero territorio cinese, (compresa Taiwan), ed è qui , nel 1949 che iniziano i problemi.

Facciamo allora qualche passo indietro, cerchiamo di capire perché le varie versioni, molto diverse tra loro, fornite da Cina, USA e Taiwan, sono così fortemente politicizzate e polarizzate e sostanzialmente appaiono agli occhi della storia come narrazioni distorte di una realtà che in qualche modo si è perduta.

In questo articolo, senza altri giri di parole, voglio andare alla scoperta delle “origini” di Taiwan e delle ragioni che si celano dietro le pretese territoriali di Cina, USA e Taiwan.

Le origini di Taiwan

Storicamente è difficile parlare di Taiwan senza parlare del conflitto con la Cina, poiché le due realtà viaggiano parallelamente e affondano le proprie radici nella Cina moderna e sono il frutto di un articolato intreccio di guerra civile, interessi economici nazionalisti e imperialisti, forze interne e pressioni esterne, in particolare degli Stati Uniti, ma non solo. 

Secondo fonti ufficiali, l’Isola di Taiwan, originariamente chiamata Formosa, venne colonizzata dagli esploratori europei nel XVI secolo, tra 1500 e 1600 e secondo annali, registri commerciali e atti diplomatici, l’isola rimase sotto il controllo diretto delle potenze occidentali almeno fino al XIX secolo, quando venne inglobata nella neonata provincia di Fujian-Taiwan, istituita dall’impero cinese intorno al 1887 e rimase sotto il controllo cinese, fino alla guerra sino-giapponese (1894-1895) al cui termine, i giapponesi sottrassero l’Isola al controllo cinese.

Nel mezzo secolo successivo l’isola fa parte dell’impero giapponese e solo i trattati di pace alla fine della seconda guerra mondiale, videro la cessione dell’Isola alla Cina. Ed è proprio in questi anni, tra il 1945 ed il 1949, con la rivoluzione di Mao, che ebbe inizio il “conflitto” diretto tra Taiwan e la Cina continentale.

Più precisamente, mentre nella Cina continentale il partito comunista cinese guidato da Mao Zedong avanzava e trionfava nella guerra civile, ciò che rimaneva dell’altra parte, il governo del Kuomintang, si rifugiarono sull’isola di Formosa a Taiwan ed è questo il momento di rottura.

Le forze militari del Kuomintang, asserragliate sull’isola, riescono a resistere alla rivoluzione maoista, e mentre nella Cina continentale veniva costituita la Repubblica Popolare Cinese (RPC), che rivendicava la propria sovranità su tutto il territorio della Cina continentale e possedimenti extraterritoriali della Cina, dall’altra parte, il governo separatista di Taiwan riconosceva se stesso come legittimo governo della Repubblica di Cina (RPC) istituita nel 1912 e di conseguenza rivendicava la propria autorità sull’intero territorio cinese, sia continentale che extraterritoriale.

Disputa territoriale tra Cina e Taiewan

A questo punto ci sono due istituzioni, la RPC e la ROC, con due governi distinti, che rivendicano entrambe la sovranità sull’intera Cina, la prima controlla effettivamente il paese e governa da Pechino, la seconda in esilio a Taiwan senza alcun controllo diretto o indiretto sul territorio cinese.

Questa disputa viene parzialmente risolta nel 1971 con la risoluzione 2758 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, risoluzione che riconosce la Repubblica Popolare di Cina come l’unico rappresentante legittimo della Cina continentale all’interno delle Nazioni Unite, e di conseguenza riconosce il governo di Pechino come legittimo governo cinese, espellendo i rappresentanti della ROC dall’ONU.

La questione sembra risolta, tuttavia il governo di Taiwan, rivendica il proprio diritto a partecipare alle Nazioni Unite, poiché la risoluzione 2758, non la riconosce ufficialmente come parte del territorio cinese. Dall’altra parte per la Cina continentale, e la stessa ONU, tale riconoscimento non può avvenire in maniera arbitraria, ma deve esserci un istanza di indipendenza da parte di Taiwan, la cui assenza rende de facto Taiwan una regione autonoma della Cina (esattamente come Hong Kong, Macao ecc).

Dal 1971 ad oggi, Taiwan ha presentato diverse richieste all’ONU per essere riconosciuta come stato sovrano, richieste per lo più respinte in favore delle opposizioni della Cina.

Dall’altra parte, va detto che il governo di Pechino è tutt’altro che indulgente con Taiwan, ha sempre considerato Taiwan una parte irrinunciabile del territorio cinese, e de facto considera qualsiasi movimento estero a sostegno dell’indipendenza formale dell’isola come una minaccia diretta all’integrità territoriale della Repubblica Popolare Cinese.

Su questo punto è bene fare un chiarimento aggiuntivo. Le opposizioni della RPC all’indipendenza di Taiwan, sono sia interne che esterne, e si fondano prevalentemente sulla “costituzione” cinese, il diritto cinese e lo stesso statuto dell’ONU.

Si tratta delle stesse opposizioni mosse dal governo spagnolo nei confronti dell’indipendenza catalana, o delle opposizioni Italiane alle richiesta di indipendenza della padania, o degli USA alle recenti richieste di indipendenza di alcuni stati federali.

Sebbene la RPC sia contrario e si opponga fortemente all’indipendenza formale di Taiwan, non ne esclude esclude la possibilità, e in più occasioni il governo di Pechino si è detto disposto ad accettarle a condizione che questa richiesta venga formulata seguendo la prassi riconosciuta dall’ONU e il principio di autodeterminazione dei popoli. Ed è su quest’ultimo punto che sorge il vero problema dell’indipendenza di Taiwan, perché la stessa Taiwan, pur rivendicando insistentemente la propria indipendenza dalla Cina, non ha mai riconosciuto se stessa come un popolo diverso da quello cinese, rigettando de facto l’idea di un nazione diversa.

Ricordate la risoluzione 2758 del 1971 che riconosce al governo di pechino la sovranità sull’intero territorio della Cina? Ecco, Taiwan non ha mai accettato apertamente tale risoluzione e, anche se espulsa dall’ONU, ha continuato e continua tutt’oggi, sostenuta dagli USA a riconoscere se stessa come parte del territorio cinese e continua a rivendicare la propria sovranità sull’intera cina.

Prendete quanto segue molto con le pinze, ma sembra quasi che tra Cina continentale e Taiwan, la vera disputa territoriale, continui ad essere non la sovranità sull’isola di Taiwan, ma la sovranità sulla Cina continentale, o almeno così è stato fino a circa 20 anni fa.

Fino a gli anni 90 anche nei documenti ufficiali, sia Taiwan che USA e Giappone, hanno continuato a definire Taiwan come “Taiwan-Cina”, e solo di recente questo nominativo è scomparso in favore del semplice “Taiwan“.

Tutti vogliono Taiwan

Come abbiamo visto, la questione di Taiwan è molto più che una semplice disputa territoriale per il controllo di un isola, e se per la Cina rappresenta una risorsa strategica, ma soprattutto un importante obbiettivo politico in termini di unità nazionale, per fare un esempio pratico, per la Cina, Taiwan è un po’ quello che Fiume era per l’Italia dopo la prima guerra mondiale. Ma non solo, dal punto di vista geopolitico, Taiwan occupa una posizione strategica estremamente rilevante, l’isola venne colonizzata nel XVI secolo per la sua posizione chiave per il controllo delle rotte e l’accesso l’accesso marittimo tra il Mare della Cina Meridionale e l’Oceano Pacifico.

Per la Cina controllare Taiwan significherebbe permetter alla propria marina di ottenere uno sbocco diretto sul Pacifico, estendendo di conseguenza la propria influenza marittima e mettendo in discussione l’attuale supremazia navale statunitense nelle acque dell’estremo oriente. Supremazia ottenuta a seguito della vittoria sul Giappone nella seconda guerra mondiale e la nascita di Taiwan, che de facto ha “mutilato” la vittoria cinese.

