Antisemitismo, tra etimologia e definizione IHRA

Secondo l’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), quella che segue è la definizione del termine Antisemita “Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews. Rhetorical and physical manifestations of antisemitism are directed toward Jewish or non-Jewish individuals and/or their property, toward Jewish community institutions and religious facilities.”

Tale definizione è adottata ufficialmente dall’IHRA dal 26 maggio 2016 e dall’UE dal 2017.

In Europa quindi, il termine “antisemita” significa “legalmente” questo “Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews. Rhetorical and physical manifestations of antisemitism are directed toward Jewish or non-Jewish individuals and/or their property, toward Jewish community institutions and religious facilities.”

La storia del termine però è molto più ampia e complessa, e produce una definizione molto diversa.

E qui sorge per me un problema enorme, perché mi ritrovo con due definizioni, anzi, due significati, uno dei quali è artificiale, calato dall’alto e deve essere accettato (anche per ragioni legali), che non può essere verificato se non con un singolo documento del 2016.

Ed un secondo significato, più ampio, complesso, profondo, che può essere analizzato dal punto di vista storico e linguistico, che può essere verificato attraverso oltre 2 secoli di studi, innumerevoli ricerche e fonti e soprattutto attraverso la comparazione di documenti e fonti prodotte in contesti diversi. Definizione che include la definizione arbitraria dell’IHRA, che nei fatti non risulta inesatta, ma sostanzialmente incompleta.

L’aggettivo “Semitico”

La parola “Semitico” viene coniato nel XVIII secolo, nel 1781 dallo storico tedesco August Ludwig von Schlözer (l’uomo nel ritratto) che trova origine nella “Tavola delle Nazioni” descritta nella Genesi. Versetti 21 – 32.

Mi fa uno strano effetto usare la “bibbia” come fonte, ma in questo il termine semitico viene da lì, non possiamo fare altrimenti.

Riporto i versi per completezza.

21 Anche a Sem, padre di tutti i figli di Eber, fratello maggiore di Jafet, nacque una discendenza.
22 I figli di Sem: Elam, Assur, Arpacsad, Lud e Aram.
23 I figli di Aram: Uz, Cul, Gheter e Mas.
24 Arpacsad generò Selach e Selach generò Eber. 25 A Eber nacquero due figli: uno si chiamò Peleg, perché ai suoi tempi fu divisa la terra, e il fratello si chiamò Joktan.
26 Joktan generò Almodad, Selef, Ascarmavet, Jerach, 27 Adòcam, Uzal, Dikla, 28 Obal, Abimaèl, Saba, 29 Ofir, Avìla e Ibab. Tutti questi furono i figli di Joktan; 30 la loro sede era sulle montagne dell’oriente, da Mesa in direzione di Sefar.
31 Questi furono i figli di Sem secondo le loro famiglie e le loro lingue, territori, secondo i loro popoli.
32 Queste furono le famiglie dei figli di Noè secondo le loro generazioni, nei loro popoli. Da costoro si dispersero le nazioni sulla terra dopo il diluvio.”

Genesi 10:21-32

Dai figli di Sem, hanno origine diversi popoli, ad Elam sono associati gli Elamiti, ad Assur gli Assiri, ad Arpacsad i Caldei a Lud i Lidi e ad Aram gli Aramei.

Circa 2800 anni dopo la scrittura della genesi (si stima risalga al III e IV secolo a.c.) la maggior parte di questi popoli non esistono più, al loro posto ne abbiamo di nuovi.
I discendenti degli Elamiti, che dimoravano nell’area del Khuzestan, nel Sud-ovest dell’Iran sono Iraniani.
Gli Assiri, forse i più noti, i loro “discendenti” dimorano tra Iraq, Egitto e Turchia.
Nella bibbia troviamo nomi illustri di Caldei, tra cui Eber e Abramo (da cui discendono Arabi ed Ebrei).
I lidi li troviamo principalmente in Anatolia (l’antico regno di Lidia).
E gli Aramei tra Siria e Libano.

Dalle lingue ai popoli semitici

Tutti questi “popoli”, sappiamo che nel III secolo a.c. vengono conquistati da Alessandro Magno, e con la sua conquista, il greco inizia a diffondersi e fondersi con le precedenti lingue, dando origine a nuove lingue semitiche.

Tra II e I secolo a.c. arrivano i romani, e il latino viene imposto come lingua ufficiale, ma le precedenti lingue continuano ad essere parlate soprattutto tra le fasce più povere della popolazione, e l’evoluzione linguistica in questa fase, sappiamo accelerare notevolmente. Aumentano le differenze linguistiche locali principalmente per i legami con l’Impero.

Tra guerre persiane e partiche, le cose si fanno più difficili. Sul fronte Roma, con la sua presenza militare richiede un latino più rigido, i ribelli e separatisti dal canto loro, rigettano completamente l’uso del latino, visto come la lingua dell’invasore.

Nelle aree più interne invece, lontano ma non troppo dai campi di battaglia, soprattutto presso le corti imperiali, vi è una maggiore pluralità linguistica, e le lingue si miscelano e fondono ulteriormente.

L’Arabo come lingua universale dell’Islam

Nel VII secolo dopo Maometto, l'”arabo” è una lingua semitica profondamente diverso dall’ebraico, e con l’avanzata degli eserciti islamici tra VII e IX secolo, così come era accaduto con il Latino ai tempi dell’avanzata di Roma, ma con alcune differenze, l’arabo viene imposto come lingua ufficiale, è la lingua dell’Islam, ma non delle élite. Alle élite viene chiesto di parlare fluentemente sia Arabo, che Latino e soprattutto Greco. Questo perché dal VI secolo, (più precisamente dal 529), l’accademia di Atene era fuggita dalla Grecia bizantina, e i suoi dotti e filosofi si erano insediati presso l’accademia di Gondishapur, in Persia.

La grande differenza tra imposizione linguistica di Latino ed Arabo, sta nel fatto che i Romani avevano imposto il Latino come lingua delle élite, lasciando al popolo la piena libertà linguistica, mentre gli islamici avevano imposto l’arabo come lingua del popolo, attraverso la conversione religiosa, imponendo però alle élite e intellettuali di conoscere e formarsi sui testi classici, sia in arabo che in lingua originale (i loro scriba, nelle biblioteche sono chiamati a trascrivere e tradurre i classici della letteratura latina e greca, mentre i nostri nelle abazie li cancellavano per far posto ad opere di teologia e preghiere).

La lingua Ebraica sopravvive alla diaspora

Non tutti i popoli conquistati dagli arabi si convertono all’Islam, subendo trattamenti diversi a seconda del momento e dei Sultani nell’area. Alcuni furono più tolleranti, altri più “sovranisti”.

La lingua ebraica è forse l’unico esempio di lingua semitica sopravvissuta alla “grande assimilazione” araba, e sopravvisse grazie per due ragioni.

La prima è che esistevano “bolle” di lingua ebraica anche lontano dalla “terra santa” , in particolare in Europa, e soprattutto, il forte legame tra lingua e fede religiosa, analogo a quello dell’arabo con l’Islam, permise alla lingua ebraica di subire un numero limitato di contaminazioni, soprattutto negli ambienti più “radicali” e “conservatori”.

La nascita del termine Semita

Sul finire del XIX secolo il giornalista tedesco giornalista tedesco Wilhelm Marr utilizza per la prima volta il neologismo “Antisemitismus” ovvero antisemita, siamo per dovere di cronaca, nel 1879.

Marr crea questo termine per ragioni politiche, Marr è un razzista, ed è convinto che il termine “antigiudismo” usato fino a quel momento per indicare l’odio verso la religione ebraica e chi la praticava, era inadatto, cercava qualcosa che subordinasse tale odio ad una questione razziale, nell’opuscolo “La vittoria del giudasismo sul germanesimo” in cui sostiene che ebrei e tedeschi erano impegnati in un conflitto culturale e biologico, utilizza per la prima volta il termine Antisemitismo. Gli Antisemiti di Marr sono tedeschi impegnati a combattere la “minaccia ebraica” nello stato tedesco e in quello stesso anno, Marr fonda la “lega degli antisemiti”, e nel XX secolo questo termine si amplierà ulteriormente.

Come abbiamo visto, Marr conia il termine antisemita nel 1879, si tratta di un neologismo costruito con la fusione di “anti” e “semita”, se il termine “anti” ha una storia e un utilizzo noti, il termine “semita” risulta molto più di nicchia, di fatto nel 1879 quasi nessuno, se non linguisti e studiosi delle lingue antiche conosce questo termine che è relativamente giovane, come detto in apertura, esiste da appena un secolo.

Sembra infatti che il primo ad utilizzare il termine Semita è infatti August Ludwig von Schlözer nel 1781, termine coniato dallo stesso von Schlözer per indicare (tutte) le lingue mediorientali, tra cui il moderno arabo ed il moderno ebraico. Entrambe le lingue per von Schlözer hanno “origini semitiche”, in quanto parlate da popoli discendenti dai figli di Sam secondo la tavola delle nazioni presente nella genesi.

Circa un secolo dopo von Schlözer, Marr utilizzerà la classificazione linguistica di Schlözer per creare delle categoria biologiche, con una sovrapposizione (priva di alcun fondamento scientifico) tra lingua e razza, e tra queste categorie biologiche vi è anche quella dei “semiti”, una categoria di cui fa parte il popolo ebraico (ma non solo), e che diventerà argomento del neologismo “antisemita” creato all’occorrenza per indicare l’avversione raziale verso gli Ebrei (lo so, mi sto ripetendo).

Il moderno significato termine antisemita

Questo termine verrà successivamente ripreso nel XX, principalmente per ragioni politiche e fonetiche… letteralmente “antisemitismo” suonava “bene” e soprattutto meglio di “antigiudaismo”, era un termine forte, evocativo, e quindi viene utilizzato in alcuni casi in maniera esclusiva, per descrivere l’avversione verso gli ebrei per ragioni etniche e razziali, secondo la definizione di Marr del 1879.

Noi oggi utilizziamo il termine Antisemita, nella sua accezione politica, arbitraria e razziale, derivata dalla definizione di Marr, attraverso la definizione rielaborata e adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), (istituita il 26 maggio 2016).

Secondo questa definizione (che in Europa è legale), il termine Antisemita indica (cito testualmente):

“Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews. Rhetorical and physical manifestations of antisemitism are directed toward Jewish or non-Jewish individuals and/or their property, toward Jewish community institutions and religious facilities.”

Si tratta di una definizione articolata e puntuale, che smussa gli angoli e ridefinisce in termine, in funzione degli avvenimenti del XX secolo, che sacrifica in parte l’etimologia e le radici semantiche del termine stesso, in favore di un significato “comune”.

Il termine , al di là del suo significato “legale” e ufficiale, ha anche un significato “profondo”, di natura semantica che può essere ricostruito attraverso lo studio del termine, della sua storia, e di chi l’ha coniato, incrociando fonti e documenti diversi.

Tra significato linguistico e comune, vi è una profonda differenza, la definizione comune e ufficiale deve essere accettata (anche per ragioni legali) e il suo significato può essere verificato (in maniera antiscientifica) accettando dogmaticamente il contenuto di un unico documento (i verbali dell’assemblea planetaria di Bucarest dell’IHRA del 26 maggio 2016), il significato linguistico e semantico invece, può essere ricostruito, con metodologie di indagine scientifica, linguistica e storiografica, attraverso fonti molteplici, di autori differenti e studiando il contesto storico in cui tale termine nasce ed evolve.

Scavando a ritroso troviamo le radici del termine, degli elementi che lo compongono, le personalità che l’hanno coniato e la loro storia, e insieme questi elementi ci forniscono il reale significato di un termine, che risulta essere molto più ampio e complesso.

Vi è allo stesso modo, la comprensibile necessità di semplificare la comprensione di un termine che porta con se una pesante, profonda e brutale eredità, che ha legato in maniera indissolubile questo termine alle sofferenze del popolo ebraico. Un contesto non deducibile dal termine che rischia di perdersi, e la cui memoria va in qualche modo “preservato”.

Considerazioni personali

Personalmente, pur comprendendone le ragioni, non sono particolarmente favorevole all’utilizzo di una definizione “legale” e limitata di un termine che significa anche altro, perché in questa definizione limitata e circoscritta ad uno solo dei “figli di Sem” citati nella bibbia, si va a cancellare una parte di una storia ampia e complessa, che invece andrebbe compresa, studiata e preservata nel suo insieme.

Il termine antisemita, nasce espressamente per indicare l’odio della popolazione tedesca nei confronti della popolazione ebraica tedesca, a differenza del termine semita che invece nasce per classificare diverse lingue mediorientali.

Preferirei un utilizzo genuino del termine, senza imposizioni giuridiche sul significato di un termine, perché per me, una “definizione legale” di un termine, ricorda, forse in maniera errata, un “brevetto”, è come se ci fosse una licenza d’uso e a me questa cosa da fastidio. Forse perché sono da sempre un sostenitore della filosofia dell’open-source, e mi fa uno strano effetto pensare che un termine abbia una definizione e un significato che non segue la naturale evoluzione linguistica, che non sia deducibile con studi etimologici, ma che sia ma sostanzialmente artificiale.

