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A Livermore c’è una lampadina accesa dal 1901

La lampadina centenaria di Livermore, è accesa (quasi) ininterrottamente dal 1901. Ma perché questa lampadina, estremamente longeva, del secolo scorso è così importante? La risposta è in una parola, anzi due, obsolescenza programmata, e questa lampadina è un residuo del mondo precedente la sua introduzione.

Quando si parla di obsolescenza programmata, spesso lo si fa in modo critico e in termini estremamente negativi, ignorando la storia di questa pratica, dalla dubbia moralità, che determinato le sorti della nostra civiltà, al pari della prima e della seconda rivoluzione industriale, e qualcuno, azzarda, con un po’ di imprudenza, che l’obsolescenza programmata, rappresenti de facto, la terza rivoluzione industriale.

La sua storia inizia ufficialmente nel 1924, negli stati uniti d’america, quando alcune aziende produttrici di lampadine decisero di unirsi insieme e stabilirono un tempo predeterminato per la vita delle lampadine di loro produzione, costituendo, de facto, il primo caso certo (e ampiamente documentato) di obsolescenza programmata della storia.

Nel 1924 diverse società attive nella produzione di lampadine (tra le principali General Electric Company, Tungsram, Compagnie di Lampes, OSRAM, Philips), fondarono il cartello Phoebus, per la produzione e vendita delle lampadine, e le società che si adeguarono al cartello iniziarono a “programmare” il tempo di vita delle lampadine, così che dopo un certo numero di ore di utilizzo, fosse necessario sostituirle.

Ad oggi molte lampadine indicano una durata che va mediamente dalle 1000 alle 30000 ore (mediamente 15000).

Trentamila ore sono tante direte voi, beh, in realtà anche centomila ore di utilizzo probabilmente sarebbero sono poche se rapportate alla longevità di alcune delle lampadine (alogene) prodotte prima del 1924, ed ho un esempio che sono sicuro, vi lascerà letteralmente senza parole.

Negli USA, in una caserma dei pompieri di Livermore, è presente una lampadina che è accesa ininterrottamente dal 1901. In realtà non è proprio accesa dal 1901, la sua storia è divisa in due step, questa lampadina è stata accesa per la prima volta nel 1901 ed è rimasta accesa fino al 1976, quando venne spenta per circa 23 minuti, a causa di un trasferimento della caserma in un nuovo edificio, poi venne riaccesa, e attualmente è ancora lì, ancora accesa.

Secondo alcune leggende metropolitane, durante lo spostamento della lampadina la popolazione di Livermore rimase letteralmente con il fiato sospeso in quei 23 minuti, perché temevano che la lampadina, ormai divenuta simbolo intramontabile della cittadina, potesse non riaccendersi.

Il caso della vecchia Centennial Light, è ovviamente un caso estremo, non tutte le lampadine prodotte all’inizio del XX secolo erano così longeve, ma erano comunque molto longeve, abbiamo lampadine accese agli inizi del XIX secolo e sostituite per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, e questa longevità forse eccessiva è il motivo per cui i produttori di lampadine associati al cartello (ma in realtà tutti i produttori di lampadine) hanno deciso di limitare il tempo di vita delle proprie lampadine.

Senza girarci troppo attorno, se vendi lampadine e produci una lampadina che dopo oltre un secolo di illuminazione costante, continua a fare luce, beh, ne hai sicuramente un grande ritorno a livello di immagine, e questo è innegabile, ma poi, in termini di economia reale, ne ricevi un danno, perché quando tutti avranno acquistato le tue lampadine “eterne“, a quel punto non ci sarà più mercato e la tua azienda, che produce e vende lampadine, non avrà nuovi clienti per almeno un secolo, e sarà quindi destinata a fallire o comunque a limitare o sospendere la produzione.

Da questo punto di vista, il cartello Phoebus, che rimase attivo tra il 1924 ed il 1939, ideando l’obsolescenza programmata segnò un passo importantissimo nella storia economica dell’età contemporanea e non solo, giocò anche un ruolo centrale, soprattutto negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, nel definite il carattere e le abitudini della società dei consumi, di fatto diventando il punto d’origine del consumismo reale.

Oggi l’obsolescenza programmata è di diversa natura ed è praticata, più o meno direttamente, da qualsiasi produttore di qualsiasi cosa sul pianeta, dalle scarpe ai pc alle automobili. Oggi, qualsiasi cosa è soggetta, inevitabilmente all’obsolescenza programmata, un obsolescenza che spinge il consumatore, dopo qualche anno di utilizzo a sostituire un prodotto con un analogo più recente, e molto spesso non a causa di un guasto o di un malfunzionamento, ma semplicemente perché il proprio prodotto è banalmente troppo vecchio.

Oggi i consumatori sono spinti a riacquistare periodicamente un qualcosa che fondamentalmente ha la stessa funzione di qualcosa di cui già disponeva, perché sul mercato è stata rilasciata una nuova versione più potente, più efficiente, con più funzioni, più aggiornata, che consuma meno, che produce meno rifiuti, o che banalmente, ha un design più moderno.

Al giorno d’oggi l’obsolescenza programmata è tacitamente accettata dai consumatori, nonostante in alcuni casi si muova in una zona grigia ai limiti della legalità che, in alcuni casi ha portato a vere e proprie condanne ad alcune multinazionali un po’ troppo spregiudicate nel mettere in atto questa pratica dalla doppia faccia.

Da un lato l’obsolescenza programmata rappresenta il cuore pulsante dell’economia di mercato, e di fatto tiene in vita l’attuale sistema economico, e ci aiuta a consumare col tempo meno energie o inquinare meno, facendoci magari acquistare, una lampadina prodotta con materiali riciclabili invece che tossici e che consuma meno energia, ma dall’altra parte, la necessità di alimentare i mercati, produce parallelamente una quantità crescente rifiuti e la produzione costante richiede un consumo continuo di energie.

L’impatto dell’obsolescenza programmata sulle nostre vite, sulla nostra economia, e in termini più ampi, sul nostro stesso pianeta, è qualcosa di enorme, se una lampadina durasse mediamente cento e non due anni, da un lato cambieremmo lampadine in casa probabilmente una sola volta nella nostra vita, di conseguenza producendo meno rifiuti, dovendo gettare meno lampadine guaste e non avendo confezioni di nuove lampadina da smaltire e allo stesso tempo richiederemmo al pianeta un minore consumo di risorse, perché l’industria produrrebbe meno lampadine, ma, allo stesso tempo, proprio la minor produzione di lampadine impiegherebbe meno operai sia in fase di produzione che di estrazione delle materie prime che in fase di commercio, ci sarebbe di fatto meno lavoro e questo significherebbe meno denaro in circolazione, con tutte le ovvie conseguenze del caso, sia per le aziende, che per i lavoratori, che per gli stati.

L’obsolescenza programmata, al di la di tutto, ha cambiato il nostro mondo e rivoluzionato la nostra economia e la nostra società, la sua introduzione forse un giorno verrà considerata come l’alba della terza rivoluzione industriale, più silenziosa e sotterranea delle precedenti, o forse, verrà riconosciuta come la causa principale degli enormi danni ambientali provocati dall’uomo proprio a partire dalla sua introduzione, poiché l’obsolescenza programmata ha attivato un meccanismo di produzione costante che ha moltiplicato esponenzialmente il nostro fabbisogno energetico quotidiano.

Se l’obsolescenza programmata è un bene o un male, lo lascio decidere a voi, fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti.

Io sono Antonio e vi do appuntamento al prossimo episodio del podcast, L’osservatorio.

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