Fonti

Restoration of the lawful rights of the People’s Republic of China in the United Nations.
Taiwan. L’isola nello scacchiere asiatico e mondiale

La Fiamma Tricolore, storia e origini del simbolo del MSI

Dal Movimento Sociale Italiano a Fratelli d’Italia, una parte della destra italiana ha sempre esibito con fierezza e orgoglio un simbolo di partito, la fiamma tricolore, un simbolo che porta con se un eredità storica oltre che politica, si tratta infatti di uno dei simboli politici più longevi nella storia della Repubblica Italiana, secondo solo allo scudo crociato della Democrazia Cristiana, usato anche nel regno d’Italia e la falce e martello comunista, anche questo usato già prima della repubblica.

Fin da quando esiste la repubblica italiana, la fiamma tricolore, emblema della destra e in alcuni momenti estrema destra italiana, ha mantenuto una presenza costante nel panorama politico evolvendo nel tempo insieme alla stessa politica italiana, con risvolti complessi e controversi e soprattutto con diverse interpretazioni legate alle sue origine e al suo significato.

Il simbolo, creato agli albori della Repubblica, da un partito formato da ex fascisti ed esponenti della Repubblica sociale italiana, quasi sempre è stato ricondotto al fascismo italiano, tuttavia, la storia di questo simbolo è molto più ampia e si radica in un Italia che precede il fascismo stesso.

In questo articolo andremo alla scoperta della storia, le origini e le leggende legate alla fiamma tricolore, simbolo storico della destra italiana, e forse sfateremo qualche mito e falsa credenza legati a questo simbolo.

La Fiamma Tricolore

Partiamo dalla sua creazione ufficiale, siamo sul finire degli anni quaranta, più precisamente tra 1946 e 1947, il 26 dicembre 1946 alcuni reduci della Repubblica Sociale Italiana ed ex esponenti del regime fascista, tra cui Giorgio Almirante e Pino Romualdi, si riuniscono per fondare un nuovo partito da inserire nel panorama nazionale, nasce così il Movimento Sociale Italiano, MSI, e nel gennaio del 1947, appare per la prima volta La fiamma tricolore come simbolo di questo nuovo partito, erede e allo stesso tempo distaccato dall’esperienza fascista.

Non sappiamo con precisione chi progettò il simbolo, secondo alcuni fu opera dello stesso Almirante che nel 1946, scrisse “Siamo nati nel nome d’Italia/stretti attorno alla nostra Bandiera/è rinata con noi primavera/si è riaccesa una Fiamma nel cuor/Italia, sorgi a nuova vita, così vuole/Chi per te morì”. Secondo altre versioni invece, la fiamma sarebbe un simbolo preesistente.

Ad oggi non sappiamo con certezza chi abbia concepito la fiamma e la sua simbologia, e sebbene alcuni studi ipotizzino che, questo simbolo sarebbe una derivazione del distintivo del reggimento degli Arditi, corpo speciale del Regio Esercito italiano durante la Prima Guerra Mondiale. Tuttavia, l’unica fiamma che troviamo tra i simboli del regimento degli arditi è quella del IX reparto d’assalto, ed è una fiamma molto diversa da quella usata dal MSI e molto più simile alla fiamma dei Carabinieri, in uso fin dal 1882, mentre il simbolo ufficiale degli arditi era un teschio con una corona d’alloro e un pugnale tra i denti.

Cercando tra simboli militari e politici in uso negli anni precedenti la nascita del MSI possiamo tuttavia trovare un simbolo, molto simile, alla fiamma tricolore adottata dal MSI, ed è il simbolo del Rassemblement national populaire, RNP, fondato nella Francia di Vichy nel 1941 dall’ex ministro dell’aviazione francese Marcel Déat. Il RNP fu uno dei tre partiti “collaborazionisti” (che collaborarono con i nazisti) della Repubblica di Vichy, e fu sostanzialmente un partito nazionalsocialista e di ideologia fascista, francese.

La fiamma nel simbolo del RNP ci apre una nuova strada alle origini della fiamma tricolore del MSI, e soprattutto smentisce le parole di Fabio Rampelli, secondo il quale “la fiamma è un simbolo del secondo dopoguerra che nulla ha a che vedere con i totalitarismi del Novecento. Il simbolo simmetrico alla falce e martello è la croce uncinata nazista e il fascio littorio e tutti e tre sono stati stigmatizzati dal Parlamento europeo da una risoluzione” poiché è vero che la fiamma tricolore non era il simbolo del fascismo, ma è anche vero che, almeno dal 1941, vari movimenti fascisti e collaborazionisti, adottarono la fiamma.

Va detto che un altra fiamma, prima di quella del MSI e successiva alla fiamma del RNP appare nella simbologia politica italiana nel 1942, e contrariamente a quello che ci potremmo aspettare a questo punto della storia, appare in un partito antifascista, ovvero il Partito d’Azione di Perruccio Parri, Emilio Lussu, Ugo La Malfa e Riccardo Lombardi.

Si tratta, come possiamo vedere, di una fiamma molto diversa da quella del MSI e del RNP francese, che invece sono tra loro molto affini, soprattutto se si considera che il simbolo del Front National del 1972, erede in un certo senso del RNP, è una fiamma tricolore identica alla fiamma del MSI, con la sola differenza che i colori sono Blu, Bianco e Rosso e non Verde, Bianco e Rosso

Anche in Belgio, nel 1985, il Front National di Daniel Féret, ha adottato come simbolo una fiamma tricolore, che sembra incrocio tra la fiamma del MSI e la fiamma del RNP.

Come possiamo osservare molti partiti, con ideologie simile, generalmente partiti di destra, fortemente Nazionalisti, in molte parti d’Europa, hanno adottato, nel corso del tempo il simbolo della fiamma, molto spesso derivato dal simbolo del MSI, che a sua volta sembra essere derivato da simboli precedenti.

Cosa significa la fiamma?

Il simbolo della Fiamma Tricolore viene inizialmente concepito come un trapezio, al cui interno è presente la sigla del MSI. Secondo il Michelangelo Borri dell’Università di Trieste, la Fiamma ha un forte legame con il MSI, e qualunque sia la sua origine, diventa a tutti gli effetti un simbolo politico, nel 1946 grazie al MSI. Secondo Borri infatti, nel 1946 il MSI prende il simbolo della fiamma e lo carica di significato, attraverso il suo utilizzo come logo, come stemma e attraverso il suo racconto trasversale. La fiamma non è solo il logo, è presenta anche nell’inno del partito, il “canto degli Italiani” scritto da Almirante.

Siamo nati un cupo tramonto
Di rinuncia, vergogna, dolore:
siamo nati in un atto d’amore
riscattando l’altrui disonor.
Siamo nati nel nome d’Italia,
stretti attorno alla nostra Bandiera:
è rinata con noi primavera,
si è riaccesa una Fiamma nel cuor.
Italia, sorgi a nuova vita, così vuole Chi per te morì,
chi il suo sangue donò
chi il nemico affrontò
Giustizia alla Patria darà.
Italia, rasserena il volto,
abbi fede: nostro è l’avvenir.
Rispondi, rispondi, o Italia!
Si ridesta la tua gioventù.
Noi saremo la vostra avanguardia,
Italiani, coraggio: in cammino.
Solo ai forti sorride il destino;
liberate la Patria, il Lavor.
Noi saremo la Fiamma d’Italia,
il germoglio di un’alba trionfale,
la valanga impetuosa che sale:
Italiani, coraggio: con noi!
Italia, sorgi a nuova vita.

Canto degli Italiani, Giorgio Almirante.

Secondo quanto riportato da Borri in un articolo del 2022 sul Fatto Quotidiano, la fiamma rappresenterebbe “la speranza che rinasce dopo la sconfitta della guerra che ha subito il fascismo“.