Vannacci racconta la “sua verità” sul fascismo a Il Giornale

Sabato 15 Novembre 2025, su Il Giornale è uscito un articolo a firma Roberto Vannacci, in cui l’eurodeputato della Lega ed ex generale italiano racconta la propria verità sul fascismo, l’articolo si intitola per l’appunto “Vi racconto la mia verità sul fascismo”.

Già che l’articolo propone una lettura soggettiva del fascismo è qualcosa di profondamente sbagliato e antistorico, da cui, probabilmente, persino Indro Montanelli, padre de Il Giornale, che fascista lo è stato davvero quando il fascismo governava l’Italia, ne avrebbe preso le distanze.

Si tratta di un articolo carico di contraddizioni ed errori, permeato da una narrazione soggettiva e parziale della storia italiana, in particolare del ventennio fascista. Un articolo che si apre e chiude con una serie di parole e pensieri vuoti che contraddicono tutto ciò che viene detto nel mezzo.

Vannacci contesta il “pensiero unico” chi lo contesta evidenziando allo stesso tempo le nostalgie e simpatie di Vannacci, per un sistema che si regge sul pensiero unico. Il Fascismo. Nostalgie e simpatie che ammette tra le righe e mai direttamente, ma che non contesta, non nega, e che rivendica nel difendere i propri eroi, che eroi non furono, i militari della Decima Mas, che per l’Italia Repubblicana furono criminali di guerra, traditori e disertori.

Il cuore dell’articolo è attacco diretto a chi, come me, ha contestato i suoi continui sproloqui e le sue affermazioni errate, mistificatrici e parziali sul Fascismo, un fascismo che Vannacci dimostra di non conoscere e non comprendere.

Vannacci sostiene che tra il 1923 e il 1938, Mussolini venne eletto e governò nel rispetto dello Statuto Albertino. Questa affermazione è apparentemente vera, ma non lo è del tutto, e serve comprende il contesto di quegli anni, la realtà storica e politica di quegli anni, il come e perché venne eletto e rieletto. Tutti dettagli che per Vannacci non sembrano rilevanti. Ciò che per lui conta è che Mussolini venne eletto e nominato capo del governo. Che quella nomina venne estorta, che le successive elezioni furono una farsa in cui agli italiani era consentito scegliere tra votare per il fascismo o essere pestati, o uccisi di fronte alla propria famiglia, non sembra essere un dettaglio rilevante.
A questi si aggiunge un gravissimo e pericolosissimo utilizzo di anacronismo, concetti e modelli che in quel mondo non erano in uso.

Vannacci prova a tracciare un parallelo tra la nostra costituzione e lo Statuto Albertino, la “costituzione” del regno d’Italia, ed applica in questo parallelismo principi repubblicani e concetti propri della nostra democrazia, tra cui in primis il peso, il significato e il valore di una costituzione che non era presente in quell’Italia. Vannacci guarda a quel sistema politico, quello del regno d’Italia, che era profondamente diverso dal nostro, come se si reggesse sugli stessi meccanismi che l’Italia repubblicana ha adottato proprio perché quel sistema aveva permesso l’ascesa di Mussolini e del Fascismo.

Vannacci nel proprio intervento dice che Mussolini venne eletto e governò nel rispetto dello Statuto Albertino, ma omette di dire che dal 23 al 38, venne eletto non per effetto di un voto libero, e che governò con la forza, sulla base di leggi scritte dai Fascisti, che si sovrapponevano totalmente allo statuto albertino e che modificarono profondamente sia lo lo statuto che le istituzioni italiane dell’epoca. Omette di dire che il parlamento venne depotenziato prima con la Legge Acerbo(che per inciso, fu una legge voluta e scritta non solo dai Fascisti) e poi con altre riforme tra cui l’istituzione del Gran Consiglio del Fascismo avvenuta nel gennaio del 23, a pochi mesi dalla Marcia su Roma.

Parlando della marcia su Roma sostiene che questa “non fu un colpo di stato” ed è vero, la marcia in se non fu un colpo di stato, ma per completezza storica e nell’ottica di una narrazione chiara, imparziale, oggettiva e fattuale, Vannacci dovrebbe dire che la marcia fu parte del colpo di stato Fascista, fu un tassello essenziale al colpo di stato.

Vannacci racconta la Marcia su Roma come un momento unico che ebbe un inizio e una fine, scollegato dal tempo e dal mondo, scollegato dalla politica di quegli anni, e in questa narrazione faziosa, omette di dire che quei circa 15.000 fascisti accorsi a Roma, e ampiamente fomenti dal Congresso di Napoli, erano andati a Roma per fare un colpo di stato, con l’intento di fare un colpo di stato. Erano partiti per prendere il potere e governare sull’Italia, che il re fosse d’accordo o meno. Vannacci non dice che Mussolini si recò dal re chiedendo di governare, non perché avesse il sostegno della maggioranza dei parlamentari, anche perché non aveva la maggioranza del parlamento dalla propria parte e all’atto pratico i fascisti erano una minoranza quasi del tutto irrilevante in quel parlamento, ma perché fuori dalle mura di Roma vi erano a suo dire 40.000 uomini, anzi, 40.000 fascisti, pronti a marciare su Roma, saccheggiare la città, deporre la monarchia e prendere il potere.
Mussolini non diventò capo del governo perché uscito “vincitore” dalle elezioni, ma perché minacciò il re, e il re ignavo Vittorio Emanuele III, cedette a quelle minacce pur di mantenere i propri privilegi.

Vannacci omette di dire che nei 20 anni successivi il Re venne esautorato da qualsiasi ruolo e compito, mantenne formalmente il potere di nominare e deporre il capo del governo, ma non esercitò quel potere prima del 1943.

Si limita a guardare alla Marcia come un evento assestante, scollegato da tutto ciò che portò alla marcia su Roma. E in questo non posso non chiedermi come sia possibile che un ex generale, che per formazione e addestramento dovrebbe essere abituato a guardare al quadro completo, in questa circostanza, e molte altre, non riesca ad avere una visione d’insieme, non posso non chiedermi se si tratti di incompetenza, ignoranza o malafede.

Vannacci in questo racconto mistifica e racconta un fascismo che semplicemente non esiste e non è mai esistito, che non è mai stato reale, se non nei ricordi distorti dei nostalgici di quel periodo e nella narrazione propagandistica che i fascisti sopravvissuti al regime, ci hanno propinato per decenni.

Si chiede sconcertato “come mai tanto accanimento per aver riportato l’opinione di uno studioso e per aver elencato fatti riscontrabili e facilmente verificabili tramite la consultazione di archivi o, magari, di qualche libro non facilmente reperibile nelle scuole”, fingendo di non comprendere la reale motivazione delle critiche mosse verso di lui. Ciò che è stato contestato non l’aver riportato dei fatti, ma che i fatti da lui riportati sono stati riportati in modo fazioso, e sarebbe sufficiente un minimo sforzo per verificare che ciò che dice non corrisponde alla realtà storica. Viene contestato per aver citato alcune osservazioni di Francesco Perfetti, perché quelle osservazioni sono decontestualizzate e stravolgono completamente ciò che lo storico ha scritto nelle proprie opere. Se da una parte è vero che anche Francesco Perfetti, come molti altri storici italiani, sostiene che la marcia su Roma non fu un colpo di stato, è anche vero che lo stesso Perfetti, non separa totalmente la Marcia su Roma dal colpo di stato fascista, ma la ricolloca al posto che le spetta, quello di elemento di pressione sulla monarchia, che contribuì al colpo di stato, e di elemento propagandistico per la costruzione del mito fascista. Vi è una profonda differenza tra ciò che Perfetti ha scritto sul fascismo, e ciò che Vannacci dice Perfetti abbia scritto sul fascismo, quasi come se non avesse idea di cosa Perfetti abbia detto, e citandolo impropriamente.

Vannacci attacca i propri contestatori che gli chiedono una narrazione onesta e completa sul fascismo, poiché nella propria mistificazione Vannacci tende ad omettere, a non dire, a decontestualizzare, e per lui questo è il fatto grave, che gli venga contestata una narrazione parziale. Su Il Giornale Vannacci scrive

L’accusa è implacabile: perché ha omesso di parlare del contesto, delle violenze, delle squadracce, dei manganelli, dell’olio di ricino, della dittatura, del delitto Matteotti, dell’Aventino e, così, ha giustificato una delle più vergognose pagine di storia che l’Italia abbia vissuto facendo apparire le leggi razziali (da me mai nominate) come democratiche e condivise. Quindi: condanna per “non aver detto“.

E se si limitasse a non dire, forse non ci sarebbe neanche troppo di cui parlare, il problema è che nella propria narrazione Vannacci non dice, e ricostruisce sulla base di elementi assento, fornendo una narrazione totalmente alterata della realtà storica. Il suo non dire non è un semplice assente, diventa negazione di passaggi fondamentali, una negazione che stravolge completamente la realtà storica dei fatti che cita. Un quadrato, se privato di un lato, non è più un quadrato, diventa una linea segmentata separata in tre parti, e con un ulteriore modifica, un triangolo equilatero. Ma un triangolo e un quadrato sono figure geometriche diverse. Così come lo sono la realtà storica, verificabile, e la narrazione propagandistica di Vannacci.

Per Vannacci, la tesi dell’accusa è “alquanto strampalata” poiché, a suo dire, cita “fatti storici incontrovertibili” , ma non è vero, e nel dire questo mente, mente perché i “fatti incontrovertibili” di cui parla sono irreali, alterati e privati di elementi che li definiscono.

Dire che Mussolini non uccise Matteotti è indubbiamente vero, ed è innegabile, non è stato Mussolini ad uccidere materialmente Matteotti, ma ciò non toglie che la morte di Matteotti dipese da Mussolini, che ordinò ad una banda di picchiatori, criminali e assassini, il rapimento e pestaggio del deputato. Il fatto che Mussolini non fosse presente non lo discolpa dall’aver ordinato e finanziato quel rapimento e quella aggressione, non vuol dire che non partecipò attivamente all’insabbiamento del caso, o che non che incontrò, la sera stessa del rapimento e dell’omicidio, nel proprio ufficio al Ministero degli Interni, Amerigo Dumini, che Matteotti lo aveva effettivamente pedinato, rapito, pestato e ucciso. E questo lo sappiamo dai registri del ministero degli Interni.

Vannacci punta il dito contro chi lo accusa di giustificare le leggi razziali scrivendo “Anche la tesi secondo cui avrei giustificato le leggi razziali del 38 asserendo che sono state approvate, come effettivamente lo sono state, da un Parlamento e firmate da un re ha del grottesco.

C’è ancora una volta una lettura anacronistica dei fatti che sovrappone le nostre istituzioni democratiche alle istituzioni del fascismo. Se da un lato è vero che le leggi razziali, nel regno d’Italia, furono legittime (nel senso di legali), perché appunto leggi prodotte dallo stato, non è propriamente vero che vennero approvate da un parlamento, poiché nel settembre del 38 il parlamento del regno d’Italia non era un “parlamento”, non discuteva le leggi che produceva, non permetteva la contestazione delle leggi che produceva e si limitava ad approvare le leggi che il gran consiglio del fascismo gli diceva di approvare, e allo stesso modo il Re, si limitava ad approvare le leggi che il gran consiglio gli diceva di approvare, sotto la costante minaccia di deposizione da parte dei fascisti che obbligava il re a sottostare ad un istituzione che teoricamente, era subordinata all’autorità del re. Ciò detto, nel rispondere alla contestazione per cui Vannacci giustificherebbe le leggi razziali, rimane un profondo non detto, ossia la presa di distanza dello stesso Vannacci dalle leggi razziali. Leggi che si limita a dire “erano legittime”. E si, erano “legittime” nel senso di legale, ma ciò non toglie che furono qualcosa di vergognoso, da condannare, rinnegare e da cui prendere le distanze in modo totale, assoluto, e senza ambiguità di sorta.

Vannacci continua dicendo che “Le azioni, gli atti, le leggi non sono giuste o sbagliate in base a chi le intraprende, a chi le approva o a chi le promulga. Sono vergognose in base a ciò che stabiliscono” questo è forse l’unico passaggio del suo intervento che mi sento di condividere, le leggi non sono giuste o sbagliate perché scritte da uomini giusti o malvagi, lo sono per il proprio contenuto. Principio che però, lo stesso Vannacci tende ad applicare in maniera discrezionale.

Superata la parentesi dignitosa, Vannacci precisa che “In Italia, grazie a una legge della Repubblica approvata dal Parlamento, lo stupro era considerato un reato contro la morale sino al 1996.” Senza troppi giri di parole, questa dichiarazione è falsa, poiché la legge a cui fa riferimento Vannacci, ovvero l’articolo 544 del codice penale, rimasto in vigore fino al 1996, non è stato scritto ne approvato dal parlamento della repubblica Italiana. Tale articolo, così come tutto il codice penale, è stato “ereditato” dal precedente Codice Rocco, ovvero il codice penale introdotto dal fascismo nel 1930.

Vannacci parla anche del “delitto d’onore“, articolo 587 del codice penale, abrogato nel 1981), anche in questo caso ereditato dal codice rocco, anche in questo caso risalente al 1930. 