C’è poi un interpretazione più diretta e audace, fornita da Anna Foa, secondo cui il simbolo della fiamma “sta probabilmente a significare lo spirito fascista che risorge”. Questa interpretazione che collega esplicitamente il simbolo a una continuità ideologica con il fascismo, potrebbe avere un senso, se non fosse che, come abbiamo visto, nel 1941 il simbolo della Fiamma era già in uso a movimenti filofascisti d’oltre alpe, e dunque l’idea di una “rinascita” dello spirito fascista, ha poco senso.

C’è allora da caire cosa vuol dire effettivamente la Fiamma prima della seconda guerra mondiale. Ma prima della guerra non sembrano esserci utilizzi effettivi della fiamma, o meglio, non ci sono utilizzi chiari, forti e carichi di significato. Come già osservato, l’unico utilizzo riconosciuto di una simbologia analoga lo abbiamo con la fiamma del RNP francese del 1941, ed è un caso interessante poiché il contesto storico, politico, culturale, in cui esistette il RNP è analogo all’esperienza vissuta in Italia dal della RSI, tra 1943 e 1945, ovvero una dittatura militare con un governo fantoccio per un regime collaborazionista della Germania nazista. E proprio in quel contesto incontriamo molti dei futuri fondatori del MSI, tra cui lo stesso Giorgio Almirante che nella RSI fu capo di gabinetto del Ministero della Cultura Popolare.

Da un certo punto di vista quindi, più che una continuità diretta tra il “fascismo” e il MSI, potremmo dire che, almeno nel MSI delle origini, ci fu una continuità tra il MSI e la RSI, visto che innumerevoli funzionari della RSI, scampati alla galera per via dell’amnistia, confluirono nel MSI, e questo forse è anche più grave, poiché prendendo per buona l’idea che il Mussolini dittatore d’Italia “ha fatto anche cose buone”, è decisamente più “difficile” individuare qualcosa di positivo nell’esperienza della RSI, de facto una provincia del Reich, complice di rastrellamenti, deportazioni, linciaggi e innumerevoli crimini di guerra. Ma non siamo qui a dare giudizi, siamo qui per individuare le origini del simbolo della fiamma tricolore.

La fiamma tricolore, così come è stata concepita nel 1946, e per come è stata utilizzata dal 47 ad oggi, porta con se una serie di idee, ideologie, e valori, che possono piacere o meno, essere condivisi o meno, alcuni dei quali sono appartenuti anche al fascismo e l’antifascismo italiano degli anni 30 e 40. Principalmente un ideologia nazionalista radicale, generalmente militarista, con elementi di socialismo rivoluzionario e irredentista, e tali principi sono ancora fortemente radicati nella fiamma.

Il simbolo, generalmente rappresentata come una fiamma più o meno stilizzata, colorata con i simboli della bandiera nazionale, ad oggi è utilizzato, non più solo in Italia e Francia, per lo più da partiti, movimenti e forze politiche di forte ispirazione nazionalista e ultranazionalista, antiglobalista, generalmente di destra ed estrema destra, e in alcuni rari casi dichiaratamente di ispirazione “nostalgica”. Tale simbolo è presente nell’iconografia politica Italiana e Francese, ma anche Belga, Portoghese, Spagnola, Greca, Ceca, Romena, Argentina, Cilena, Norvegese e Polacca, e se in Francia e Italia ha avuto origine in epoca fascista, o comunque da uomini che hanno avuto un ruolo attivo nell’esperienza fascista, come Giorgio Almirante e Marcel Déat, nel resto del mondo in realtà stato adottato molto più recentemente. Fatta eccezione per il Belgio che l’ha ereditata dalla Francia negli anni ottanta, il resto del mondo l’ha adottata a partire dalla fine degli anni novanta e inizio anni 2000, e nel complesso, si tratta per lo più di movimenti politici che in momenti differenti hanno manifestato e dichiarato, in maniera più o meno aperta, un desiderio di continuità con l’ideologia fascista e nazional-socialista.

Molti di questi movimenti hanno avuto un evoluzione simile, sono nati con un impronta fortemente radicale e in continuità con un passato, più o meno recente, di ispirazione fascista, e crescendo si sono aperti a correnti più moderate, in sostanza, man mano che i loro consensi crescevano, le posizioni più radicali venivano abbandonate in favore di posizioni più moderate, questo è particolarmente evidente nei casi di maggior rilievo, come il MSI italiano e il Front National francese, la cui continuità con il passato fascista e nazionalsocialista è stata progressivamente abbandonata e in alcuni casi apertamente rinnegato.

Dal MSI ad oggi

Come abbiamo visto, la fiamma tricolore è cambiata negli anni e con essa è cambiato il MSI e i suoi eredi, assumendo col tempo posizioni sempre più moderate. Negli anni sessanta assistiamo ad un vero e proprio rinnovamento del partito che porterà all’allontanamento di individui pericolosi come Juno Valerio Borghese (ex comandante della X-MAS e futuro golpista italiano), evoluzione e ammorbidimento che negli anni 90 porterà allo scioglimento del MSI e la nascita di Alleanza Nazionale sotto la guida di Gianfranco Fini, tra i primi in quell’ambiente politico a prendere ufficialmente le distanze dall’ideologia fascista, fino a quel momento riconosciuta come una parte importante del proprio passato. Fin dal 1948 il MSI aveva adottato come proprio slogan l’idea di “non rinnegare, ne restaurare” il Fascismo, e questa visione, già allontanata da Augusto De Marsanich negli anni 60, venne definitivamente abbandonata con Fini.

L’effetto di questo rinnovamento come sappiamo portò nel 2009 alla fusione di Alleanza Nazionale con Forza Italia nel Popolo della Libertà segnando per la prima volta la sparizione della fiamma tricolore dalla simbologia politica italiana, una sparizione che sarebbe durata solo 5 anni, ovvero fino alla sua riapparizione nel 2014 come parte del simbolo di partito di Fratelli d’Italia in quanto erede di Alleanza Nazionale.

Turing vs. Enigma: una battaglia che ha deciso la Seconda Guerra Mondiale

Ad oggi, sebbene la maggior parte degli storici convenga sul fatto che non ci fu un momento unico che segnò le sorti della seconda guerra mondiale, tuttavia, in molti, soprattutto tra i più politicizzati, sostengono varie teorie, i più orientati a sinistra vedono nell’ingresso dell’URSS nella seconda guerra mondiale, un momento cruciale che forzò la mano degli USA ad entrare nel conflitto assicurando così una coalizione URSS+USA abbastanza potente da poter sconfiggere l’asse. Secondo altri il solo ingresso degli USA fu determinante ed è quindi merito esclusivo degli USA se la guerra si è conclusa con la vittoria alleata. Altri ancora sostengono che, se l’Italia non avesse iniziato il conflitto con l’Asse, le forze Naziste non si sarebbero frammentate per sopperire ai disastri bellici dell’Italia, e questo avrebbe reso molto più ostica la vittoria alleata.

La verità è che probabilmente non ci fu un singolo momento o attore decisivo per la seconda guerra mondiale, ma una serie di momenti e attori determinanti, che permisero nel tempo, agli alleati, di ottenere un vantaggio strategico sull’asse, che fu decisivo solo come insieme di una serie di innumerevoli fattori.

E uno di questi fattori vede come protagonista un matematico, l’intelligence britannica, e una macchina che permise agli alleati di sconfiggere Enigma, l’arma segreta dei nazisti.