In entrambi i casi quindi non leggi della repubblica, ma leggi di epoca fascista, sopravvissute (insieme all’intero codice Rocco) in età repubblicana per una questione di necessità, con l’istituzione della Repubblica, non era possibile riscrivere totalmente il codice penale dall’oggi al domani, si decise quindi di mantenere il codice Rocco, con alcune modifiche, demandando agli anni a venire l’epurazione di eventuali norme incompatibili con la nuova costituzione italiana, come i sopracitati articolo 544 e 587, che il parlamento dell’Italia repubblicana, già dagli anni 60, cercò di abrogare. La storia di questi articoli è molto interessante perché in entrambi i casi la Democrazia Cristiana ed il Movimento Sociale Italiano, si opposero nettamente alla loro abrogazione poiché contrari, alla morale cristiana e alla tradizione italica.

Come giustamente dice Vannacci, le leggi non sono giuste o sbagliate in base a chi le scrive, ma per ciò che contengono, e in questo caso abbiamo delle leggi sbagliate che qualcuno ha strenuamente difeso per oltre 20 anni in nome della tradizione, e tra loro, anche persone che si dicevano apertamente eredi del Fascismo.

L’articolo di Vannacci continua con un altro errore, sostiene che ad essere condannato per legge sia un periodo storico, ciò non è vero, anche perché non ha alcun senso “condannare per legge un periodo storico”. Ciò che è condannato per legge è il fascismo, che in Italia governò con la forza e istituì un regime dittatoriale, un sistema politico che considera la violenza un valore  e l’eliminazione materiale degli oppositori un dovere.

Vannacci sostiene che non si può condannare a prescindere quegli anni, ed è vero, non si può condannare a priori ciò che accadde tra anni 20 e 30 del novecento senza conoscere la storia di quegli anni, e dice il vero Vannacci quando sostiene che tale periodo va contestualizzato. Il problema è che chi non contestualizza ciò che accadde in quegli anni è proprio Vannacci ed è Vannacci stesso, in quello stesso articolo, a puntare il dito contro chi chiede di contestualizzare quei “fatti” a suo dire “incontrovertibili” che cita in maniera arbitraria e decontestualizzata.

Segue a questa parentesi, quello che non posso definire se non come un delirio nostalgico, in cui citando Alain de Benoist, sostiene che la società moderna basata sul trionfo del pensiero unico, non risparmia neanche la storia. E lo dice chi chiude alle diversità, chi rifiuta l’integrazione, chi non accetta il confronto, chi fa un uso arbitrario, soggettivo e parziale della storia, per ragioni politiche e propagandistiche.

L’articolo, nel proprio insieme, si configura come un trionfo di disonestà intellettuale, carico di contraddizioni e deliri, che guarda con ammirazione a momenti cupi e oscuri della storia italiana, che tra le righe legittima la dittatura fascista, pur non dicendolo direttamente, ma ripetendo che “il governo di Mussolini era legittimo”. La stessa giustificazione che a Norimberga venne utilizzata da molti imputati, e che la corte ritenne non una valida argomentazione.

L’Italia del dopoguerra, nel tentativo di pacificare il conflitto sociale derivato dalla secessione voluta dai fascisti a sostegno dell’occupazione Naziasta, immersa in una rinnovata paura del comunismo sovietico, ha concesso l’amnistia a molti uomini, tra cui numerosi criminali, che negli anni hanno continuato a lavorare contro la Repubblica nel tentativo di restaurare lo stato fascista che li aveva plasmati. Uomini che come Giorgio Almirante e Juno Valerio Borghese hanno provato in ogni modo a corrodere le istituzioni democratiche e prendere il potere con la forza. Tali individui, va ricordato, sono considerati da personaggi come Vannacci (e voglio sperare non da Vannacci) degli eroi, dei riferimenti da seguire, dei modelli da imitare.

Vannacci attacca i propri contestatori perché promotori del pensiero unico, ma poi difende e giustifica le azioni di uomini che ritengono sia giusto picchiare a morte un deputato perché aveva osato contestare una legge proposta dal proprio partito. E non mi riferisco al delitto Matteotti, ma a deputati della Repubblica Italiana in corpo alla Lega, il partito di Roberto Vannacci, mi riferisco ad Igor Iezzi, ad oggi ancora vice-capogruppo vicario della Lega alla Camera dei Deputati, che in questa Legislatura, in aula, nel 2024, ha aggredito, ferito e minacciato il deputato Leonardo Donno del Movimento 5 Stelle.

L’articolo di Vannacci si intitola “vi racconto la mia verità sul fascismo” e per tutto l’articolo incalza contro chi chiede una narrazione oggettiva, fattuale e contestuale del fascismo, ritenendo che la propria interpretazione parziale e soggettiva debba essere non solo accettata, ma anche imposta come verità dogmatica.

Gli USA attaccano l’Iran | Cause, Effetti e Conseguenze | OP

Mi sono svegliato questa mattina leggendo dell’attacco degli USA all’Iran, l’intervento diretto che il mondo temeva, in parte aspettava e che è segno evidente della volontà USA di alimentare una escalation in Medio Oriente, rovesciare l’Iran e non solo.

In questo articolo voglio presentarvi una mia analisi personale sulla vicenda, senza giudizi morali di sorta.

Attacco USA all’Iran

Il recente attacco (illegale) degli USA all’Iran apre una porta pericolosa per tanti motivi.

Il primo è che qualunque sarà la reazione iraniana all’attacco (scegliere di rispondere all’attacco o percorrere la via dei negoziati) per l’Iran inizierà in entrambi i casi una fase turbolenta che porterà ad enormi vittime civili, causate o da una guerra aperta contro USA e Israele (e potenziali altri alleati nella regione, come Cisgiordania ed Arabia Saudita) o da una guerra civile interna, che non sarà affatto pacifica.

Meno diretta come conseguenza, ma comunque reale, è un escalation in Ucraina, e qualcuno dirà, cosa c’entra l’Ucraina, beh, c’entra, perché il messaggio di Trump è chiaro, se “vuole” garantire la sicurezza” di un amico, interviene immediatamente, se non interviene, non interverrà, abbiamo quindi l’ennesimo forte segnale di disinteresse USA per il conflitto in Ucraina, che risuona come un invito alla Russia ad intensificare le ostilità senza conseguenze.

Altra conseguenza diretta, è sulla diplomazia globale, il messaggio qui è che non serve. La linea USA è (oggi più che mai) bellicista, la guerra è per gli USA non uno strumento di risoluzione di conflitti tra stati ma lo strumento di risoluzione, e questo significa preoccupazione crescente per Groenlandia e Panama, dove l’intervento militare USA appare oggi più probabile che mai.
Tornando all’Ucraina la linea d’azione di Trump legittima per gli USA, la linea di Putin in Ucraina, e della Cina nei confronti di Taiwan (e viceversa, Taiwan nei confronti della Cina) perché agli USA di Trump, non serve una minaccia per intervenire, è sufficiente dire che che c’è una possibile minaccia. Ed è la stessa linea di politica estera di Putin e Netanyahou. Penso che potrebbero minacciarmi, e prima che mi minaccino attacco.

Superato il paradigma della guerra preventiva

Siamo oltre la “guerra preventiva” di Bush e Blair, per cui sono minacciato quindi attacco prima di essere attaccato, perché con Trump ora si attacca prima ancora di essere minacciati.

Una condotta sconsiderata e pericolosamente bellicistica, che sceglie la guerra a priori della diplomazia, e che neanche prova a negoziare, poiché il suo concetto di negoziazione, al pari di Putin e Netanyahou, si costituisce di condizioni dettate e innegoziabili, che non è detto porterebbero alla pace se accettate.
Forse aveva ragione Hobbes nel Leviatano sostenendo che la pace è un illusione, che siamo immersi in una guerra permanente, occasionalmente intervallata da alcuni momenti transitori, finalizzati al riarmo tra un conflitto e l’altro.
E andando ancora più indietro, forse aveva ragione Sallustio nel primo secolo a.c. quando sosteneva che il potere corrompe, e avarizia e cieca ambizione, subentrate come valori in una società in piena decadenza morale a causa della perdita del “grande nemico storico”.

In questo mi tornano in mente le parole del professore di storia romana all’università, che scherzosamente ci raccontò le “campagne persiane” come un evergreen della storia romana, la chiave di volta quando non sapevamo cosa dire su un “imperatore”.

Tornando all’Iran, non so cosa succederà, come reagirà il regime, posso solo immaginare alcuni scenari ed in uno degli scenari peggiori, l’Iran potrebbe decidere di utilizzare il materiale radioattivo in suo possesso, non per una bomba atomica, ma per qualcosa di molto peggio, una bomba sporca, che a differenza di un’arma nucleare, non ha bisogno di una ricetta “precisa”, de facto è una normalissima bomba, che disperde materiale radioattivo.

Effetti e conseguenze

Mi auguro di sbagliarmi, e che non si arrivi a tanto, ma non posso negare che la bomba sporca a questo punto rientra tra gli scenari possibili dell’escalation di violenza in medio oriente, voluta, iniziata ed alimentata dagli USA di Donald Trump. Un uomo che la storia in un modo o nell’altro ricorderà come un folle tiranno, protagonista del peggiore periodo della storia USA e dell’occidente moderno.

Mussolini tagliò il Debito Pubblico: Verità o Propaganda?

La teoria che Mussolini ridusse il debito pubblico italiano è infondata; in realtà, il debito crebbe e l’Italia pagò un prezzo alto per presunti “tagli”.

Periodicamente torna a circolare su diversi quotidiani e social la storia per cui Benito Mussolini sarebbe stato l’unico uomo ad aver tagliato il debito pubblico italiano. Questa stravagante teoria non è nuova, ed emerge spesso negli ambienti di un certo orientamento politico, vicino agli ideali di Mussolini e del Fascismo, ma corrisponde alla verità o si tratta solo di Propaganda?

Come ogni questione storica, la risposta purtroppo non è semplice, e liquidare il tutto ad una frase non è semplice, ma, al di la della complessità della vicenda, una cosa è certa, dire che Mussolini tagliò il debito italiano è falso, ma andiamo con ordine.

Il contesto economico pre-fascista: L’eredità della Grande Guerra.

Prima dell’ascesa al potere di Mussolini e l’avvento del fascismo, l’italia si trovò ad affrontare diversi e gravi problemi di natura economica, elemento che accompagnò tutti i paesi europei impegnati nella grande guerra.

Per riavviare il paese, riconvertire il sistema produttivo e rilanciare l’economia, l’italia fece ricorso all’emissione di moneta e a molteplici interventi da parte di Banca d’Italia per “salvare” le aziende in difficoltà. La nuova moneta immessa sul mercato era solo in parte coperta dall’emissione di titoli di stato e di conseguenza la moneta italiana andò in contro ad una forte svalutazione.

L’alta inflazione che ne derivò andò a colpire soprattutto le fasce più povere della popolazione, principalmente lavoratori dipendenti che, allo svalutarsi della moneta ed il conseguente incremento dei prezzi, non videro corrispondere un aumento dei salari.

In questo clima economico, fortemente sfavorevole e di grande tensione si verificarono gli avvenimenti del famoso biennio rosso (1919-1920) che causarono gravi disordini in tutto il paese e spinsero molti lavoratori impoveriti a sostenere il Fascismo poiché, neanche Giovanni Giolitti, che in passato era stato protagonista di una stagione splendente per l’economia italiana, riuscì a risolvere la crisi e sanare il debito crescente.

Questa fu la situazione che spianò la strada alla prese di potere da Quando nell’ottobre del 1922 Vittorio Emanuele III affidò il governo a Mussolini, l’italia si trovava in una situazione stagnante, con un enorme debito crescente alimentato da una moneta molto debole ed un enorme spesa statale.

Questa lunga premessa può sembrare noiosa, ma è fondamentale per capire esattamente se Mussolini riuscì a tagliare realmente il debito, se non lo ridusse ma riuscì comunque a contenerlo o se invece provocò un incremento del debito pubblico italiano.

La politica economica fascista: Ruolo di Mussolini e gestione De’ Stefani (1922-1925).

A questo punto bisogna aprire una breve parentesi sull’orientamento economico del regime, la politica economica fascista, detta della terza via, si colloca in un limbo, una zona grigia intermedia che derivavano dall’orientamento dei vari ministri delle finanze, dall’ideologia fascista e da varie contingenze nazionali e internazionali. E a tal proposito è importante ricordare che, se bene Accentrò nelle proprie mani numerosi ministeri ed esercitò grande influenza e pressioni sui ministeri che non erano di sua competenza, Mussolini non fu mai ministro delle Finanze, del Commercio e del Tesoro.

Mussolini fu ministro dell’Areonautica, degli Esteri dell’Africa italiana, delle Colonie, delle Corporazioni, della Guerra, dei Lavori Publici e della Marina, ma nessuno di questi ministeri era in grado di intervenire direttamente sul debito, e anzi, i suoi ministeri erano quelli che assorbirono maggiori risorse economiche, giocando de facto un ruolo attivo nell’incremento e non nella riduzione della spesa, ma andiamo con ordine.

Sul piano puramente linguistico possiamo dire con assoluta certezza che Mussolini, attraverso i suoi ministeri, non fece nulla per ridurre il debito, resta però da capire se invece il governo fascista, nel suo complesso, riuscì in qualche modo a ridurre il debito o comunque a contenere la spesa limitando l’aumento del debito.