Siamo nel 1940, la seconda guerra mondiale è iniziata da qualche mese e le comunicazioni naziste sembrano inviolabili agli occhi dei servizi britannici. I nazisti usano infatti Enigma, una sofisticata macchina in grado di cifrare i documenti e solo conoscendo la chiave di decrittazione è possibile decifrare il messaggio, ma c’è un problema, la chiave, i codici nazisti cambiano ogni giorno…

L’Intelligence militare britannica, per contrastare Enigma, avvia il programma Ultra, che raccoglie matematici, ingegneri ed esperti di crittografia, per riuscire nell’epica impresa di decifrare, ogni giorno, i codici di Enigma.

Occasionalmente riescono in tarda serata o dopo la mezzanotte, quando ormai è troppo tardi ed i codici sono già cambiati.
Tra di loro c’è un giovane matematico, Alan Turing, di cui ho già parlato in un episodio del mio podcast, con una visione innovativa, una macchina in grado di eseguire migliaia di operazioni complesse e riuscire così ad individuare la chiave di Enigma in tempi rapidi. I suoi colleghi lo considerano un folle ma qualcuno nei servizi gli dà una possibilità.
Non sappiamo quando, ma tra il 1940 ed il 1942, Turing riesce, più o meno, nell’impresa, trova una vulnerabilità nelle comunicazioni Naziste, una vulnerabilità che permetterà alla sua macchina Bomba, di decifrare i codici di Enigma in pochi secondi.

Sappiamo che almeno dal 1942 i britannici decriptano migliaia di documenti al giorno, conoscono ogni mossa dei Nazisti, i dettagli delle operazioni prima ancora che queste abbiano inizio, e grazie a loro, grazie al lavoro di Turing, gli Alleati dispongono di informazioni chiave e determinanti per poter vincere la guerra. Decidono però di non usarle, non sempre, non vogliono che i Nazisti sappiano e possano correggere la vulnerabilità.

Finita la guerra Bomba viene distrutta e tutti i documenti relativi al programma insabbiati. Solo nei primi anni 2000 il governo britannico rivela al mondo la verità.

Turing aveva trovato una vulnerabilità nelle comunicazioni naziste, non in Enigma, per questo è stato nascosto tutto, perché fino a quel momento, nessuno era riuscito a violare realmente Enigma.

Alan Turing: Il Genio di Bletchley Park

La svolta che Turing diede alla guerra parte da un’intuizione, ovvero che una macchina come enigma poteva essere battuta solo da un altra macchina, ed è proprio sulla base di questa visione e delle altre teorie di Turing che oggi il matematico britannico è considerato uno dei padri dell’informatica moderna, e per certi versi l’uomo che compì il primo cyber attacco della storia, gettando le basi non solo dell’informatica moderna, ma anche di un nuovo modo di fare e concepire la guerra, cerchiamo allora di conoscere meglio Alan Turing.

Alan Mathison Turing nasce a Londra nel 1912 e stando alle sue biografie, mostrò fin da subito uno spiccato acume matematico, si dice che a soli sedici anni fosse già in grado di comprendere gli studi di Einstein. Nel 1939, quando inizia la seconda Guerra Mondiale Turing, all’epoca ventisettenne, venne reclutato dai servizi segreti britannici come crittografo e assegnato alla Stazione X, la base militare segreta di Bletchley Park a circa 75 km a nord ovest da Londra.

In poco tempo viene nominato alla guida di un team di ricercatori il cui obiettivo è quello di decifrare il sofisticato codice Enigma utilizzato dai nazisti nelle loro comunicazioni riservate.

I Britannici sono infatti in grado di intercettare diverse comunicazioni crittografate dell’aviazione tedesca, comunicazioni che però sono inutili se non decifrate e decifrarle significa conoscere i piani segreti ed i dettagli delle operazioni naziste in corso, in termini pratici sarebbe come avere accesso ai centri di comando dell’asse. 

Il team di Turing si compone di menti brillanti, matematici, linguisti, egittologi e si ipotizza anche giocatori di scacchi ed esperti di cruciverba, le cui competenze prese singolarmente non erano significative, ma combinate diventavano determinanti nella lotta contro Enigma.

In tutto questo però, Turing è mosso da un idea innovativa e controversa, è fermamente convinto che solo una macchina possa sconfiggere una macchina come Enigma, il dispositivo tedesco usato per cifrare i messaggi nazisti. 

Enigma: La Macchina “Impenetrabile”

Enigma era considerata all’epoca l’arma segreta del Reich, un dispositivo complesso, progettato negli anni 20 e perfezionato nel corso di due decenni, dall’aspetto e le dimensioni di una macchina da scrivere dotata di due tastiere: quella inferiore serviva per scrivere, mentre quella superiore componeva il testo cifrato.

Alla base di enigma, un ingegnoso meccanismo di cifratura basato su rotori mobili che, attraverso una complessa griglia elettrica e vari rotori permette di cifrare il messaggio. In sostanza, quando operatore digitava una lettera sulla tastiera inferiore, il meccanismo si attivava e producendo come risultato una lettera completamente diversa. Inoltre, i rotori si attivavano ad ogni input, così che la stessa lettera, se digitata più volte, venisse cifrata in modi differenti.

Dal 1932 prima il governo di Weimar e poi del Reich, autorizzarono l’utilizzo del dispositivo Enigma-I e durante la seconda guerra mondiale, i nazisati introdussero in enigma un sistema a cinque rotori di cui ne venivano utilizzati tre diversi ogni giorno, e la taratura dell’apparecchio (basata sulla scelta dei rotori, dei cavi da connettere e della loro posizione) cambiava ogni 24 ore, a mezzanotte, che aggiungeva un ulteriore livello di difficoltà, un limite tempo che rendeva la decifrazione di Enigma, qualcosa di virtualmente impossibile. Le forze armate naziste erano certe di disporre di un canale di comunicazione assolutamente sicuro motivo per cui non si preoccupavano troppo di possibili intercettazioni. Ed è qui che i nazisti commisero il primo errore.

La Bomba di Turing: Battere una Macchina con un’Altra Macchina

Turing era assolutamente certo che l’unico modo per sconfiggere una macchina come Enigma fosse attraverso l’utilizzo di un altra macchina, fortunatamente per lui, già altri matematici, ben prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, avevano iniziato a lavorare ad una macchina per decifrare Enigma, ed è proprio da questa macchina già esistente, denominata The Bombe, progettata dal matematico polacco Marian Rejewsk dell’università di Poznan, che partirono gli studi di Turing.

The Bombe era sostanzialmente un clone di Enigma, reso “obsoleto” dai miglioramenti adottati dai nazisti negli ultimi anni e il lavoro di Turing consistette principalmente nel potenziare The Bombe, sfruttando complessi circuiti logici che permettevano alla macchina di elaborare una sofisticata catena di deduzioni logiche, attraverso una serie di condizioni “se-allora-altrimenti”, ancora oggi uno dei concetti di base di qualsiasi software informatico, dalla banale calcolatrice alle LLM.

In sostanza, sfruttando vari passaggi logici, la macchina di Turing eliminava velocemente le combinazioni impossibili, riducendo drasticamente il tempo necessario per trovare la configurazione corretta.

Secondo alcune fonti (non confermate), il 14 gennaio 1940 Turing riuscì per la prima volta nella propria impresa decifrando i codici di Enigma. Non sappiamo se questa data è reale perché per anni il governo britannico impose il segreto sull’operazione di intelligence che fornì agli Alleati un vantaggio strategico incalcolabile durante il conflitto. Oggi sappiamo che dal 1942 i britannici furono in grado di decifrare regolarmente e in maniera sistematica i codici nazisti, non abbiamo però informazioni certe sul periodo che va tra il 1940 e il 1942. 

La vulnerabilità dietro i codici nazisti

Che i britannici avessero decifrato i codici nazisti è noto fin dagli anni 50, ma il modo in cui i britannici hanno sconfitto enigma, è diventato di pubblico dominio solo nei primi anni 2000, quando il governo britannico ha declassificato le informazioni relative al programma Ultra.

Oggi sappiamo che, nonostante le teorie e gli sforzi tecnologici messi in campo da Turing, in realtà la teoria per cui solo una macchina poteva sconfiggere Enigma, si è rivelata errata. Perché Enigma non è stata sconfitta realmente da una macchina, ma i suoi codici sono stati violati da una vulnerabilità esterna alla macchina, sfruttando un errore umano.

I crittografi di Bletchley Park scoprirono che, nonostante il cambio quotidiano della taratura, esistevano una serie di pattern ricorrenti nei messaggi. Alcune comunicazioni seguivano formati standard, come ad esempio i rapporti meteorologici o i saluti militari formali. 

La presenza di questi elementi offriva ai crittografi quello che chiamavano “cribs” (indizi) – frammenti di testo che si supponeva essere presenti nei messaggi cifrati e che era facile decifrare.

Turing intuì che queste vulnerabilità potevano essere sfruttate sistematicamente attraverso un approccio meccanico e logico e di conseguenza calibrò la sua Bombe affinché cercasse all’interno dei messaggi specifici pattern.
Non bisognava più “decifrare” l’intero documento, era sufficiente individuare questi pattern, decifrarli e partendo da questi ricavare i codici con cui decifrare qualsiasi altro messaggio della giornata.

L’Arte dell’utilizzo selettivo

Secondo alcuni documenti resi pubblici, il 12 giugno 1940, venne decrittato un messaggio della Luftwaffe nel quale venivano rivelati importanti dettagli sul sistema di navigazione radio utilizzato dai bombardieri tedeschi. Si trattava di un’informazione cruciale, dal valore inestimabile, ma poneva gli Alleati di fronte a un dilemma strategico fondamentale.
Usare quelle informazioni significava rivelare ai tedeschi che erano riusciti a superare i codici di Enigma, e questo avrebbe comportato una contromossa da parte dei tedeschi, che potenzialmente avrebbe reso nulla la scoperta di Turing e il vantaggio acquisito dai britannici. 

I comandanti alleati si ritrovarono così nella complessa situazione di dover decidere come e quando utilizzare le informazioni acquisite, in modo che i tedeschi non sapessero che il loro sistema era compromesso.

Si rendeva quindi necessario utilizzare le informazioni in maniera selettiva, così da non allertare i nazisti, facendo in modo che questi continuassero a credere Enigma sicuro e inviolabile. Non tutte le informazioni decifrate venivano utilizzate, e quando lo erano, si cercava sempre di mascherarne l’origine, giustificando la loro acquisizione tramite ricognizioni aeree, informatori o intercettazioni radio convenzionali.

Questa cautela, e il sacrificio morale che ne conseguì, fu qualcosa di essenziale per per mantenere il vantaggio strategico per tutta la durata della guerra e non solo. In altri termini, il sacrificio di obiettivi secondari garantiva che il segreto di Ultra rimanesse tale, garantendo agli Alleati un vantaggio strategico nei momenti davvero decisivi del conflitto. 

Un po’ come un baro al tavolo che ha in mano un poker d’assi e scarta la mano, rinunciando ad una grossa vincita, per poi vincere una cifra molto minore alla mano successiva, in modo da non destare sospetti. Allo stesso modo gli alleati rinunciarono a molte “battaglie” assicurandosi la vittoria finale.

Conclusioni

Come abbiamo visto la decrittazione di Enigma fu determinante per l’esito della seconda guerra mondiale, forse persino più significativa dell’ingresso nel conflitto di URSS e USA, si stima infatti che il lavoro di Turing abbia contribuito a ridurre la durata della guerra in Europa di circa due anni, salvando così milioni di vite. Non a caso, Churchill ed Eisenhower, sostennero che Ultra rappresentò una vera e propria svolta nel conflitto, e non solo.

Oltre al suo indubbio valore militare, la macchina di Turing fu anche la prima dimostrazione concreta dell’efficacia di un “calcolatore elettronico”, aprendo la strada allo sviluppo dei moderni computer e l’informatica moderna. 

Nonostante ciò, per ragioni di sicurezza dovute al fatto che a Bletchley Park avevano sì sconfitto Enigma, ma per una vulnerabilità umana, Turing e gli altri membri del programma Ultra furono costretti a mantenere il segreto su tutto il suo lavoro a Bletchley Park e solo decenni dopo la fine della guerra, all’inizio degli anni 2000, il loro contributi è stato finalmente riconosciuto e celebrato.

Fonti:

  1. Alan Turing: Una Vita tra Trionfo e Tragedia Paul Bremond 
  2. https://www.giornidistoria.net/14-gennaio-1940-decifrati-i-codici-enigma/
  3. https://www.kaspersky.it/blog/ww2-enigma-hack/6027/
  4. https://www.rizzolieducation.it/news/dal-codice-enigma-allintelligenza-artificiale/
  5. https://www.storicang.it/a/alan-turing-larma-segreta-degli-alleati_15245
  6. https://www.scienzagiovane.unibo.it/intartificiale/odifreddi/turing.html
  7. http://www.archivio-pq.it/2015/03/08/bletchley-park-e-ultra-the-imagination-game-capitolo-2/index.html
  8. https://amslaurea.unibo.it/id/eprint/19137/1/Tecniche%20di%20decifrazione%20e%20modelli%20matematici%20della%20macchina%20Enigma.pdf
  9. https://lorisgiuriatti.it/top-secret/codice-enigma/
  10. https://maremosso.lafeltrinelli.it/approfondimenti/alan-turing-vita-libri

Incendio del Reichstag, 27 febbraio 1933

Nella notte tra il 27 e 28 febbraio 1933, il palazzo del Reichstag a Berlino, importante edificio della democrazia tedesca dell’epoca, venne avvolto e divorato dalle fiamme. Secondo la versione ufficiale, il responsabile dell’attentato incendiario fu Marinus van der Lubbe, trovato sul posto durante le operazioni di spegnimento. La Germania era in quel tempo guidata dal neoeletto cancelliere Adolf Hitler, alla testa del partito Nazional Socialista dei lavoratori tedeschi (il partito Nazista), e il governo di Hitler trovò nell’incendio un eccellente pretesto per accusare i comunisti di cospirazione e attività sovversive, inaugurando così un epoca di forte repressione politica e sociale legittimata dal Decreto dell’Incendio del Reichstag, con cui sostanzialmente si sospendevano le libertà civili.

L’incendio del Reichstag è considerato il momento culminante della Repubblica di Weimar e l’inizio della trasformazione della Germania nel regime Nazista e ancora oggi, a distanza di quasi un secolo, il dibattito storiografico sull’effettiva responsabilità dell’incendio rimane un tema caldo.

In questo articolo voglio parlare dell’incendio del Reichstag, del contesto storico in cui avvenne, delle sue implicazioni e la sua eredità.

Cos’è il Reichstag

Se parliamo dell’incendio del Reichstag, è importante capire cos’è il Reichstag. In breve, il Reichstag è un edificio che ospitava, fin dal 1894 la camera bassa del parlamento tedesco, costituito nel 1871. Il Reichstag ha accompagnato la politica sia del Deutsches Reich (l’Impero Tedesco) che della Repubblica di Weimar.

L’edificio del Reichstag è stato progettato costruito, tra il 1884 e il 1894, dall’architetto Paul Wallot, e inaugurato nel 1894 dall’imperatore Guglielmo II, che tuttavia, ne criticò l’estetica neorinascimentale, definendo l’edificio un “monumento al cattivo gusto”.

Come anticipato, tra il 1894 ed il 1933 il Reichstag ha ospitato la camera bassa del parlamento tedesco, questa camera era composta da deputati eletti tramite suffragio universale maschile. Il potere esecutivo invece, rimaneva nelle mani dell’imperatore (fino al 1918) e con l’istituzione della Repubblica di Weimar, passava nelle mani del presidente della Repubblica, che de facto sostituiva l’Imperatore.