Tra il 1922 ed il 1925, il ministero delle finanze e del tesoro fu affidato ad Alberto De’ Stefani che attuò una politica di grandi tagli alla spesa pubblica, e cercò di incrementare le entrate, con l’intento di rimettere in ordine il bilancio dello stato. Una politica comune in situazioni di questo tipo, da Agostino Magliani (ministro delle finanze agli albori della prima crisi economica del regno d’italia nell’ultimo quarto dell’ottocento) a Mario Monti.

Per quanto riguarda la riconfigurazione delle entrate, De’ Stefani non intervenne aumentando le tasse come spesso avviene, ma al contrario, osservando che una fetta enorme della popolazione era esclusa dalla partecipazione contributiva, fece in modo di allargare la base, tassando quelle fasce sociali fino a quel momento escluse, e allo stesso tempo, ridusse le aliquote per categorie sociali ritenute più inclini all’investimento.

Detto più semplicemente, tassò le fasce più povere della popolazione, fino a quel momento esonerati e ridusse le tasse all’alta e media borghesia, producendo così un incremento delle entrate dovuto al maggior numero di contribuenti.

L’intento di De’ Stefani era quello di rilanciare l’iniziativa privata e ridurre le spese dello stato, spese che, in quel momento, erano rappresentate soprattutto dai salari di dipendenti pubblici, e di conseguenza il taglio della spesa si configurò come un taglio netto nel personale dei settori “improduttivi” dello stato, licenziamento di circa 65.000 impiegati pubblici e circa 27.000 ferrovieri e favorendo l’ingresso dei privati in alcuni settori, fino a quel momento sotto il controllo dello stato, come il settore assicurativo, ferroviario e telefonico.

In termini numerici gli interventi di De’ Stefani furono positivi e il bilancio, almeno quello statale, fu riportato in pari, mentre quello degli enti locali non fu mai parificato durante tutto il ventennio. In ogni caso, questi interventi favorirono una leggera ripresa e innescarono un lieve processo di crescita per il paese che però non risolse il problema monetario, la lira valeva sempre meno e anche se, in termini numerici il debito cresceva più lentamente, il minor valore della lira, rendeva più difficile un suo risanamento.

Fin dai tempi dalla grande guerra la Banca d’Italia si era impegnata nel sostegno delle imprese e banche immobilizzate dalla riconversione e questo impegno continuò durante i primi anni del fascismo, producendo tra il 1922 e il 1925 un incremento di liquidità che portò ad un ulteriore ondata inflazionistica, alimentata da un peggioramento della bilancia dei pagamenti.
Nel 1925 De’ Stefani promosse alcuni provvedimenti che però si rivelarono insufficienti e portarono ad un tracollo della borsa italiana e al fallimento di numerose aziende italiane.

La gestione Volpi (1925-1928) e la ristrutturazione del debito estero.

Gli industriali rappresentavano lo zoccolo duro del fascismo ed avevano molta influenza sulle azioni del governo, così, per non perdere il loro consenso, Mussolini sostituì il ministro delle finanze, assegnando l’incarico a Giuseppe Volpi.

Volpi rimase in carica dal 1925 al 1928 e durante il suo mandato giocò un ruolo decisivo per le sorti economiche e di bilancio dell’Italia.

Sul piano internazionale il 1924, con il piano Dawes aveva visto la fine alla questione delle riparazioni tedesche e si stava valutando un ritorno delle nazioni al gold standard per stabilizzare le monete, idea nata in seno al trattato di Versailles.

Nonostante questo però, la forte svalutazione della lira, il peggioramento della bilancia commerciale e numerosi altri fattori speculativi, non resero semplice il lavoro di Volpi e come se non fosse abbastanza, il fallimento del rinnovo dei BOT venticinquennali nel 1924, dovuto alla grande richiesta di liquidità di banche e privati, impedì all’Italia di emettere nuovi titoli di stato.

Nel 1925 il bilancio interno ufficialmente era in pari, ma nei fatti non lo era, nel bilancio infatti non erano stati conteggiati i titoli di stato da ripagare e l’italia, fortemente indebitata, non era in grado di ripagare i propri debiti.

Volpi decise quindi di agire in sintonia con la Banca d’Italia che sostenne il cambio, riuscendo a raggiungere un accordo con gli in investitori americani più favorevole in termini assoluti, ma va precisato gli investitori americani raggiunsero accordi simili in tutta europa e tra i tanti, l’accordo italiano fu quello “meno morbido“, il merito di Volpi non fu quindi quello di aver trovato un accordo favorevole, come spesso si dice, ma fu quello di aver trovato un accordo.

Sul finire del 1925 gli il governo statunitense accordò all’Italia un prestito, noto come Prestito Morgan, il cui intento era quello di risollevare la lira, di fatto acquistando parte del debito pubblico italiano. Sulla stessa linea nel gennaio del 1926 l’italia trovò un accordo simile con il regno unito. Secondo questo accordo l’italia cedette al regno unito la propria quota di riparazioni tedesche, gestite della Cassa autonoma di ammortamento dei debiti di guerra, costituita il 3 marzo 1926.

Analisi critica del “taglio”: Un pareggio di bilancio pagato a caro prezzo.

Grazie a questo accordo l’italia riuscì a ripagare parte dei propri debiti esteri, rinunciando al flusso costante di ripartizioni di guerra tedesche.

A questo punto, in termini numerici l’italia era ufficialmente in pari con il bilancio, ma questo pareggio come detto, va contestualizzato e il contesto è quello di un paese che ha dovuto ricorrere letteralmente al baratto.

L’italia ha “cancellato” il proprio debito consegnando ai propri creditori tutto quello che aveva, l’italia ripaga i propri creditori cedendo titoli esteri acquistati dal tesoro in precedenza e rinunciando alle proprie riparazioni di guerra, dal valore di diversi milioni di marchi pagati in oro ogni anno, pagamenti che la Germania avrebbe interrotto qualche anno più tardi con una decisione unilaterale in seguito all’avvento del Nazismo e di Hitler, e che avrebbe ricominciato a pagare nel secondo dopoguerra.

Il Trattato di Versailes aveva imposto alla Germania il pagamento di 132 miliardi di marchi oro, e parte di quell’oro sarebbe andato all’Italia, e anche se rateizzato, la quota italiana delle riparazioni di guerra aveva un ammontare complessivo enormemente superiore al proprio debito.

Conclusione: La smentita storica dell’affermazione sul risanamento del debito.

In conclusione, se è vero che sul piano linguistico è falso dire che Mussolini tagliò il debito, ma nei fatti questo taglio è riconducibile a Mussolini, allo stesso tempo, è vero dire che il fascismo tagliò il debito, ma nei fatti, questo taglio è costato all’Italia miliardi in oro, avrebbe contribuito ad alimentare una progressiva e crescente svalutazione monetaria e produsse, parallelamente alla cancellazione del debito, l’impossibilità per l’italia di ottenere nuovi prestiti e finanziamenti, trascinando il paese verso un progressivo impoverimento generale che non sarebbe stato possibile disinnescare se non fosse stato per gli aiuti postbellici, ricevuti dopo la seconda guerra mondiale.

Dire quindi che Mussolini e il fascismo hanno “sanato il debito pubblico italiano” è la cosa più falsa che si possa dire.

Fonti e letture consigliate

V.Zamagni, Il debito pubblico italiano 1861-1946: ricostruzione della serie storica, in “Rivista di storia economica”, Il Mulino, 3/1988, dicembre.
P.Frascani, Finanza, economia ed intervento pubblico dall’unificazione agli anni trenta.
R. de Felice, Mussolini il fascista, la conquista del potere, 1921-1925.
S. Romano, Giuseppe Volpi. Industria e finanza fra Giolitti e Mussolini.
G.Mele, Storia del debito pubblico italiano dall’unità ai giorni nostri, Tesi di laurea presso università Luiss, Dipartimento di Economia e Management Cattedra di Storia dell’economia e dell’impresa, A.A. 2014/2015.

Un primo passo per gli idonei esclusi, ma Anief chiede più soluzioni

Dopo mesi di trepidante attesa, sembra che dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, si stia per compiere un primo passo per riconoscere il merito degli Idonei degli ultimi concorsi.
Secondo quanto riportato da Orizzonte Scuola, il governo sarebbe prossimo ad approvare il nuovo Decreto Legge sulla scuola (DL Scuola), con cui verrebbero introdotte nuove misure urgenti per risolvere una delle grandi criticità lasciate aperte dai concorsi PNRR, ovvero la condizione degli Idonei, coloro che hanno superato entrambe le prove del concorso, ma che non sono rientrati tra i vincitori.

Diversi sindacati da tempo, tra cui Anief, sono impegnati in battaglie anche legali per richiedere a gran voce la produzione di una graduatori degli idonei per le immissioni in ruolo, come accaduto già per i concorsi precedenti e finalmente sembra che la loro voce sia stata in parte ascoltata e il problema riconosciuto.

Si tratta di un primo passo e non una vera e propria risoluzione per la stabilizzazione di migliaia di insegnanti, e i sindacati rimarcano la necessità ulteriori interventi più incisivi, affinché venga garantita equità nel sistema e nei processi di selezione degli insegnanti.

Equità che è venuta a mancare tra 2021 e 2022 quando i 24 CFU per l’insegnamento sono stati sostituiti dai 60CFU i cui percorsi sono molto più costosi e a numero chiuso, e a poco è servita la fase transitoria, predisposta dal governo Draghi, affinché i titolari dei 24 CFU potessero ottenere nel biennio successivo l’abilitazione, poiché in due anni, è stato abilitato un unico turno di percorsi integrativi da 36 CFU, riservato esclusivamente ai vincitori del PNRR1, mentre gli idonei si sono ritrovati nella condizione di doversi iscrivere ai più costosi percorsi da 60CFU , pagando una preiscrizione che a seconda delle Università oscilla tra i 100 ed i 150€ senza garanzia di ammissione. E sono migliaia gli aspiranti docenti che nel 2024/2025 hanno letteralmente buttato via più di 100€ perché non rientrati nei posti disponibili.

Oltre al danno anche la beffa, è il caso di dirlo, perché da gennaio 2025, non sarà più possibile partecipare ai concorsi senza i 60CFU, ma verranno erogati percorsi abilitanti a numero chiuso in numero pari o comunque leggermente superiore ai posti disponibili, in altri termini, il ministero autorizzerà, per ogni classe di concorso X percorsi abilitanti, che permetteranno ad X abilitati di partecipare al un concorso nel quale ci saranno X posti a bando. Va da se che la vera selezione non è fatta tramite il concorso, ma tramite le università che erogano i percorsi abilitanti. E questo significa che laureati di vecchia data, in possesso dei 24 CFU, potrebbero non essere mai abilitati, poiché, i 24 CFU non conferiscono alcun punteggio aggiuntivo, e a parità di punteggi, si darà precedenza al candidato anagraficamente più giovane. Significa che un neolaureato con 110 e lode, ha più probabilità di essere abilitato di un laureato di 10 anni fa che non ha ottenuto la lode, ma non è tutto, perché in realtà il punteggio può essere gonfiato, basta solo avere la disponibilità economica per poter spendere migliaia di euro. In tutto questo il merito è un puro miraggio.

Tornando agli idonei esclusi, questi non hanno alcun riconoscimento, significa che, pur avendo totalizzato lo stesso punteggio complessivo dell’ultimo vincitore e risultati non vincitori per ragioni anagrafiche, non solo sono stati esclusi dall’immissione in ruolo, in fondo non erano vincitori, ma non hanno avuto neanche la possibilità di essere abilitati, rimanendo così relegati nella seconda fascia delle GPS, mentre altri colleghi, semplicemente più giovani o con più disponibilta economiche, hanno avuto la possibilità di abilitarsi, passare in prima fascia e assicurarsi delle supplenze a lungo termine.

Ora però, forse, le cose potrebbero iniziare a cambiare e sembra che il ministero stia per compiere un primo passo per permettere a questi aspiranti docenti di uscire da quell’inferno burocratico che da 2 anni gli sta consumando l’anima e prosciugando il conto in banca.

Cosa introdurrà il nuovo DL Scuola

Secondo quanto riportato da Orizzonte Scuola, il nuovo DL dovrebbe introdurre almeno due importanti novità per gli Idonei dei concorsi PNRR1 e PNRR2 , la prima è il Recupero degli idonei non utilizzati, in altri termini gli Uffici Scolastici Regionali dovranno convocare, per l’anno 2023/2024 gli idonei esclusi per coprire i posti rimasti vacanti dopo le operazioni di assunzione ordinarie. Non è chiaro però se gli idonei avranno priorità o meno rispetto alla Prima Fascia di GPS.

Dovranno inoltre essere Stabilizzati dei docenti con riserva, ciò significa che in teoria verranno riconosciuti i diritti dei docenti con “riserva” (ad esempio, coloro che hanno vinto ricorsi o hanno titoli specifici), garantendo loro priorità nelle assunzioni.

    La posizione di Anief

    In merito a questa notizia si è espresso anche il sindacato Anief accoglie attraverso il presidente Marcello Pacifico, che si è detto ottimista nei confronti del decreto, definendolo “un primo passo necessario”. Tuttavia, il presidente ha anche sottolineato che le misure anticipate sono insufficienti “Il decreto risolve solo una parte del problema. Servono interventi strutturali per evitare che ogni anno migliaia di docenti competenti restino esclusi a causa di norme ambigue o di posti che il Ministero non assegna”. Anief precisa anche che resta ancora irrisolto il problema della trasparenza nelle graduatorie.

    Implicazioni per i docenti

    Per i docenti con riserva o idonei, il decreto potrebbe rappresentare un’opportunità concreta per ottenere un contratto stabile. Tuttavia, restano dubbi sull’applicazione pratica poiché alcune scuole, potrebbero non avere posti disponibili dopo le prime fasi di assunzione, limitando l’efficacia della norma, ma, anche se limitata, rimane comunque un primo importante passo in avanti.

    Le novità di questo decreto offrono agli idonei del PNRR2 (ancora in corso di svolgimento), un importante opportunità, poiché, a differenza del PNRR1, gli idonei del PNRR2, saranno pochi, in quanto hanno accesso alla prova orale solo un numero estremamente limitato di docenti, ovvero il triplo dei posti a bando più tutti coloro che hanno ottenuto un punteggio pari all’ultimo degli ammessi, significa che per una classe di concorso come la A19, per la quale in Campania si sono solo 3 posti a bando, avranno accesso all’orale poco più di 9 candidati e questo significa poco più di 9 idonei, a differenza del PNRR1 che ha visto, nella stessa regione, per la stessa classe di concorso, oltre 300 idonei.

    Fonte: Orizzonte Scuola

    Mussolini e il Duce… cosa significa la parola Duce?

    Benito Mussolini, il Duce, o meglio, il Duce del fascismo, perché in realtà questo titolo che rievoca la tradizione romana, non arriva a Mussolini direttamente da Roma, ma lo eredita, in un certo senso, dalla sua precedente esperienza socialista.

    Politicamente Mussolini nasce socialista, e la sua visione del mondo, le sue battaglie, le sue idee, sono frutto di una progressiva evoluzione, contaminazione e radicalizzazione, di quel socialismo riformista, belligerante e nazionalista, di cui fu fomentatore e prodotto e che in alcune occasioni gli valse il titolo di duce. Titolo ereditò e mantenne anche durante l’esperienza fascista.

    In questo articolo non mi interessa l’uomo o il fascista, in questo articolo parleremo di un duce che divenne il duce.

    Il termine “duce” tra etimologia

    Incontriamo la prima volta la parola Duce, nel lessico politico italiano, nel XIX secolo, nel contesto del dibattito politico interno al partito socialista italiano. Questo termine, come ben riporta la tradizione, deriva dal latino dux che letteralmente significa «capo» o «guida».

    La parola dux è di uso comune in epoca romana, la troviamo in tantissimi documenti e monumenti, e generalmente indica comandanti militari o leader politici di alto rango, o più in generale, figure molto carismatiche. Viene ad esempio, utilizzato in alcuni contesti, per riferirsi a Giulio Cesare.

    Tra il medioevo e l’età moderna, il termine mantiene un aura di prestigio, ma è usata sempre meno, è uno degli innumerevoli termini latini che si conoscono, ma sono usati molto raramente fino a sparire quasi del tutto dal lessico comune.

    Il duce socialista

    Nel XIX secolo tuttavia, la riscoperta del mondo classico ad una riscoperta del termine, che nel frattempo è mutato e a tratti frainteso, e diventa un termine abbastanza generico, e privo di prestigio, per indicare leader politici o militari. Per dirla tutta, nell’Europa sul finire del XIX secolo e inizio del XX secolo, il termine duce, non ha alcuna connotazioni ideologica o politica, indica semplicemente un ruolo, e sarà solo in Italia, tramite Mussolini, che il significato di questo termine muterà nuovamente, ma a questo arriveremo a breve.

    Tornando all’Italia di fine ottocento, il movimento socialista italiano, utilizza occasionalmente il termine duce, quasi sempre in contesti informali, per descrivere figure carismatiche all’interno del Partito Socialista Italiano (PSI), questo utilizzo permane anche agli inizi del novecento e viene utilizzato anche per descrivere personaggi di spicco del partito come un giovane Benito Mussolini.

    Mussolini è un socialista rivoluzionario, molto carismatico, e soprattutto molto informale nel suo modo d’essere. Mussolini è un “uomo nuovo” della politica, non viene da una grande famiglia e questo termine gli calza a pennello, soprattutto negli anni della militanza rivoluzionaria.

    Come abbiamo detto, il termine duce all’epoca è un termine informale, e rimane circoscritto a contesti locali e correnti interne del partito. In sostanza, non rappresenta un titolo ufficiale e Mussolini è uno dei tanti Duce del partito socialista italiano, anzi, romagnolo.

    Il duce del fascismo

    La fuoriuscita di Mussolini dal PSI e la costituzione del fascismo nel 1919, sono due momenti importanti tanto per mussolini quanto per il termine Duce. Da questo momento in poi, Mussolini inizia a costruire la propria immagine di leader carismatico, e, sebbene il termine duce sia ancora usato dai socialisti, inizia ad essere usato anche dai primi fascisti, in riferimento proprio a Mussolini.

    A partire dal 1923 per volontà di Mussolini, il termine duce smette di essere un termine generico e informale, senza colore politico e diventa un vero e proprio titolo. Mussolini non è più uno dei tanti duce socialisti o di altre forze politiche rivoluzionarie o reazionarie, Mussolini non è più il duce del fascismo, Mussolini è il Duce. Questo momento segna la trasformazione del termine in un titolo esclusivo e onnipresente, diventa un simbolo di quel culto della persona, ripreso successivamente da altri leader carismatici, da Stalin a Trump, che cercheranno, e in alcuni casi riusciranno ad emulare la trasformazione di Mussolini in un autentico “Nume Vivente”, per usare le parole di Emilio Gentile.

    La trasformazione del termine avviene attraverso la propaganda, gli slogan e l’arte di regime. Il fascismo riuscì nell’impresa epocale di elevare il Duce ad un entità quasi metafisica, legittimata dalla retorica della “romanità” e della “rivoluzione fascista”.

    Inutile dire che l’adozione ufficiale del titolo di Duce da parte di Benito Mussolini, in un contesto di enorme polarizzazione politica, portò al totale abbandono di tale termine nell’universo socialista italiano ed europeo, contribuendo a renderlo un titolo esclusivo del fascismo.

    Elon Musk ha barato a Diablo e POE 2, ed è più grave di quel che può sembrare

    Dopo essersi vantato di essere tra i più forti giocatori al mondo di Diablo 4 e Path of Exilie 2, ed essere stato accusato di “barare” e utilizzare trucchi, dopo mesi di speculazioni, accuse, e qualche ban, alla fine Elon Musk lo ha ammesso, su Diablo e Path of exile 2, ha effettivamente “barato”, o meglio, ha ammesso di aver “pagato” qualcuno perché portasse ad alto livello il suo account, così da evitare al miliardario le fasi iniziali del gioco, che per qualcuno possono essere rilassanti, per altri tediose, permettendogli di giocare nelle fasi end game, con già tutto pronto.

    Sintetizzo e semplifico al massimo questa parte, che se volete potete recuperare in questo ottimo articolo di Wired, perché di come Musk ha barato all’atto pratico, mi importa poco, ciò che invece per me è rilevante, ed è opportuno analizzare, è la giustificazione che ha dato, e il fatto stesso che il miliardario abbia fatto ricorso a “scorciatoie” non propriamente legittime, per avvantaggiarsi in quei giochi.

    Musk ha barato a Diablo e POE 2?

    Secondo quanto riportato da Wired, Musk avrebbe ammesso di aver utilizzato alcune pratiche scorrette per avanzare velocemente in titoli come Diablo IV e Path of Exile 2. Più precisamente, il miliardario sembra abbia fatto ricorso al cosiddetto “boosting”, una pratica in cui, giocatori vengono pagati o incaricati per potenziare il proprio personaggio, accumulando progressi e risorse che normalmente richiederebbero ore di gioco.

    Secondo quanto trapelato da una conversazione privata, e che quindi va presa con le pinze, il patron di Tesla, X e Space X, avrebbe ammesso di non avere abbastanza tempo per poter competere con i migliori giocatori del mondo, in effetti, l’agenda dell’uomo più ricco e influente del mondo ha pochi spazi liberi in cui può dedicarsi ai videogiochi, che però sembrano essere una delle passioni di Musk, e allora ecco la soluzione di un uomo che di tempo ne ha poco, ma di soldi, ne ha a volontà, pagare qualcuno per evitare le fasi più lente e tediose dei giochi, così da poter giocare solo le fasi che gli interessano, per poi vantarsi pubblicamente di essere tra i migliori giocatori al mondo nei suddetti giochi.

    Giocatori che però, giocano ad un livello competitivo e professionale, e dedicano a quei titoli molte ore della propria giornata. Ne è così generato un acceso dibattito online.

    Da un lato, c’è chi difende Musk, sostenendo che il boosting non sia una pratica così grave, soprattutto se visto nel contesto del suo stile di vita estremamente impegnato. Dall’altro, molti appassionati di gaming lo accusano di aver tradito lo spirito competitivo e l’essenza stessa dei videogiochi, che si basano sull’impegno e sulla crescita.

    Il boosting è “legittimo” e se si, quali sono i suoi limiti?

    Al di là del dibattito interno alle community videoludiche, questa vicenda solleva un interessante riflessione su come Elon Musk si approcci alle problematiche, e la sua possibile ricerca di soluzioni.

    Noi ora sappiamo che Musk, in un videogioco, per poter dire al mondo di essere tra i più forti, ha sostanzialmente preso una scorciatoia, quando scoperto ha cercato di insabbiare la vicenda per poi giustificare la propria condotta. E questo è un problema, perché se dall’equazione si elimina il videogioco, lo si sostituisce con un impresa, con la politica, con un qualsiasi altro aspetto quotidiano, otteniamo un immagine pericolosa di un uomo che, per ottenere ciò che desidera, non si fa troppi problemi ad aggirare le regole e come in Diablo e POE 2 ha fatto Boostare i propri account, in California, ha in un certo senso, boostato il rendimento della fabbrica Tesla di Fremont, che nel 2022 ha ricevuto una multa dall’EPA da 275 mila dollari a causa delle emissioni ampiamente superiori ai limiti.

    Quello della fabbrica tesla di Fremont non sembra essere un caso isolato, nel giugno 2024, alcuni azionisti di Tesla hanno avviato una causa legale contro Musk, per Insider Trading, accusando l’imprenditore di aver sfruttato informazioni interne, per avvantaggiarsi. Secondo Michael Perry, Musk avrebbe liquidato azioni Tesla per circa 7 miliardi di dollari, tra Novembre e Dicembre 2022, poco prima di un annuncio pubblico di Tesla, con cui si rendeva noto che la società automobilistica non era in grado di effettuare le dovute consegne previste per il quarto trimestre. Annuncio che fece crollare il valore delle azioni. Secondo Perry, se Musk avesse effettuato il sell-off dopo l’annuncio, avrebbe ricavato il 55% in meno di quanto ricavato dalla vendita immediatamente prima dell’annuncio.

    Le scorciatoie non finiscono qui, secondo la SEC, Securities and exchange commission degli USA, all’inizio del 2022, Elon Musk avrebbe commesso alcune irregolarità nell’acquisizione di azioni di Twitter, nello specifico, la SEC accusa il miliardario di alcuni ritardi nella segnalazione dell’acquisizione di una quota superiore al 5% delle azioni ordinarie di Twitter. Secondo la SEC, Musk ha violato le leggi federali sui titoli finanziari, continuando ad acquistare azioni di Twitter ad un prezzo artificialmente basso, risparmiando così circa 150 milioni di dollari.

    Di casi ce ne sono anche altri, e non serve elencarli o analizzarli tutti perché lo “schema” è lo stesso che sembra interessare il suo approccio ai videogiochi, ovvero l’utilizzo di scorciatoie, al limite estremo della regolarità, che però danno un evidente vantaggio alle performance del miliardario. E se questo modo di approcciare videogiochi e finanza, coinvolgesse anche la politica, sarebbe un bel problema.

    Dai videogiochi alla politica di Trump

    Elon Musk ha una serie di interessi, finanziari, economici, strategici, logistici, ecc, e la maggior parte di questi, al momento, soffrono di una serie di problemi tecnici dovuti al collocamento degli USA sullo scacchiere geopolitico, e alle norme interne degli USA, ed entrambi i campi d’azione possono essere riassestati in modo da essere convenienti al miliardario, grazie ad una presidenza USA accomodante. Non è un segreto che Musk, così come qualunque altro lobbista USA, abbia finanziato un candidato alla presidenza perché questi approvasse una serie di manovre a suo vantaggio, in questo senso non è il primo e non sarà l’ultimo, inoltre negli USA questa prassi è regolamentata ed è legale, quindi, non c’è nulla di male. Negli USA, in Europa, in Germania, Italia, UK, ecc il discorso è diverso, e la commissione europea si è attivata per regolamentare e limitare le possibili interferenze in tale senso.