Il contesto storico dell’incendio del Reichstag

Nel 1918, con la fine della prima guerra mondiale da cui l’Impero tedesco esce sconfitto, viene istituita la Repubblica di Weimar (1919-1933, si tratta sostanzialmente di un esperimento democratico molto fragile sorto in un epoca post bellica, di grande crisi economiche, in un paese contaminato e divorato da conflitti sociali e instabilità politica. Una serie di fattori che rendono la Repubblica di Weimar storicamente un istituzione debole. Alla base della repubblica c’era la Costituzione di Weimar, approvata nel 1919. Questa costituzione garantiva una serie di libertà civili e suffragio universale maschile, tuttavia, il sistema l’estremo militarismo prussiano e le ambizioni rivoluzionarie portarono ad una forte polarizzazione del clima politico tra estremismi di destra e di sinistra, senza troppo margine di manovra per le forze politiche più moderate.

In questo clima, partiti tradizionali come la SPD (socialdemocratici) e la DNVP (conservatori), persero progressivamente consenso, mentre il Partito Nazista (NSDAP), riuscì a crescere e imporsi rapidamente come principale forza antisistema, sfruttò soprattutto il malcontento popolare.

Nei primi anni 20 la dimensione politica del partito Nazista è marginale, tuttavia, sulla fine del decennio, grazie anche ad elementi strutturali come la crisi economica del 1929, una forte ondata inflazionistica e un tasso di disoccupazione crescente, alimentarono una forte sfiducia nei confronti delle istituzioni e, in un clima di forte sfiducia istituzionale, quelle forze politiche che si presentavano alla popolazione come paladini dell’ordine contro la barbarie bolscevica, riuscirono ad aumentare rapidamente i propri consensi.

Così, Hitler e la NSDAP, impostarono una forte campagna propagandistica di matrice antisocialista e anticomunista. I comunisti (KPD) ed i movimenti socialisti vennero accusati di minare l’unità nazionale, di cospirare intenzionalmente contro la nazione ed i tedeschi. La strategia propagandistica è un successo al punto che la propaganda antisocialista e anticomunista divenne una delle colonne portanti della strategia politica nazista.

In un primo momento le tensioni politiche crebbero a dismisura, sfociando in un clima di guerra civile latente, con attentati e scioperi, gli scontri di piazza, amplificati dalla violenza delle SA (squadrismo nazista) divennero una routine. In questo clima di disordine sociale il governo di Heinrich Brüning (1930-1932) fece ricorso ad una serie di decreti d’emergenza, con cui scavalcò sistematicamente il Reichstag, accelerando in questo modo l’erosione della già flebile democrazia tedesca dei primi anni 30.

Alle elezioni del 1932, i nazisti divennero il primo partito del Reichstag, senza però ottenere la maggioranza assoluta, tuttavia, grazie ad una serie di fruttuose e prolifiche alleanze tra élite conservatrici e radicali di destra, nel gennaio del 1933, Adolf Hitler riuscì ad ottenere la nomina di Cancelliere della repubblica di Weimar.

La nomina di un cancelliere come Adolf Hitler, portò ad un ulteriore deterioramento del clima politico e sociale, già devastato da un contesto di crisi e forte polarizzazione e per molti segnò l’inizio della fine per la Repubblica di Weimar.

La notte dell’incendio del Reichstag

A poche settimane dalla nomina di Hitler come nuovo cancelliere tedesco, nella serata del 27 febbraio 1933, alle 21:14, un violento incendio divampò all’interno del palazzo del Reichstag di Berlino. L’incendio divorò in pochi minuti l’aula della plenaria e parte dell’edificio. Stando alle cronache dell’epoca, la presenza nell’edificio di materiali altamente infiammabili come tendaggi e documenti, alimentarono rapidamente le fiamme rendendo l’incendio incontrollabile nonostante l’arrivo repentino e quasi immediato dei pompieri sul posto.

Nelle ore seguenti all’incendio i pompieri impegnati nelle operazioni di spegnimento dell’incendio, ritrovarono all’interno dell’edificio Marinus van der Lubbe, un giovane olandese, con simpatie comuniste, che secondo la versione ufficiale indossava indumenti bruciacchiati e portava con se attrezzi da lavoro. Lubbe era sopravvissuto all’incendio e venne immediatamente arrestato con l’accusa di aver appiccato il fuoco per conto del Partito Comunista Tedesco (KPD). Da quel che sappiamo, Lubbe dichiarò di aver agito da solo, tuttavia, per la propaganda Nazista Lubbe operava per conto del KPD e l’evento venne raccontato come una prova evidente di un complotto comunista che innescò una reazione a catena di responsabilità ed accuse politiche culminate nella fine della democrazia di Weimar e la nascita del terzo Reich.

Non troppo tempo dopo l’identificazione di van der Lubbe giunsero sul posto anche Adolf Hitler ed Hermann Göring e fu quest’ultimo a dichiarare, dopo aver appreso delle simpatie del giovane olandese per il comunismo, che l’incendio era stato orchestrato dai comunisti.

Il Decreto dell’Incendio del Reichstag (28 febbraio 1933)

Il vero momento di svolta per la democrazia tedesca fu il giorno successivo all’incendio del Reichstag, il 28 febbraio 1933. In quella data il presidente della repubblica di Weimar, Paul von Hindenburg firmò un decreto d’emergenza, detto “Reichstagsbrandverordnung” proposto da Hitler e i Nazisti, con cui si sospendeva parte della Costituzione di Weimar, in altri termini, numerose libertà civili garantite dalla costituzione vennero sospese.

Con la promulgazione del “Decreto per la protezione del Popolo e dello Stato” il governo ottenne il potere di limitare la libertà di stampa, di espressione e di riunione, inoltre poté legalizzare perquisizioni domiciliari e arresti arbitrari. Grazie a questo decreto, fu possibile avviare un imponente campagna repressiva ai danni di comunisti e socialdemocratici, accusati da Hermann Göring di aver attentato al Reichstag. In pochi giorni ci furono migliaia di arrestati e molti intellettuali, sindacalisti, giornalisti e politici furono costretti alla clandestinità.

Non è tutto, con questo decreto, in nome della sicurezza del popolo e lo stato, si conferivano al cancelliere tedesco, in quel momento Adolf Hitler, una serie di poteri straordinari, che rendevano superfluo il parlamento tedesco accelerando la trasformazione della Germania in uno stato autoritario e totalitario. Il Reichstagsbrandverordnung, prodotto come decreto d’emergenza, rimase in vigore per tutta la durata del Terzo Reich.

Teorie e dibattiti storiografici

Come abbiamo visto, secondo la versione ufficiale, sostenuta dalle autorità naziste, l’incendio del Reichstag fu un attentato di matrice comunista per destabilizzare il governo e di tale attentato uno degli esecutori materiali fu il giovane olandese Marinus van der Lubbe, il quale ha sempre dichiarato di aver agito da solo.

Questa versione della storia tuttavia non sembra convincere del tutto, e nel tempo ci sono state varie revisioni da parte di numerosi storici che mettono in discussione alcuni punti della narrazione. Uno degli aspetti maggiormente criticati della versione ufficiale è il ruolo di Lubbe nell’intera vicenda, secondo diversi autori infatti, la velocità e la portata dell’incendio non sembrano compatibili con la possibilità che un giovane abbia agito da solo. Molti ipotizzano che l’incendio possa essere stato organizzato e attuato dagli stessi Nazisti e che van der Lubbe non sia altro che un capro espiatorio finalizzato alla repressione politica.