    Ciò che però non sappiamo, e per il momento non possiamo sapere, è se ci sia stato una qualche forma di Boosting anche in politica.

    Elon Musk: Il Visionario che Flirta con il totalitarismo

    Vado diritto al punto, poi approfondiamo sul sito. #ElonMusk non è un nazista, è “solo” un vorace capitalista che punta ad un mondo in cui tutto è in vendita, compresa la libertà.

    Elon Musk è una figura controversa che da sempre divide il pubblico. Da un lato, è celebrato come un visionario per le sue imprese rivoluzionarie come #Tesla, #SpaceX e #Neuralink, che puntano a trasformare settori chiave come la mobilità elettrica e l’esplorazione spaziale. Dall’altro, le sue recenti azioni sollevano preoccupazioni sul suo approccio al potere e alla libertà d’espressione.

    Con l’acquisizione di #Twitter, ora #X, #Musk ha cercato di trasformare il social in una piattaforma per il “discorso libero”. Tuttavia, questa missione è stata oscurata da decisioni che sembrano minare i principi democratici che dice di sostenere.

    La gestione arbitraria dei contenuti e l’interazione con forze politiche nostalgiche e con tendenze autoritarie hanno portato molti a chiedersi se Musk stia davvero promuovendo la libertà o se stia solo assumendo il ruolo del platonico coppiere che, al popolo assetato di liberà, ne versa sempre di più, fino ad ubriacarlo, al fine di facilitare il germogliare della tirannia.

    Le sue posizioni, spesso esposte in modo diretto e provocatorio sui social, evocano immagini di un imprenditore che si considera al di sopra della critica e dei limiti. Le affermazioni polarizzanti e i comportamenti non convenzionali possono essere letti come un sintomo di un narcisismo che sfiora il culto della personalità. Banalmente, sembra voler ascendere al rango di nume vivente, impresa compiuta nella nostra storia solo da 3 uomini, Mussolini, Hitler e Stalin.

    Questo lato oscuro si riflette anche in come Musk si rapporta alla politica globale. La sua influenza è cresciuta al punto da interferire in questioni geopolitiche delicate e ci si comincia a chiedere quali siano i suoi reali interessi. Cosa vuole realmente Musk? è davvero “solo” un miliardario annoiato che sta giocando con il destino del mondo, o quel mondo vuole controllarlo per il proprio tornaconto personale?

    Personalmente credo che Elon Musk non sia un nazista. Ma questa non è una buona notizia, perché de facto, è il “grande fratello” orweliano, l’uomo che ci sta conducendo, acclamato dagli applausi di molti, verso una società inquietante, estremamente vicina ad una distopia moderna, e in questa trasformazione non è solo, con lui anche “insospettabili” rivali del miliardario alla guida di multinazionali e big tech, ma in questo articolo manterrò il focus sullo Sugar Daddy di Donald Trump.

    Il miliardario patron di X, Space X e Tesla, non è un fautore ideologico della supremazia razziale né un teorico del totalitarismo, tuttavia, all’uomo più ricco del mondo, entrambi i punti “servono”.

    Musk non è nazista, ma a lui i nazisti servono – o meglio, non è che gli servano proprio i nazisti, gli servono individui inclini ad una visione totalitarizzante e monopolistica del mondo, gli servono cittadini e politici che siano facilmente manipolabili, influenzabili, scettici nei confronti delle democrazie moderne, e i nostalgici del nazi-fascismo, cadono a pennello, sono esattamente ciò di cui ha bisogno per ottenere ciò che vuole, e allora ecco che si spiegano le bizzarre avventure del miliardario.

    Musk nella sua ascesa pubblica, negli ultimi anni, ha rincorso vari estremismi radicali, senza però ottenere ciò che voleva. Per un periodo è stato un sostenitore dell’ideologia “gender”, poi della transizione ecologica e del green deal, poi ancora, è diventato un sostenitore del “reddito universale” e di un utopia umana in cui gli esseri umani non debbano più lavorare per vivere, potendosi dedicare solo alle proprie passioni e interessi, mentre macchine ed intelligenze artificiali lavorano al nostro posto. Poi improvvisamente ha iniziato a sostenere l’esatto contrario di tutto ciò, finanziando Trump che, nel proprio programma politico si opponeva a tutto ciò che negli ultimi anni per Musk era stato importante.

    Può sembrare insensato, può sembrare incoerente, ma in realtà, è semplicemente ciò che Musk ha sempre fatto nella propria vita, ha testato varie strade, investito in varie direzioni per poi focalizzare le proprie energie e risorse in quei segmenti che gli garantivano un ritorno considerevole, e sul piano politico, quel segmento “vincente” si è rivelato nell’ultradestra di Donald Trump.

    Ricapitolando quindi, Musk non è un nazista, ha solo degli interessi privati, per i quali, i nazisti gli tornano utili. Un po’ come accadde nell’Iinghilterra degli anni 30, quando Edward Wood, I conte di Halifax, segretario di Stato britannico tra il 1938 e il 1940, che non era un Fascista, ne tantomeno un Nazista, che si era scontrato duramente contro Oswald Mosley (il padre del fascismo britannico), in Germania, nel 1937, incontrò Hitler e, sintetizzando tantissimo uno dei discorsi più imbarazzanti della storia britannica, ebbe l’ardire di riconoscere che l’espansionismo tedesco era pericoloso, che la deportazione degli ebrei apolidi da mezza Europa era discutibile, ma finché questo fermare i comunisti, allora poteva essere giustificabile, perché in fondo, la Germania Nazista, era l’ultimo baluardo della civiltà europea contro la barbarie bolscevica, e il Führer era in prima linea in quello scontro di civiltà.

    Halifax non era un Nazista, ma provò a servirsi dei nazisti per contrastare l’Unione Sovietica, e questo cinismo politico, che si piega a qualunque abominio pur di raggiungere i propri scopi, è lo stesso che vediamo in Musk, ma come dicevo, non è un invenzione di Musk o Halifax, non è una novità del nostro tempo ma anzi, la troviamo ampiamente descritta e codificata nelle teorie del realismo politico, in particolare negli scritti di Machiavelli e Hobbes, del XVI e XVII secolo.

    Elon Musk è il “principe machiavellico” che mente pur di consolidare il proprio interesse.

    AI miliardario in soldoni, non interessa quale sia il regime autoritario di cui servirsi per i propri interessi, ma gli va bene chiunque possa assecondare le sue ambizioni.

    Quali sono questi interessi?

    Cerchiamo allora di capire quali sono i reali interessi che hanno portato Elon Musk a strizzare l’occhio all’estrema destra globale, finanziandola e assumendo atteggiamenti che, come nel caso del nostro Vannacci, richiamano non troppo velatamente, simboli e gesti legati al Nazi-fascismo, per poi negare sia stato fatto e accusare la sinistra di accuse infondate.

    La principale fonte di rendita di Elon Musk è legata all’industria automobilistica e al valore di mercato di Tesla, entrambi fortemente minacciati da asset cinesi. Musk teme la concorrenza cinese che punta su un abbattimento dei costi, abbattimento che Tesla non può sostenere, o meglio, potrebbe, rinunciando ad una quota significativa dei ricavi per azionisti e dirigenti, ma che non è conveniente per chi “vive di quei ricavi”, ma non solo, tra i motivi per cui la Cina può essere maggiormente competitiva, abbiamo una politica del lavoro molto poco attenta ai lavoratori, e alle emissioni.

    Per fare un esempio ipotetico, se un operaio cinese fa turni di 18 ore, 7 giorni su 7, senza ferie o indennità di malattia e viene pagato 0,5$ l’ora, l’azienda avrà costi di produzione molto più bassi rispetto ad un azienda i cui operai, per forza di cose possono lavorare massimo 8 ore, con straordinari pagati, indennità varie, malattie, ecc e salari di almeno 8$ l’ora.

    Allo stesso tempo un azienda che non ha alcuna limitazione sulle emissioni, che può inquinare liberamente, anche a costo di rendere tossica l’acqua e l’aria nelle zone adiacenti lo stabilimento, avrà costi di produzione notevolmente più bassi di chi invece deve necessariamente adeguarsi a standard sulle emissioni e garantire che i propri operai e chi vive nei pressi dello stabilimento, non si ammali.

    Questi sono solo due dei “vantaggi” che l’industria automobilistica cinese ha rispetto all’industria automobilistica euro-statunitense, e per chi opera nel settore automobilistico, mettere un freno a questo divario, è prioritario. Musk ha quindi bisogno di limitare l’influenza cinese sul mercato automobilistico occidentale e per farlo ha bisogno di avere al suo fianco governi disposti a intraprendere guerre economiche e a mettere in discussione il libero mercato quando non giova alle sue aziende.

    Qualcuno potrebbe osservare che per anni Tesla è stato una sorta di “sponsor” di politiche ambientali e sostenibili, e non avrebbe torto, parte del marketing di Tesla si fonda sulla maggiore sostenibilità delle auto elettriche, il problema tuttavia è che in realtà, la sostenibilità, per Musk, è solo un marketing tool, non un reale impegno etico. De facto, il motivo per cui Tesla produce auto elettriche e non tradizionali, fa parte di una strategia di mercato a lungo termine, è una scommessa sul futuro, ma che non parte dal desiderio di abbattere le emissioni, e se si guarda agli impianti di produzione Tesla, e le numerose problematiche che questi hanno riscontrato in termini di politica ambientale, se ne ha una conferma. A tale proposito, proprio su questo tema, il 24 novembre 2024, il Wall Street Journal, ha pubblicato un interessante articolo in cui osservava come lo stabilimento Tesla di Austin ha subito sanzioni per emissioni di sostanze tossiche e scarico di acque reflue pericolose non trattate, causando danni ambientali significativi. Inoltre, per rispettare i ritmi di produzione imposti, Tesla avrebbe trascurato le normative ambientali, minimizzando i rischi e i problemi segnalati dagli ispettori, con una notevole Dissonanza con la mission aziendale. Nell’articolo si evidenzia come l’azienda, che si promuove come leader nella sostenibilità e nell’innovazione ecologica, è accusata di agire in modo incoerente con questi valori.

    Ci sono poi altri interessi che spingono Musk, e altri miliardari come lui, ad avvicinarsi a movimenti reazionari, facilmente influenzabili, ma non credo sia necessario elencarli tutti. Ad esempio la volontà di rimuovere limitazioni e controlli relativi allo sviluppo di intelligenze artificiali, o ridurre le limitazioni anti monopolistiche, o ancora, abbattere le tasse che le multinazionali miliardarie devono pagare, ecc.

    Musk non è nazista, ma forse è qualcosa di più pericoloso

    Alla luce dei dati analizzati fino ad ora, possiamo dire che no, Elon Musk non è un nazista, ma questa forse non è una buona notizia, poiché il nazismo è un concetto che associamo automaticamente a qualcosa si malvagio, di sbagliato, qualcosa da respingere. Ma Musk non promuove direttamente i valori del nazional socialismo, e anzi, si presenta come un qualcosa di profondamente diverso, è un innovatore, un visionario, e questo è proprio ciò che lo rende pericoloso, perché dietro questa maschera si nasconde un monopolista miliardario che sfrutta a proprio vantaggio la retorica e la visione radicale di ideologie che distruggono la democrazia dall’interno.

    Musk non ha bisogno di indossare una svastica per piacere ai nostalgici del Reich e servire interessi che finiscono per alimentare sistemi oppressivi. Lui è un maestro della provocazione con la capacità di usare tecnologia e innovazione come una cortina di fumo per nascondere un sistema che concentra sempre più potere e ricchezza in poche mani.

    La sua visione del futuro non è una società equa, aperta e progressista. Ed è sempre più evidente come, il mondo che sta progettando, è un mondo fortemente gerarchizzato, in cui tutto è in vendita e la libertà stessa è un bene di consumo. Nel mondo che si presenta dinanzi a noi, la libertà non è piiù un diritto universale, ma un bene di lusso, accessibile solo a chi può permetterselo e se sei povero, se non hai i mezzi per comprare la tua fetta di “libertà”, allora sei escluso, etichettato come un “clandestino”, un parassita, una “zecca comunista”, e per quanto ciò possa sembrare evidente, in realtà non lo è per tutti e molti si lasciano distrarre da promozioni, offerte e pacchetti di diritti civili in saldo durante il Black Friday, libertà di espressione a rate, disponibili solo per i fedeli cittadini tesserati. come nel ventennio, se sei iscritto al partito bene, altrimenti, fame e manganellate.

    Immaginate un mondo in cui la cittadinanza non è un diritto di nascita ma un abbonamento premium, dove il valore di un individuo è determinato dalla sua capacità di contribuire ai profitti dei pochi al comando. Può sembrare una visione distopica del mondo, ma se ci pensiamo, in parte è già così, guardiamo ai migranti, clandestini e carne da macello che può essere sacrificata in mare o in zone di guerra, se non abbastanza produttivi, ma benvenuti se hanno tra le tasche un libretto degli assegni e un conto in banca con liquidità in dollari o euro.

    Musk non è un nazista, ma questa non è un assoluzione, poiché sta contribuendo a costruire un mondo molto simile ad una distopia fururistica, in cui il progresso e la libertà sono esclusiva di una minoranza privilegiata, e la cosa più pericolosa è che tutto questo ci appare lontano, poiché ci viene lasciato credere, falsamente, che anche noi potremmo essere parte di quella minoranza. Ci viene promessa la libertà totale, una libertà pericolosa come osservava Platone nel libro V della repubblica in cui può facilmente germogliare una mala pianta, la tirannia.