A sostegno di questa tesi, l’estrema rapidità con cui è stato scritto, presentato e approvato il Decreto per la protezione del Popolo e dello Stato. Secondo alcuni storici, un altra prova a sostegno di questa tesi, sono testimonianze di chi assistette all’incendio. Molti infatti hanno sostenuto la presenza di squadre delle SA (le milizie naziste) all’interno del Reichstag prima dell’incendio, e alcuni sostengono l’esistenza di documenti mostrerebbero una pianificazione preventiva di misure repressive. Tali documenti tuttavia potrebbero non avere alcun legame diretto con l’attentato e potrebbero essere scollegati da un articolato piano eversivo e limitarsi ad una mera strategia repressiva da attuare in caso di ascesa al potere.

Conseguenze politiche e ascesa della dittatura

Il 5 marzo 1933 si tennero nuove elezioni parlamentari, quelle che ad oggi sono ufficialmente le ultime elezioni della Repubblica di Weimar. Quelle elezioni furono profondamente influenzate dall’incendio del Reichstag e dalla successiva repressione nazista che costò al Partito Comunista Tedesco oltre il 4,6% dei consensi rispetto alle elezioni di Novembre, mentre il Partito Nazionalsocialista di Hitler guadagnò oltre il 10%, conquistando il 43,9% dei consensi, imponendosi nuovamente come primo partito, senza però ottenere, ancora una volta, la maggioranza assoluta di seggi (288/647).

Pur non avendo la maggioranza assoluta, Hitler riuscì ad ottenere l’incarico di cancelliere, sostenuto dai conservatori del DNVP e il 23 marzo 1933, il Reichstag approvò la Ermächtigungsgesetz, una legge che conferì al cancelliere il potere di emanare leggi senza il consenso del parlamento, una legge che sostanzialmente conferiva ad Hitler pieni poteri, segnando de facto la fine della democrazia tedesca.

Il Concistoro: possibili dimissioni del papa

Il Papa non è solo il capo della chiesa cattolica, ma è anche il sovrano assoluto dello stato Vaticano, uno stato che sorge nel cuore di Roma entro le mura di “città del vaticano”, ed è l’unica e ultima monarchia assoluta al mondo.

Il governo dello stato vaticano è affidato a diversi funzionari, principalmente cardinali, scelti e nominati dal Papa e generalmente risiedenti al Vaticano. Nella gerarchia della Chiesa, il Papa nomina Cardinali, Arcivescovi e Vescovi, questi invece ordinano i sacerdoti.

Il Papa, la cui carica è a vita, ma può dimettersi, è a sua volta eletto dai Cardinali riuniti nel Conclave, quest’ultimo ovvero è un organo collegiale che si riunisce esclusivamente per l’elezione del nuovo papa a circa 15 giorni dall’inizio della sede vacante. La sede vacante inizia con la morte o dimissione del pontefice.

Il collegio cardinalizio, ovvero l’insieme di tutti i cardinali, può essere convocato dal pontefice per definire l’andamento spirituale e politico della chiesa, e tale convocazione può avere forma più o meno estesa, a seconda delle decisioni e della rilevanza delle decisioni che verranno prese.

Il concistoro

Come anticipato, il collegio Cardinalizio può essere convocato dal papa in vari momenti e modalità ed una di queste modalità è detta concistoro, si tratta di un’assemblea solenne della Chiesa Cattolica Romana, presieduta dal Papa e composta dai cardinali del Collegio Cardinalizio e rappresenta uno dei momenti più antichi e significativi del governo ecclesiastico.

Il termine concistoro deriva dal latino consistorium che significa luogo di riunione o assemblea. L’oggetto di questa assemblea è solitamente relativo a questiono dottrinali, disciplinari o per la creazione di nuovi cardinali, vi sono tuttavia anche altre possibili “motivazioni”.

In effetti l’evoluzione storica del Concistoro è estremamente ampia e complessa, i primi esempi di concistoro di cui abbiamo traccia risalgono al IV secolo. All’epoca i vescovi si riunivano intorno al Papa per discutere questioni dottrinali. A partire dal XII secolo tuttavia, il concistoro divenne un organo amministrativo, molto strutturato e dal 1215, a seguito del Concilio Lateranense IV, il ruolo del concistoro venne formalizzò. Da quel momento il concistoro gode di potere decisionale in materia di fede, elezione dei vescovi (e cardinali) e riforme legislative.

In epoca più moderna, a partire dal Rinascimento, il concistoro ha visto aumentare la propria valenza politica, ed è diventato uno strumento estremamente importante nel determinare gli equilibri tra Santa Sede prima e lo stato vaticano poi, e le varie potenze europee. A partire dal 1870, con il Concilio Vaticano I, in cui si definì il dogma dell’infallibilità papale, il concistoro si è fortemente ridimensionato, ed ha perso gran parte del potere e peso decisionale acquisito in precedenza, diventando tuttavia, un momento chiave nella selezione dei cardinali e nella preparazione dei conclavi.

Struttura e Partecipanti

Esistono diverse forme di Concistoro di cui siamo a conoscenza, tutte presiedute dal Papa. Tra questi abbiamo il Concistoro Ordinario, generalmente convocato per questioni routine, come la canonizzazione di santi o nomine episcopali. Il Concistoro Straordinario, riservato a temi urgenti o complessi, come crisi dottrinali o riforme istituzionali, abbiamo poi il Concistoro Pubblico, una cerimonia aperta ai fedeli, spesso per la creazione di nuovi cardinali e in fine, il Concistoro Segreto, una sessione riservata ai cardinali per discutere argomenti delicati, tra cui le possibili dimissioni del pontefice.

Concistoro e dimissioni

Nel proprio pontificato, Papa Francesco ha convocato diversi concistori tra cui un concistoro straordinario nel 2014, per discutere la famiglia, in preparazione al Sinodo del 2015 o il concistoro del dicembre 2024, cui ha creato 21 nuovi cardinali. Nel 2013 invece, il predecessore di Bergoglio, Papa Benedetto XVI ha convocato un concistoro segreto, alla cui conclusione ha annunciato le proprie dimissioni, l’inizio della sede vacante e il successivo conclave in cui come sappiamo, venne eletto Papa Francesco.

Conclusione

In definitiva quindi, il concistoro rappresenta una delle colonne portanti del governo ecclesiastico, sintetizza in esso tradizione e adattamento ai contesti storici. Durante il Concistoro il Papa esercita quello che è detto munus petrinum (compito di Pietro), garantendo continuità dottrinale e rispondendo alle sfide contemporanee e la sua convocazione segnala sempre un momento di svolta, sia per la vita interna della Chiesa sia per il suo rapporto con il mondo.

Sul finire di febbraio 2025, più precisamente il 26 febbraio, durante la propria degenza in ospedale, e il susseguirsi di bollettini clinici complessi che hanno messo in agitazione milioni di fedeli, Papa Francesco ha convocato un concistoro. Non si conosce ancora l’oggetto di tale vertice ecclesiastico, ciò che sappiamo è che il Collegio dei Cardinali Elettori è al momento composto da 138 cardinali, 21 dei quali nominati a dicembre 2024, e al massimo possono esserci 150 cardinali elettori. È quindi improbabile che il concistoro convocato d’urgenza da papa francesco presso l’ospedale gemelli di Roma, serva per la nomina di nuovi cardinali, siamo inoltre in pieno giubileo ed è quindi da ritenersi altamente improbabile un grande dibattito dottrinale, anche perché il policlinico gemelli non è proprio il luogo più adatto per dibattiti dottrinali.

Molti ipotizzano ad un possibile passo in dietro di Papa Francesco, che come il proprio predecessore, in un momento di grande sofferenza, scelse le dimissioni rimettendo la guida della chiesa cattolica nelle mani di un nuovo papa, più “giovane” e in salute.

Leggi anche il mio articolo sui cardinali papabili.