    Quando un popolo, divorato dalla sete dI libertà, si trova ad avere a capo dei coppieri che gliene versano a sazietà, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, sono dichiarati despoti.
    E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari, e non è più rispettato, che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di lui, che i giovani pretendano gli stessi diritti, le stesse considerazioni dei vecchi, e questi, per non parer troppo severi, danno ragione ai giovani.
    In questo clima di libertà,nel nome della libertà,non vi è più riguardo per nessuno. In mezzo a tale licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia

    Irma Grese, tra storia e attualità

    Irma Grese, soprannominata la Bestia bionda di Belsen, carceriera nazista, agì in un sistema che glorificava odio e crudeltà.

    Oggi, mentre facevo un po’ di manutenzione al sito, ho scoperto che il tool del “contattaci” era rotto, e negli ultimi 3 anni, non ci è stato inoltrato via mail un singolo messaggio che ci avete lasciato.

    Colpa mia che non ho controllato che funzionasse bene e che mi sono affidato ad un servizio terzo, in ogni caso, ho deciso di approfittare di questo incidente per produrre una rubrica con cui rispondo ai vostri messaggi e le vostre richieste, dando priorità ai messaggi archivio da qualche anno.

    Il primo messaggio a cui voglio rispondere ce lo manda Cristina, anzi, ce lo ha mandato Cristina quasi 3 anni fa, il 14 febbraio 2022, ed era un interessante risposta ad un articolo questo nostro articolo del 23 settembre 2020 su Irma Grese, la temuta Bestia Bionda di Belsen.

    Cristina Scrive:

    Caro Historicaleye,
    Mi chiamo Cristina, ho 45 anni e sono madre. Sono laureata. Sono come te profondamente amante della storia. Sono indignata dall’articolo letto sul tuo portale, relativo a Irma Grese. Questa bestia prese una scelta. Leggere contenuti di questo livello mi fa paura.

    Dal basso della mia ignoranza, lascio ad uno scritto di Primo Levi, tratto dal suo libro Sommersi e Salvati, quanto io non trovo le parole per esprime:

    “Non so, e non mi interessa sapere, se nel mio profondo si annidi un assassino, ma so che vittima incolpevole sono stato ed assassino no; so che gli assassini sono esistiti, non solo in Germania, e ancora esistono, e che confonderli con le loro vittime è una malattia morale o un vezzo estetistico o un sinistro segnale di complicità; soprattutto, è un prezioso servigio reso (volutamente o no) ai negatori della verità. […] “

    Spero queste mie poche righe possano portare ad una riflessione.

    Ciao Cristina, scusami ancora per la risposta estremamente tardiva. Come ti ho scritto anche via mail, se lo avessi letto prima ti avrei risposto da tempo, ma purtroppo, ci sono stati un po’ di problemi con i messaggi, quindi, ti rispondo ora, e ti chiedo pubblicamente scusa per il ritardo.

    Ho riletto l’articolo e non ci vedo nulla di inquietante o sconvolgente, anzi, ammetto di essere estremamente orgoglioso di come ho trattato l’argomento nell’articolo, nel quale non vi è alcun tentativo di assoluzione di una donna che nel proprio lavoro da carceriera del Reich in un campo di concentramento fu estremamente crudele.

    Mi rendo però conto che c’è una parte dell’articolo che può essere facilmente “fraintesa”, ossia la parte in cui dico che, da volontaria, Irma Grese, era convinta di fare “del bene” e di servire il proprio paese, passaggio che però non vuole assolvere, ma anzi, far riflettere anche sull’attualità.

    La Germania degli anni 30, del Terzo Reich, è una Germania, ma in generale l’Europa gli anni 30 del novecento rappresentano una realtà molto lontana da noi sul piano etico e morale, poiché appartengono ad un mondo cui l’odio era profondamente radicato mentre violenza e intolleranza erano considerate dei valori, e per una persona che viveva in quel mondo, i principi morali che determinavano le sue scelte, erano altri rispetto ai nostri, ed erano un qualcosa di aberrante e terrificante. Di fatto l’uomo comune di quel tempo, nella sua ignoranza, per citare un aneddoto tratto dalla Banalità del Male di Hannah Arendt, era convinto che gli affamati che rubavano il cibo ai porci, fossero delle bestie, e non riuscivano a rendersi conto che quei disperati, che si cibavano di ghiande rubate ai porci o cibo ai cani, mentre erano condotti ai lavori forzati, lo fa perché affamati.

    Il nostro articolo, anzi, il mio articolo, serviva anche a far riflettere sull’attualità, sul mondo in cui viviamo, un mondo in cui odio e intolleranza, sono sempre più presenti e spesso “giustificati”, spingendoci a guardare dall’altra parte quando ci vengono presentati episodi sconcertanti.

    Il senso dell’articolo, non era quello di giustificare o condannare il comportamento individuale di una persona nello specifico, anche perché siamo “storici” non giuristi, il nostro non è un processo volto ad assolvere o condannare Irma Grese, ma un articolo volto ad inquadrarla storicamente. Il nostro obiettivo era quindi quello di analizzare e contestualizzare, rimanendo il più possibile super partes, un episodio storico, e più nel profondo, cercare di capire perché Irma Grese ha agito in quel modo e in che modo la società e il mondo in cui viveva hanno influenzato le sue scelte e le sue idee. E non è facile, perché, fortunatamente, non viviamo in quel mondo, e abbiamo valori e regole morali profondamente diversi da quelli del tempo.

    Tu suo messaggio tuttavia, Cristina dice qualcosa che condivido profondamente, dice che Irma Grese ha fatto una scelta, fu lei a scegliere di agire in quel modo e non può essere in alcun modo assolta. Fu lei a scegliere di essere una carceriera sadica e crudele, “esemplare” in quel sistema malato. E va detto che questo principio, ai processi di Norimberga, è stato scolpito nella pietra. Di fato, è stato “perdonato” chi ha guardato dall’altra parte, chi ha finto di non vedere, ma non chi ha partecipato attivamente nel compimento di crimini atroci.

    A Norimberga e ancora di più a Gerusalemme, nel 1961 durante il processo di Adolf Heichmann, però, è stato sancito anche un ulteriore principio, ovvero, si è stabilito che quella scelta, non fosse in realtà libera.

    Vorrei poter dire il contrario, che le scelte di Irma Grese, dei Nazisti, dei Fascisti, dei Comunisti, ecc, che collaborarono con i regimi Totalitari del novecento, furono libere, vorrei dire che Irma Grese in fondo era una “volontaria”, ma mentirei a me stesso e a voi, perché in realtà, la sua formazione, a cui è stata sottoposta dalla famiglia fin da bambina, non le lasciava realmente scelta, ponendola de facto, di fronte ad una scelta obbligata: Servire fedelmente il Reich, diventando complice di quei crimini che nel Reich erano considerati qualcosa di cui andare fieri, o tradire famiglia, amici e uno stato estremamente presente, in ogni aspetto della quotidianità. E una giovane donna, indottrinata fin da bambina a vedere il mondo in un certo modo, difficilmente cambierà il proprio punto di vista.

    Oggi, nel 2025, sembra facile condannare il modo di agire di Irma Grese, quel comportamento, quel modo di fare, quel modo di vedere il mondo, eppure, non sempre lo facciamo, anzi, ci sono innumerevoli episodi che quotidianamente, spingono molti di noi a guardare dall’altra parte, colpevolizzando le vittime. Guardiamo alle vittime del mare, migranti che quotidianamente perdono la vita nel mediterraneo, alla guerra in Palestina, che in poco più di un anno ha fatto più di 46mila vittime, guardiamo alla Somalia, alla Costa d’avorio, al Burkina Faso e Nigeria, di questi ultimi i media neanche ci parlano.

    Guardiamo a chi si oppone al soccorso in mare dei naufraghi perché “clandestini”, a chi sostiene la guerra in Palestina, una guerra che ha tutti i tratti di un genocidio e giustifica tacitamente la morte di migliaia di palestinesi per mano del governo Israeliano, per poi etichettare chi critica le scelte del governo israeliano di essere antisemita.

    Torno a citare Hannah Arendt, che è stata testimone diretta del processo di Gerusalemme ad Adolf Heichmann, e dico che tutto ciò, non fa di loro dei mostri, quel modo brutale a tratti disumano di vedere il mondo, non fa di loro l’incarnazione del male, semplicemente fa di loro delle persone stupide, incapaci di mettersi concretamente nei panni degli altri.

    Perché in un mondo in cui odio e intolleranza sono serviti quotidianamente alla popolazione, in un mondo in cui ci viene detto quotidianamente di odiare qualcuno e che tutte le nostre sofferenze sono causate da quel qualcuno, odiare è estremamente facile, abbiamo odiato gli Ebrei ed i Comunisti, poi i Nazisti ed i Fascisti, poi nuovamente i Comunisti, poi è venuto il tempo degli Islamisti ed i clandestini, e poi i Cinesi e così via.

    C’è sempre qualcuno contro cui puntare il dito, e odiare quel qualcuno, quando la società, gli amici, la famiglia, i media, il cinema, tutti ci dicono di farlo, diventa naturale, e quel male diventa banale. Così finisce per odiare anche un bambino di 6 anni, che non sa cosa o perché, sa solo che è giusto odiare. Come ci viene mostrato divinamente in quel capolavoro di JoJo Rabbit di Taika Waititi.

    Diversamente, capire, contestualizzare, mettersi nei panni degli altri, è complicato, è difficile, richiede uno sforzo che non sempre vogliamo fare, soprattutto se siamo i soli a pensare di poterlo fare, uno sforzo non indifferente, uno sforzo che però è alla base della ricerca storiografica e questo mi riporta ad Irma Grese, la bestia bionda di Belsen.

    Una donna che fu senza ombra di dubbio crudele, spietata, sadica, disumana e disgustosa, una donna imperdonabile, le cui azioni furono aberranti, ma pur sempre una donna che visse in un mondo che imponeva di essere in un certo modo, e in quel mondo lei fu una donna “esemplare”. Un esempio di spietatezza e crudeltà, che oggi, non in quel mondo, possiamo condannare con facilità.

    Francia risponde a Russia, Avviata esercitazione nucleare su suolo francese

    È passato davvero tanto tempo dall’ultima volta che ho scritto del conflitto in Ucraina e il motivo è che, in questi mesi, sebbene vi siano stati numerosi stravolgimenti sul campo di battaglia, dal punto di vista geopolitico, strategico e storico, in realtà, la situazione è rimasta sostanzialmente la stessa di Giugno 2022, non c’è stata ragione, almeno per me, di parlare di cosa accadeva, perché non è mio interesse fare cronaca di guerra.

    In questi giorni tuttavia, lo scenario sembra essere in fase di cambiamento, il conflitto ha assunto e sta assumendo un registro nuovo, con dinamiche nuove (per il conflitto in Ucraina che siamo abituati a vedere da circa 2 anni) ed ho ritenuto opportuno tornare sull’argomento.

    Guerra nucleare all’orizzonte?

    Il tema della guerra nucleare è più che mai attuale e nelle ultime settimane è diventato il vero cardine del dibattito inerente il conflitto in Ucraina. La Russia, va precisato, ha sempre paventato, fin dai primi mesi di guerra, la possibilità di fare ricorso ad armi nucleari per “tutelare” l’integrità nazionale Russa, questa posizione tuttavia, nei primi 2 anni del conflitto, ha coperto un ruolo marginale, un po’ perché Putin era a fine mandato, un po’ per altre ragioni, le cose tuttavia sono cambiate nelle ultime settimane, quando la Duma ha autorizzato, per la prima volta, esercitazioni con testate tattiche nucleari al confine con l’Ucraina.

    A queste esercitazioni, le prime sono avvenute intorno alla metà di maggio, ha fatto immediatamente eco la Francia, il cui presidente Macron appare una delle voci apparentemente più bellicose d’Europa e della NATO.

    Senza troppi giri di parole, alle esercitazioni russe hanno fatto seguito esercitazioni nucleari in Francia.

    Francia testa missili nucleari

    Il test francese ha visto l’impiego di missili ASMPA-R in uso alle forze armate francesi dal dicembre 2023. Si tratta di un missile da combattimento, a corta-media gittata, estremamente potente, che può essere trasportato da caccia Rafale di classe F3 (si tratta della 6° generazione di caccia stealth).

    Il missile ASMPA-R, di per se è innocuo, è solo un vettore di lancio, ma può essere armato con testate nucleari, il che lo rende estremamente pericoloso e potente. Parliamo di un missile, ad alta precisione, che può essere lanciato da un caccia in combattimento, ed è in grado di colpire con estrema precisione grazie ai più avanzati sistemi di guida, ed è in grado di trasportare armi nucleari.

    Focus sui missili ASMPA-R

    I vettori ASMPA-R, come anticipato, sono in dotazione alle forze armate francesi da dicembre 2023, si tratta quindi della tecnologia più “aggiornata” in dotazione alle forze armate francesi. Il primo test di lancio di questi vettori è stato effettuato nel dicembre 2020, in piena pandemia, mentre a marzo 2022 (a poche settimane dall’inizio della guerra in Ucraina) la Francia ha registrato il lancio di qualificazione. In fine, nel 2023, l’assemblea nazionale ha approvato il loro impiego effettivo.

    Stando a quanto riportato dal Ministero delle forze armate francese, la Francia è già al lavoro su una versione aggiornata del ASMPA-R, che prende il nome di ASN4G e che, secondo quanto riferito dal ministero, potrebbe entrare in servizio nel 2035 e rimanervi fino al 2050.

    Arsenale nucleare francese

    Secondo il Nuclear Notebook, la rubrica del Bulletin of the Atomic Scientist introdotta nel 1987, l’arsenale nucleare francese può fare affidamento su una scorta di circa 290 testate, numeri sostanzialmente invariati dal 2008 quando, durante la presidenza si Sarkozy, è stato annunciato che l’arsenale nucleare francese era stato ridotto a meno di 300 testate.

    Sono tuttavia in corso di aggiornamento e ammodernamento diversi sistemi di lancio, tra cui missili balistici, missili da crociera, sottomarini, aerei e l’intero complesso industriale nucleare.

    Sappiamo id esempio che nel 2015, durante la presidenza Hollande, la Francia ha dichiarato di essere in possesso di circa 300 testate, per tre serie da 16 missili basati su sottomarini e 54 sistemi di lancio ASMPA a medio raggio.

    L’ultimo aggiornamento ufficiale sull’arsenale nucleare francese risale al 2020, anno in cui, il presidente Macron ha rilanciato la linea di Sarkozy, ovvero, meno di 300 testate.

    Per essere più precisi, le testate dovrebbero essere 290 ripartite secondo questo schema

    Abbreviations used: ASMPA = air-sol moyenne portée-amélioré (medium-range air-launched);
    MIRV = multiple independently targetable reentry vehicle; TN = tête nucléaire (nuclear warhead);
    TNA = tête nucléaire aéroportée (air-based air-launched nuclear warhead);
    TNO = tête nucléaire océanique (sea-based air-launched nuclear warhead).

    aRange for aircraft is shown. The range of the ASMPA air-launched cruise missile is close to 600 km.

    bThe Mirage-2000N, which served in the nuclear strike role, was retired in 2018. All nuclear Rafale F3s are currently at Saint-Dizier Air Base. France produced 54 ASMPA air-launched cruise missiles, including those used in test flights.

    cThe ASMPA air-launched cruise missile first entered service with the Mirage-2000N in 2009.

    dThere is considerable uncertainty regarding the yields of the new warheads. It appears that both the TNA and TNO are based on the same new design, which is different from that of their predecessors (Tertrais Citation2020). This design choice could potentially indicate that the new warheads might have the same yield. Although some French sources continue to attribute a high 300-kiloton yield to the TNA (the same yield as the TN81 warhead that armed the ASMP), the manufacturer of the ASMPA says the TNA has a “medium energy” yield, potentially similar to the TNO’s approximately 100 kilotons (Groizeleau Citation2015). In the absence of more concrete information, however, these numbers should be treated as estimates.

     Fonte : https://doi.org/10.1080/00963402.2023.2223088

    La Francia, come possiamo osservare, è uno dei paesi più trasparenti in materia di tecnologia nucleare, dell’arsenale nucleare francese sappiamo quasi tutto, e questo perché, per diversi anni, la Francia ha divulgato informazioni e dettagli inerenti le proprie forze e operazioni nucleari, per ragioni sia politiche che strategiche, ma di queste ne parleremo in maniera più approfondita più in avanti.

    In ogni caso, da quel che sappiamo, sul piano nucleare, negli ultimi anni la Francia non è rimasta con le mani in mano, ma si è attivata in modo concreto per ammodernare i propri sistemi.

    Nel 2018 la legge sulla pianificazione militare ha previsto, per il periodo 2019-2025 lo stanziamento di circa 37 miliardi di euro, quasi il doppio dei 19 miliardi stanziati per il periodo 2013-2019, finalizzati alla manutenzione e la modernizzazione delle forze e delle infrastrutture nucleari.

    Nel 2022 il Ministero delle forze armate francesi ha stanziato ulteriori 5,7 miliardi di euro per le attività legate alle armi nucleari, in questo caso, si è registrata una contrazione della spesa rispetto al 2021, anno in cui sono stati stanziati allo stesso scopo circa 6 miliardi. Nel 2023 invece sono stati stati 5,6 per l’ammodernamento delle forze nucleari.

    Potremmo aprire un ulteriore parentesi su missili balistici e sottomarini, ma l’obbiettivo di questo articolo non è quello di sviscerare l’intero arsenale nucleare francese. Mi limio a dire che anche su quel fronte ci sono stati importanti investimenti e ammodernamenti.

    Per approfondire il discorso sull’arsenale francese vi rimando a questo articolo di Hans M. Kristen, Matt Jorda e Eliana Johns, si tratta del Nuclear Notebook, la rubrica del Bulletin of Atomic Scientists’pubblicato a Luglio 2023 con doi https://doi.org/10.1080/00963402.2023.2223088

    L’articolo è libero, pertanto potete leggerlo gratuitamente.

    Siamo di fronte ad una escalation?

    Come scritto anche su Instagram, a questo punto viene spontaneo farsi alcune domande, la prima è siamo di fronte ad una escalation? seguita da cosa implica, sul piano strategico e geopolitico questa eventuale esercitazione francese? e infine, se dobbiamo preoccuparci.

    Partiamo dalla domanda apparentemente più semplice, il test missilistico francese, svolto a pochi giorni di distanza dai test russi rappresenta una escalation?

    Se si guarda ai soli due avvenimenti, e si ipotizza una relazione tra i due, allora la risposta può essere in un certo senso affermativa, la Francia ha risposto ai test nucleari in modo muscolare, mettendo in campo ed esibendo parte del proprio arsenale nucleare, o meglio, ha testato strumenti che possono essere utilizzati per il lancio di armi nucleari a medio raggio.

    Va tuttavia detto che, i caccia Rafale in dotazione alle forze armate francesi, non sono stati forniti all’Ucraina, il test quindi ha sì un valore strategico, ma non inserisce concretamente nel contesto bellico dell’Ucraina.

    Il test ha indubbiamente un valore strategico, serve a veicolare il messaggio che, a differenza della seconda guerra mondiale, almeno la Francia, non è rimasta a guardare, ed ha la forza muscolare per rispondere rapidamente e in maniera chirurgica ad eventuali aggressioni.

    Con questo test la Francia, e in un discorso più ampio, la NATO, hanno tacitamente ribadito che, portare la guerra fuori dall’Ucraina all’interno dei paesi NATO potrebbe essere estremamente pericoloso accendendo la miccia di una possibile guerra nucleare.

    Le conseguenze di questo test, sul piano strategico e geopolitico, possono essere diverse, e dipenderanno principalmente dal modo in cui la Russia risponderà ai test. Se la risposta russa sarà reazionaria, i rapporti diplomatici tra UE e Russia potrebbero incrinarsi ulteriormente e la Russia potrebbe aumentare la propria aggressività con ulteriori provocazioni, più incisive dei test nucleari al confine e le rivendicazioni sul baltico che hanno caratterizzato gli ultimi giorni. Allo stesso tempo, ora che è evidente che l’Europa o almeno la Francia, può rispondere rapidamente ad eventuali attacchi nucleari, torna ad aleggiare sull’Europa lo spettro di una pace nucleare.

    Pace nucleare per inciso, non è una ricerca di equilibrio nucleare tra gli schieramenti, come sostengono alcuni, ma è più un evitare di fare la prima mossa perché le conseguenze sarebbero devastanti per tutti.

    Dobbiamo preoccuparci? Personalmente non credo che Putin, Macron Biden, Trump, ecc, siano così stupidi da fare la prima mossa per innescare una guerra nucleare, ovvero, lanciare la prima bomba atomica. Pertanto, sono abbastanza incline a pensare, esattamente come due anni fa, che ciò che ci aspetta sarà un crescente numero di scontri per procura, tra Africa, Asia e America Latina, mentre in Europa, più precisamente in Ucraina, si continuerà con una guerra di logoramento, il cui esito più plausibile continua ad essere quello di un Ucraina divisa a metà, come la Germania del secondo dopoguerra.

    La crisi del Trecento: Quali furono le cause?

    Nel corso del primo Trecento l’Europa attraversò un periodo di forte crisi che ha influenzato il commercio internazionale e intercontinentale. Come si arriva a questo? Quali sono le cause?

    Cambiamento climatico

    Una delle cause che hanno portato ad una crisi del corso del Trecento potrebbe essere legata ad un cambiamento del clima con un abbassamento delle temperature. Calo delle temperature e inondazioni causate dall’eccessivo disboscamento delle foreste hanno portato ad una minor disponibilità di materie prime nell’edilizia, artigianato e la carenza di fauna selvatica incrementando l’avvento delle carestie.

    Commercio, monete e crisi finanziaria

    Un altro problema che ha portato alla crisi del Trecento è stata la carenza di metallo prezioso utilizzato per la coniazione di monete. La mancanza di materiale, avrebbe messo in crisi il commercio, soprattutto quello con l’Estremo Oriente. Mancando i contanti, questi divennero cari e i banchieri e finanziatori che ne avevano in quantità chiedevano degli interessi troppo alti ai mercanti. Questa situazione portò ad una crisi finanziaria alimentata dal fallimento delle banche italiane e in particolare delle società dei Bardi e dei Peruzzi. Queste due società avevano finanziato il Re Edoardo III d’Inghilterra durante la guerra contro la Francia ma, quando il sovrano dichiarò che non li avrebbe rimborsati, dovettero dichiarare il fallimento. Inoltre, le società avevano raccolto i risparmi dei privati ma anche questi furono coinvolti dalla crisi, peggiorando la loro posizione.

    La peste del 1348

    In questo clima di incertezza generale, nel 1348-1350 in Europa si diffuse un’epidemia di peste. La malattia iniziò a diffondersi nel 1347 in Asia centrale arrivando fino alla colonia genovese di Caffa, in Crimea. Successivamente, attraverso le navi si estese a Costantinopoli, Sicilia e Genova. Oltre all’Italia, furono colpite: Spagna, Francia, Germania, fino al Corno d’Africa. La peste veniva trasmessa dal batterio della pulce del ratto che, pungendo l’uomo, lo contagiava. Il tasso di mortalità fu molto elevato, in Europa morì un terzo della popolazione.

    La ripresa

    L’epidemia di peste fu un evento molto traumatico per la popolazione europea anche se migliorò le condizioni di vita del popolo. La riduzione demografica ebbe come conseguenza una maggior disponibilità di risorse ed un calo della manodopera e quindi un aumento dei salari. La crescita dei salari portò ad un calo dei prodotti alimentari poiché la produzione agricola sovrabbondava per una popolazione ridotta. Tutto questo permise alle famiglie di spendere il denaro per altro: vestiti, edilizia, arredamento. Chi risentì della crisi del Trecento furono i commerci intercontinentali che ridussero la loro importanza. I banchieri toscani acquisirono nuovamente importanza riorganizzandosi in compagnie più piccole, attente agli investimenti ed evitando di prestare somme troppo elevate.

    22 Agosto 1485: La Battaglia di Bosworth Field

    Il 22 Agosto 1485, nei pressi di Ambion Hill, fu combattuta la battaglia di Bosworth Field che decretò la fine della Guerra delle Due Rose e la salita al trono inglese della Dinastia Tudor.

    Le cause del conflitto

    La Guerra delle due Rose ebbe inizio nel 1455 in Inghilterra con la contesa del potere fra due casate: York e Lancaster. Il nome riprende gli stemmi delle due dinastie: rosa rossa Lancaster, rosa bianca York. Quest’ultimi, contestavano ai Lancaster il diritto di discendenza dopo che, alla morte di Riccardo II avvenuta nel 1413, il Parlamento diede il potere a Enrico IV di Lancaster. Gli York attesero fino al 1422. In quel periodo in Inghilterra regnava Enrico VI e, approfittarono della poca simpatia che il popolo aveva per il sovrano, un Re assente e afflitto da problemi mentali. In questo periodo Riccardo di York riuscì a farsi eleggere dal Parlamento Lord Protettore ma, quando il Re si riprese, fu allontanato. Successivamente gli York avranno nuovamente la meglio quando il figlio di Riccardo Edoardo di York sconfisse nella Battaglia di Towton il Re d’Inghilterra che fu fatto prigioniero nel 1465.

    La battaglia finale

    Dopo vari scontri, il 22 Agosto 1485 si giunse alla battaglia di Bosworth Field. Gli York erano capeggiati da Riccardo III di Gloucester, mentre i Lancaster da Enrico Tudor conte di Richmond. Decisivo fu per la sconfitta degli York il cambio di rotta da parte di uno dei loro alleati, appartenente alla famiglia degli Stanley. Questo cambiamento destabilizzò l’esercito di Riccardo III che trovò la morte durante la battaglia. Con la morte di Riccardo, Enrico fu incoronato Re d’Inghilterra e l’anno successivo sposò Elisabetta di York dando vita alla dinastia Tudor.

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