Cina: La Città Proibita

Un Viaggio nella Storia, nell’Architettura e nel Simbolismo

Nel cuore antico di Pechino, sorge la Città Proibita, uno dei monumenti più iconici della storia cinese che, per quasi mezzo millennio è stata il cuore pulsante della politica Cinese. Tra il 1420 e il 1912, la Città Proibita ha ospitato il centro politico e cerimoniale dell’Impero cinese, e tra i suoi edifici hanno camminato 24 imperatori delle dinastie Ming e Qing.

Il suo nome, “Città Proibita” è estremamente evocativo e affonda le proprie origini nel corso dei secoli. In questo articolo andremo alla ricerca delle sue origini ed esploreremo la sua funzione nel periodo in cui è stata il centro di potere più importante dell’Impero Cinese e dell’intera Asia.

Le Origini della Città Proibita

La storia della Città Proibita inizia in tempi relativamente recenti, siamo nel XV, la Cina è governata dalla dinastia Ming, e sul trono imperiale siede l’imperatore Yongle, terzo sovrano della suddetta dinastia Ming. Il regno di Yongle durerà tra il 1402 e il 1424 e rappresenta un punto di svolta nella politica cinese. Yongle decise di trasferire la capitale imperiale dalla tradizionale Nanchino a Pechino. La scelta è di natura politica, Trasferire la capitale, e con essa l’intera corte imperiale a Pechino, significa consolidare il controllo imperiale nella regione settentrionale dell’impero, che in quel periodo era oggetto di diverse incursioni mongole.

Portare la capitale a Pechino permette all’imperatore di controllare meglio l’esercito impegnato al nord, e quindi respingere con maggiore efficacia lee incursioni mongole. Qualcosa di analogo è stato fatto più di un millennio prima, anche nel mediterraneo, da diversi imperatori Romani, che spostarono la corte militare da Roma alle regioni più bellicose, come l’area germanica e l’oriente. Pensiamo a Costantino. Ecco Yongle è una sorta di Costantino dell’impero cinese dei Ming, e Pechino in un certo senso la sua Costantinopoli.

Per trasferire la capitale, e costruire per l’intera corte imperiale palazzi ed edifici che permettessero di amministrare il paese, furono impiegati, secondo la tradizione, oltre un milione di operai e artigiani, e nel 1420 venne inaugurata, nel cuore di Pechino, la “città proibita”.

Un complesso edilizio senza eguali, che si estendeva su una superficie di circa 72 ettari interamente circondato da mura alte 10 metri e profondi fossati. All’interno delle mura sorgevano oltre 1.000 edifici, la maggior parte dei quali adibiti a palazzi residenziali per funzionari e ospiti, ma non mancano templi, giardini e cortili. L’intera città proibita è stata progettata, sia dal punto di vista architettonico che organizzativo, secondo i principi del feng shui riflettendo così la cosmologica cinese e ponendo l’accento sull’armonia tra cielo, terra e uomo.

Il Significato del Nome: Perché “Proibita”?

Per quanto riguarda il nome, questa in origine si chiama Zǐjìn Chéng, un termine composto da tre parole, ovvero Zǐ, Jìn e Chéng che insieme formano appunto 紫禁城 (Zǐjìn Chéng), il cui significato può essere tradotto letteralmente in Città Proibita della Porpora Celeste, questo perché il termine 紫 (Zǐ) significa “porpora” o “viola”. Tale colore, secondo la tradizione cinese, era associato alla Stella Polare, stella che, nella cosmologia cinese rappresentava il centro celeste dell’universo. Il colore porpora è associato anche all’Imperatore, questo perché secondo la tradizione, l’Imperatore era il “Figlio del Cielo” e la sua residenza rappresentava la dimora terrena del potere divino.

Il termine 禁 (Jìn) invece significa “proibito” o “vietato”. Questo è esplicativo del fatto che l’accesso alla Città riservato solo a pochi privilegiati, per lo più nobili, funzionari, o al più, ospiti dell’imperatore. Pertanto, l’accesso alla città era rigidamente controllato e alla maggior parte della popolazione non solo non era consentito accedervi, ma era proprio vietato l’accesso.

In fine, il termine 城 (Chéng) significa semplicemente “città” o “fortezza”.

Come anticipato, Zǐjìn Chéng significa “letteralmente” Città Proibita della Porpora Celeste, mentre una traduzione più “concettuale”, un adattamento del nome, potrebbe essere Fortezza/Città Proibita dell’Imperatore, e in effetti, Zǐjìn Chéng non è altro che la “fortezza dell’Imperatore” e nell’uso comune col tempo è diventata la Città Proibita.

La Funzione della Città Proibita

La Città Proibita è un centro di potere a tutti gli effetti, un po’ come lo è ad oggi il “Vaticano” o Washington DC, e volendo fare un parallelismo con Washington la città proibita in senso stretto, è un po’ come se fosse la Casa Bianca. Ma la città proibita non è solo la residenza imperiale, è appunto una città, ed ospita anche il centro amministrativo e cerimoniale dell’Impero, e si articola in due grandi aree interne alle mura.

L’area più interna, è detta Nèicháo ed era riservata alla vita privata della famiglia imperiale, analogamente al giardino e il secondo piano della Casa Bianca. Questa parte della città comprendeva i quartieri dell’imperatore, della sua consorte e del suo harem. Non mancano giardini, biblioteche e sale per la meditazione.

L’area più esterna invece, è detta Wàicháo ed ospitava amministrativi, e quelli dedicati alle attività ufficiali, un esempio noto è la Sala della Suprema Armonia (Taihe Dian), che ospitava le cerimonie più importanti, come l’incoronazione degli imperatori e la nomina dei funzionari di corte. Volendo sempre mantenere il parallelismo con la White House e Washington, è come se la Taihe Dian fosse lo studio ovale dell’imperatore cinese mentre altri edifici nella Wàicháo assumevano altre funzioni che possiamo associare ai vari dipartimenti, al congresso e al pentagono.

La Città proibita però non è solo una residenza e luogo amministrativo, ma è anche un un simbolo del potere assoluto dell’imperatore. E in questo possiamo associarla ad altri edifici che nella storia occidentale abbiamo imparato a conoscere meglio, pensiamo alla Domus Aurea di Nerone, alla città del Vaticano, alla Reggia di Versailles di Luigi XIV o la White House.

Declino e Rinascita

La città proibita è stata il centro del potere imperiale tra il 1420 ed il 1912. Nel 1912 la Città Proibita il proprio ruolo politico, simbolico e la sua funzione di sede del potere imperiale a seguito della caduta dell’imperatore Puyi, l’ultimo imperatore cinese della dinastia Qing.

Sebbene la città non fosse più sede del governo, Pu Yi e molti dei suoi funzionari, rimasero “prigionieri” nella Città Proibita fino al 1924, quando Feng Yuxiang prese il controllo di Pechino con un colpo di Stato e negli anni seguenti, la città proibita è stata progressivamente abbandonata. Nel complesso, guerre e rivoluzioni del XX secolo hanno contributo a danneggiare enormemente la città proibita, almeno fino agli anni 80.

Nel 1987 l’UNESCO ha inserito il “palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing” tra i siti patrimonio dell’umanità, e da quel momento la città Proibita ha visto una seconda vita questa volta come città museo, non più aperta ad una cerchia ristretta di funzionari imperiali, ma totalmente aperta al pubblico e si stima che ogni anno attiri milioni di visitatori da tutto il mondo.

Conclusione

La Città Proibita è molto più di un semplice palazzo imperiale: è un libro di storia scritto in pietra, legno e oro. Attraverso la sua architettura e il suo simbolismo, racconta la storia di un impero, delle sue tradizioni e del suo rapporto con il divino. Oggi, mentre camminiamo tra le sue sale e cortili, possiamo immaginare la vita di imperatori, cortigiani e servitori che hanno plasmato il destino della Cina per secoli. La Città Proibita, con il suo fascino senza tempo, continua a ispirare e a stupire, offrendoci una finestra sul passato glorioso di una delle civiltà più antiche del mondo.